All’insegna di una vita ordinata

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L’importanza dell’ordine

 

Q

uando Gesù guarì l’indemoniato di Gerasa, i cambiamenti nella vita di quell’uomo furono subito noti a tutti, tanto che “videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente” (Mr 5:15)E quando, al tempo della chiesa primitiva, Dio si servì di Pietro per la guarigione di un paralitico di nome Enea, è scritto che l’apostolo gli disse: “Enea, Gesù Cristo ti guarisce; àlzati e rifatti il letto” (At 9:34).

Sono esempi di come l’opera di Dio sia sempre orientata a mettere ordine nella vita delle persone, tanto sotto il profilo mentale, che di aspetto esteriore, che di abitudini di vita. Ciò conferma e attesta che “Dio non è un Dio di confusione” e vuole che “ogni cosa sia fatta con dignità e con ordine” (1Co 14:33, 40).

Per una persona, il fatto di dedicarsi ad una occupazione stabile costituisce uno dei principali elementi di ordine nella sua vita, sia perché ciò gli consente di avere una fonte di reddito per provvedere ai suoi bisogni e a quelli della sua famiglia, sia per scandire con regolarità il ritmo delle sue attività giornaliere e settimanali.

Questo spiega la ragione di tanta disperazione in chi rimane senza lavoro: oltre ad una difficoltà finanziaria, si sente impoverito anche nella propria dignità di uomo.

Ma lasciando da parte le cause di disoccupazione non dipendenti dalla volontà del lavoratore, dobbiamo osservare che la Parola di Dio esorta in maniera molto chiara a lavorare con impegno in modo da perseguire un cammino dignitoso.

Insegnamenti dalle lettere

ai Tessalonicesi

 

Pare che questo fosse uno dei (pochi) tasti dolenti dei cristiani di Tessalonica, pure elogiati per vari altri pregi (1Te 1), ma in seguito esortati così:

 

“(vi esortiamo) a cercare di vivere in pace, di fare i fatti vostri e di lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato di fare, affinché camminiate dignitosamente verso quelli di fuori e non abbiate bisogno di nessuno” (1Te 4:11-12).

 

Nel capitolo successivo la chiesa veniva responsabilizzata con l’esortazione “ad ammonire i disordinati” (1Te 4:14). Evidentemente il Signore stava già mostrando all’apostolo un problema di cui i Tessalonicesi dovevano essere avvertiti.

La necessità di questo insegnamento così preciso diventa ancora più comprensibile leggendo la seconda lettera, in cui Paolo, prima di arrivare ai saluti, deve trattare apertamente la questione, sia per esortare nuovamente i disordinati ad abbandonare il loro stile di vita sia per ordinare agli altri di prendere le distanze da loro:

 

“Fratelli, vi ordiniamo nel nome del nostro Signore Gesù Cristo che vi ritiriate da ogni fratello che si comporta disordinatamente e non secondo l’insegnamento che avete ricevuto da noi… infatti, quando eravamo con voi, vi comandavamo questo: che se qualcuno non vuole lavorare, neppure deve mangiare. Difatti sentiamo che alcuni tra di voi si comportano disordinatamente, non lavorando affatto, ma affaccendandosi in cose futili. Ordiniamo a quei tali e li esortiamo, nel Signore Gesù Cristo, a mangiare il proprio pane, lavorando tranquillamente. Quanto a voi, fratelli, non vi stancate di fare il bene. E se qualcuno non ubbidisce a ciò che diciamo in questa lettera, notatelo, e non abbiate relazione con lui, affinché si vergogni. Però non consideratelo un nemico, ma ammonitelo come un fratello” (2Te 3:6, 10-15).

 

Il comportamento disordinato di alcuni Tessalonicesi consisteva proprio nell’astensione volontaria dal lavoro, dedicando il proprio tempo a faccende futili. L’insegnamento trasmesso da Paolo è assolutamente risoluto, al punto che viene definito non solo una esortazione ma un vero e proprio ordine nei confronti di tali persone, che non erano nemmeno degne di mangiare, perché si sarebbe trattato di un ‘pane’ immeritato. La gravità di un simile comportamento è ulteriormente evidenziata dalla richiesta alla chiesa di interrompere le relazioni con chi agisce così. Come in tutti i casi in cui è richiesto un provvedimento disciplinare, questo deve essere assunto con spirito di amore fraterno, ma non si deve passare sopra la situazione.

Ci sembra lontano da noi tutto questo?

La realtà purtroppo dimostra che questo problema presente a Tessalonica, talvolta si ripropone anche oggi.

Mai sentito parlare di persone che non trovano mai lavoro?

E quando lo trovano, lo perdono dopo poco asserendo che quanto veniva loro richiesto era ingiusto?

Oppure quelli che vivono come parassiti di anziani genitori e zii, o elemosinano di continuo da amici e fratelli in fede, facendo leva sulla loro pietà?

Ebbene, questi casi devono essere trattati con fermezza, anziché con un pietismo che non farebbe bene a nessuno.

Viviamo un periodo storico in cui ci sono difficoltà economiche e difficoltà a trovare un’occupazione lavorativa, ma chi non ha un lavoro deve essere animato da un impegno risoluto nella sua ricerca che, spesso, fa la differenza. Questo vuole anche dire essere flessibili, cioè pronti ad accettare generi di lavori che non si erano immaginati. Ma la volontà di Dio per noi è chiaramente in questa direzione.

Un comportamento diverso rispetto a prima di conoscere Cristo

 

A proposito di ordine, anche gli Efesini ricevettero un chiaro insegnamento al riguardo:

 

“Chi rubava non rubi più, ma si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno” (Ef 4:28).

 

È una delle esortazioni che, dal v. 17 del capitolo 4, indicano ai credenti il comportamento da avere in contrasto con quanto facevano prima di conoscere Cristo.

Anche riguardo al lavoro si presenta un contrasto: se qualcuno un tempo rubava, deve smettere di farlo e mettersi a lavorare con onestà, non solo per avere qualcosa per se stesso ma anche per avere qualcosa da dare agli altri.

Ma come mai c’è una connessione-contrasto tra il furto ed il lavoro? In effetti, perché si ruba?

Si ruba per non lavorare, o per lavorare di meno, evitando la fatica, o ancora per potere guadagnare di più. Così la cronaca è piena di notizie di case svaligiate, auto rubate e molto altro che sparisce, nonostante il ricorso di tanti a vari dispositivi antifurto. Si ruba anche in modi meno evidenti, come per esempio nei supermercati o sul posto di lavoro, quando ci sono attrezzature a disposizione. Si ruba quando il tempo da dedicare al lavoro viene disperso. Poi ci sono i furti più raffinati, attraverso la frode: è rubare anche il fare pagare molto più del dovuto un bene che si vende, o evadere le tasse evitando di dare allo Stato ciò che gli è dovuto (Ro 13:6-7).

Ai tempi del profeta Malachia, il popolo veniva ripreso a causa di due tipi di furti: primo, perché c’era chi offriva a Dio degli animali rubati (1:13), secondo, perché derubavano Dio stesso infrangendo le regole relative alle decime e alle offerte (3:8).

Oggi come in passato, l’uomo infrange continuamente l’ottavo comandamento con cui Dio gli dice: “Non rubare” (Es 20:15).

Qualunque sia il tipo di furto che un credente, in passato, abbia praticato, il Signore dice: “Basta!” (1P 4:3). Ora il programma di vita prevede una vita ordinata in cui si lavora onestamente.

Abbiamo diversi buoni esempi di persone che hanno abbandonato con decisione il loro passato nel quale conducevano una vita disordinata ed erano impegnati in attività illecite.

Pensiamo a Zaccheo (Lu 19:1-10). Si trattava di un pubblicano, esattore delle tasse tra gli ebrei per conto dei Romani, mestiere che forniva ottime occasioni di arricchirsi a scapito della gente comune. Ma l’incontro personale con Gesù fu decisivo per cambiare radicalmente il suo fare, prima ispirato dalla frode, spingendolo a ridistribuire immediatamente metà del suo patrimonio ai poveri e quattro volte tanto alle vittime della riscossione iniqua di cui lui era responsabile.

In Atti 16:16-19 si parla di una serva indovina posseduta da uno spirito demoniaco, poi liberata dall’apostolo Paolo nel nome di Gesù Cristo. Ovviamente in questo modo i suoi padroni furono privati di una importante fonte di guadagno e sobillarono una rivolta verso gli apostoli.

Sempre nel libro degli Atti degli Apostoli troviamo un altro esempio degno di nota, cioè quello di diversi convertiti di Efeso, che in passato avevano esercitato le arti magiche (At 19:18-19). Alla conversione, non esitarono a bruciare pubblicamente i ‘manuali’ della loro arte diabolica, libri valutati come di enorme valore. Era un segnale concreto e irreversibile della loro scelta per il Vangelo!

In un articolo precedente abbiamo già parlato di Onesimo e dell’impegno di Paolo affinché, se quello schiavo convertito aveva dei sospesi da saldare, lui stesso avrebbe saldato il conto (Fl 17-19).

 

 

 

L’obiettivo di avere qualcosa

da dare agli altri

 

In Efesini 4:28 abbiamo letto che il credente deve abbandonare la vita disordinata del passato impegnandosi ora nel lavoro onesto. Questo contribuisce ad un cammino dignitoso e non dipendente dal sostegno di altri (1Te 4:11-12).

Ma c’è un ulteriore passo da fare. Veniamo invitati a pensare al lavoro come fonte di reddito per poter donare agli altri. Anche in questo la trasformazione prodotta dal Vangelo è straordinaria: un ladro salvato da Cristo diventa un gioioso donatore dei suoi beni! E anche chi non ha mai rubato farà bene a pensare a questa opportunità.

È ovvio che dietro alla liberalità di credenti che hanno sostenuto l’opera del Signore in tutte le sue svariate forme, c’era il loro impegno lavorativo che aveva reso disponibile denaro o altro.

Per un credente, il lavoro non deve essere quindi un mezzo per arricchirsi. È necessario chiedersi spesso che cosa deve restare a noi e che cosa deve essere donato, deliberando nel nostro cuore l’entità del nostro dare (2Co 9:7). Questo significa anche che l’atto di donare non dovrebbe mai essere una improvvisazione o una ripetitiva formalità, ma una scelta voluta e ponderata.

Guardiamo ancora a degli esempi.

Al seguito di Gesù c’erano diverse donne “che assistevano Gesù e i dodici con i loro beni” (Lu 8:2-3).

Le chiese di Macedonia avevano “sovrabbondato nelle ricchezze della loro generosità” (2Co 8:2).

Tuttavia non ci dobbiamo limitare all’idea che il “qualcosa da dare a colui che è nel bisogno” sia sempre e solo denaro.

In Atti 9, per citare un esempio pertinente, leggiamo di una discepola di nome Tabita che “faceva molte opere buone ed elemosine” (v. 36), e in seguito si parla di “tutte le tuniche e vestiti” (v. 39) fatti da lei. La generosità di questa donna si esprimeva nel donare i prodotti direttamente ottenuti dal suo lavoro manifatturiero.

Ci sono innumerevoli occasioni attraverso le quali concretizzare tutto questo, infatti si può dare agli altri anche attraverso la cucina e l’ospitalità, la raccolta e distribuzione di cibo, la realizzazione di qualche specifico lavoro manuale (in base alle proprio capacità), le manutenzioni, le pulizie, l’accompagnamento di persone, il soccorso nelle emergenze… tutte queste forme di “donare” richiedono, direttamente o indirettamente, lo svolgimento di lavoro!

Così può essere molto opportuno dedicare almeno una parte del nostro “tempo libero” a queste forme di “lavoro”, utile per poter dare a chi si trova nel bisogno. E questo impegno ci proteggerà anche dalla tentazione, facile per chi non è impegnato, di dedicarci a cose futili.

In una vita ordinata non si dipende dagli altri, non si perde tempo in cose futili, non si ruba, ma si lavora onestamente, e si pensa a come donare a chi è nel bisogno.

Anche perché:

 

“Vi è più gioia nel dare che nel ricevere”

(At 20:35).