Vivere nella fede nel Figlio di Dio

La vita dei figli di Dio è un combattimento quotidiano fra il desiderio di essere guidati dallo Spirito Santo e dalla Parola e la tentazione sempre in agguato della propria persistente natura umana. Ma, in questo combattimento, la fede nella persona di Cristo e nell’opera da lui compiuta per noi alla croce ci permette di conoscere momenti gioiosi di vittoria e, quando cadiamo, di recuperare questa gioia attraverso la certezza del suo perdono.

982

Saldi nella grazia!

Il credente è nato di nuovo per la fede in Cristo Gesù ed il Signore, sulla base della sua promessa, gli ha donato la vita eterna, ed il credente è morto al peccato, è liberato da esso, ha

per frutto la santificazione e per fine la vita eterna”

Ro 6:22

I credenti sono “morti con Cristo” e la morte non ha più potere su di loro esattamente come Cristo, che, “risuscitato dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (Ro 6:8-9).

Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri” (Ga 5:24). “infatti il peccato non ha più potere su di voi; perché non siete sotto la legge ma sotto la grazia” (Ro 6:14).

I credenti non sono nella carne ma “nello Spirito, se lo Spirito di Dio abita veramente in loro” (Ro 8: 9); e la Parola ci ricorda che “ciò che brama la carne è morte, è inimicizia contro Dio, perché non è sottomessa alla legge di Dio” (Ro 8:6-7).

Ma se Cristo è in voi, nonostante il corpo sia morto a causa del peccato, lo Spirito dà vita a causa della giustificazione” (Ro 8:10). Per i credenti vale “la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù che li ha liberati dalla legge del peccato e della morte” (Ro 8:2).

Sono realtà spirituali che stabiliscono una condizione, uno status donatoci da Dio per la fede in Gesù. È lui che “ci è stato fatto sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1Co 1:30).

È la grazia. Nessuno ci può defraudare di questo dono ineffabile, eterno. Poi però la Bibbia ci insegna e ci esorta continuamente a “vivere in modo degno della vocazione che ci è stata rivolta” (Ef 4:1; 1P 2:11).

Qui cito due versetti che i credenti dovrebbero tenere sempre a mente:

“messi a morte quanto alla legge mediante il corpo di Cristo, per appartenere a un altro, cioè a colui che è risuscitato dai morti, affinché portiamo frutto a Dio” (Ro 7: 4).

“… egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per sé stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (2Co 5:15).

Vediamo come questo può realizzarsi nella nostra vita di credenti.

Quando commettiamo il peccato cedendo alla tentazione e il mondo ci attrae con le macchinazioni del diavolo, il nostro io riemerge prepotentemente e, se persistiamo, la nostra condizione diventa misera, vile, bassa; in altre parole carnale.

Noi credenti sappiamo che quando cadiamo dobbiamo ritornare al Signore, alla sua Parola, per essere ripresi, corretti e chiedere perdono al Signore. Ma quando poi ricadiamo e ricominciano le cadute, i pentimenti e ancora cadute, ci deprimiamo e perdiamo la gioia del Signore e la comunione con lui, perché lo Spirito Santo viene contristato. Non stiamo più camminando per fede.

Non si tratta di moltiplicare gli insegnamenti sui comandamenti, sulla volontà di Dio, che pure dobbiamo conoscere leggendo la sua Parola, infatti se uno non legge più la Parola non ha possibilità di essere illuminato sui suoi peccati e di chiedere perdono ai piedi della croce per ristabilire la comunione con il Signore, ma di ritornare a camminare per fede (Ro 1:17; Ga 3:11).

Dobbiamo ritornare ai sentieri antichi, che sono l’amore per il Signore e la sua Parola, quando tutto il nostro essere era proteso all’ascolto e all’ubbidienza, perché eravamo attaccati a lui.

Tornare al Signore vuol dire prima pentirsi, andare alla croce e confessare al Signore il nostro peccato, chiedergli di perdonarci e poi credere fermamente che lui lo fa in virtù del suo sangue.

È la fede nel Signore Gesù per il quale possiamo esclamare con Paolo: “Chi mi libererà da questo corpo di morte? Grazie siano rese a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore” (Ro 7:24-25).

E ancora: “Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Gesù Cristo è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi” (Ro 8:33-34).

E ancora: “O morte dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo dardo? Ora il dardo della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge; ma ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo” (1Co 15:55-57).

È “la costanza della nostra speranza nel nostro Signore Gesù Cristo” che ci è “riservata nei cieli” nella quale “abbiamo cercato il nostro rifugio nell’afferrarla saldamente” e la “teniamo come un’ancora dell’anima, sicura e ferma, che penetra oltre la cortina, dove Gesù è entrato per noi quale precursore…”(1Te 1:3; Eb 6:18-20).

È la fede in Gesù che “ha cancellato il documento a noi ostile, i cui comandamenti ci condannavano, e l’ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce” (Cl 2:14) e ci “ha perdonato tutti i nostri peccati” (Cl 1:14 e 2:13) mediante l’offerta di un unico sacrificio quale “via nuova e vivente che egli ha inaugurata per noi attraverso la cortina, vale a dire la sua carne” per la quale abbiamo “libertà di entrare nel luogo santissimo per mezzo del sangue di Gesù” (Eb 10:12, 19-20).

In questi versetti oltre alla certezza della salvezza, c’è la fede nella potenza della croce per la vita del credente. Saldi nella grazia sperimentiamo la risurrezione di Gesù Cristo per vivere per lui.

La risurrezione: garanzia di vittoria

Siamo sotto la legge dello Spirito, che vivifica ed è una legge di libertà, non in quella della legge, che uccide ed ha un ministero di morte (2Co 3:7).

Infatti è scritto che il peccato non ha più potere su di noi perché non siamo sotto la legge ma sotto la grazia” (Ro 6:14).

Quando ci sforziamo di cambiare e ci ripromettiamo con ogni sforzo di sottomettere la nostra natura umana, cercando di morire a noi stessi con le nostre forze, siamo noi che agiamo, ma quando ci basiamo sull’opera di Gesù e confidiamo nella sua grazia, è il Signore che ci fortifica e realizza in noi la sua vittoria.

È per fede che ci appropriamo e beneficiamo della potenza della morte e della risurrezione di Cristo, cioè quando ci appoggiamo sulla croce dove il nostro io è stato crocifisso (Ga 5:24 e Ro 6:6) e siamo stati risuscitati con lui.

Al di fuori della fede e della certezza che siamo già tutto in lui, non abbiamo la forza di ubbidire ma, anzi, “la carne che ha desideri contrari allo Spirito” (Ga 5:17) ci farà cadere e ci porterà presto sotto il regime della legge, come facevano i Galati e quindi a terra, contando sui nostri sforzi, i nostri pii desideri e le nostre cadute, con alti e bassi legati alla nostra natura umana, con la quale possiamo solo retrocedere in orizzontale, cioè a livello terreno.

Ma la fede ci eleva al piano dello Spirito, che è quello del Signore, nel quale abbiamo già vinto in lui, nel quale non c’è più condanna e nel quale Satana e la nostra carne sono già sconfitti.

Qui c’è la potenza della croce per camminare in novità di vita.

Dobbiamo avere nel cuore il desiderio di ubbidire alla Parola di Dio, ma questa nuova vita in Cristo si realizza se viviamo nella fede nel Signore Gesù.

Il giusto vivrà per la sua fede” (Ab 2:4).

La risurrezione del Signore Gesù è la nostra vita (“Cristo, la vita nostra”, Cl 3:4) e lo Spirito Santo “ci guida in tutta la verità” (Gv 16:13).

In altre parole quando amiamo il Signore e la sua Parola con tutto il cuore e abbiamo una vita di preghiera, lo Spirito ci riempie e riflette, tramite noi, la luce di Dio.

È la vittoria della croce che lo Spirito Santo realizza in noi quando siamo nella fede.

Così Cristo abita per la fede nei nostri cuori e manifesta la sua potenza che, ripeto, è la potenza della croce, per cui il nostro io è stato crocifisso e siamo risorti con Gesù in novità di vita.

Allora l’ubbidienza è la conseguenza della fede.

(Ef 1:18-20 e 3:17-20; Fl 3:9-10; Cl 1:22-23 e 2:6-7; 2Te 1:11-12; 2Co 3:17-18).

Prendiamo l’esempio di Abramo: egli credette a Dio, sperando contro speranza (Ro 4) e, per fede, offrì Isacco, il suo unigenito (Eb 11:17), ed era persuaso che Dio è potente da risuscitare anche i morti; il Signore operò e provvide l’olocausto e Abramo riebbe Isacco come per una specie di resurrezione (Eb 11:19).

Le due nature

La Parola afferma che “ciò che la carne brama è morte, è inimicizia contro Dio perché non è sottomessa alla legge di Dio e neppure può esserlo; e quelli che sono nella carne non possono piacere a Dio” (Ro 8:6-8).

Non credo si riferisca solo al credente carnale ma in generale alla nostra natura umana, ancora presente nel credente.

Il passo continua dicendo che “coloro che sono secondo lo Spirito pensano alle cose dello Spirito” che sono “vita e pace”; poi l’apostolo si riferisce ai credenti di Roma: “voi siete nello Spirito, se lo Spirito abita veramente in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, egli non appartiene a lui” (vv. 5-6 e 9).

Ma poi prosegue affermando che, nonostante il nostro cuore sia insanabilmente maligno (Gr 17:9), lo Spirito dà vita a causa della giustificazione (v. 10).

Letteralmente: “Ma se Cristo è in voi, nonostante il corpo sia morto a causa del peccato” (il corpo è morto sia perché crocifisso alla croce, sia perché ancora legato alla legge del peccato), “lo Spirito dà vita a causa” di ciò che Gesù ha fatto per noi alla croce e quindi per quella giustizia che ci ha dato e della quale siamo rivestiti (“della giustificazione”); segue la promessa che come Gesù Cristo è risorto dai morti, il Signore “vivificherà anche i vostri corpi mortali per mezzo dello Spirito che abita in voi.” (Ro 8:11).

Siamo “più che vincitori in virtù di colui che ci ha amati” (Ro 8: 37) e possiamo dire con l’apostolo Paolo: “Grazie siano rese a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore” (Ro 7:25).

Ci può essere la caduta, ma se confessiamo il peccato e confidiamo nel sacrificio del nostro Salvatore subito siamo ricondotti sul binario dello Spirito (1Gv 1:9); ma questa condizione è la condizione della croce per cui non dobbiamo più lottare contro il nostro corpo con le nostre armi (lo sforzo umano), ma credere che in Cristo siamo perdonati, perché lui “è il termine della legge per la giustificazione di chiunque crede”. È la grazia che sovrabbonda.

Così dobbiamo lasciarci convincere di peccato e cessare dal compierlo ma poi, invece di lottare con le nostre forze per fare morire il nostro io, dobbiamo confidare nel Signore Gesù e nella sua morte sulla croce, perché lo Spirito Santo ci faccia realizzare che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui e con lui è risorto in novità di vita (2Co 4:10; Ef 4:18; 2Ti 1:1).

La Parola nella ricchezza della sua sapienza ci invita: “Camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne… Ma se siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge… Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche guidati dallo Spirito” (Ga 5:16, 18, 25) e “se mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, voi vivrete” (Ro 8:13).

Così vediamo che la fede in Gesù ci posiziona in un piano diverso, più alto, quello dello Spirito, e ci fa morire con Cristo alle opere della carne per vivere per lui, perché siamo già giustificati.

Il piano dello Spirito è quello dove la paura è tolta, dove lui attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio e che Gesù è la nostra giustizia e anche la nostra santificazione. È già tutto compiuto.

Su tale fede, sperimentiamo e realizziamo la vittoria di Gesù sulla croce per non peccare.

Paolo afferma di combattere contro il proprio corpo come al pugilato, e questo dobbiamo fare anche noi, ma sono certo che il suo era un combattimento con le armi del Signore, in fede, con la potenza dello Spirito Santo (Ef 6:10-18).

È scritto: “…dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede” (1P 1:5).

Il Signore conosce la nostra natura umana e per questo lo Spirito “viene in aiuto alla nostra debolezza” (Ro 8:26).

L’ubbidienza ai comandamenti del Signore

La Parola rivolge al credente saggio che vive questo come condizione normale, conseguente allo stato di figlio che ha ricevuto una celeste vocazione una precisa esortazione: “e non abbiate cura della carne per soddisfarne i desideri” (Ro 13:14).

Che vergogna quando il credente non vive in modo conforme alla volontà di Dio!

Il Signore desidera che la caratteristica di figli ubbidienti sia ben visibile nella loro vita, stando saldi, come uomini fatti, completamente disposti a fare la sua volontà (Cl 4:12).

Ma questo passa attraverso l’ascolto della Parola di Dio, perché essa ha la forza del Signore per insegnarci, riprenderci, correggerci ed educarci (2Ti 3:16-17), e “opera efficacemente in coloro che credono” (1Te 2:13), infinitamente di più di ogni tentativo umano.

È la fede prodotta dalla Parola di Cristo (Ro 10:17). L’opera che la Parola fa in noi non la può fare nessuno perché essa è il nostro nutrimento spirituale.

Essa ci richiama a “prestare le nostre membra a servizio della giustizia per la santificazione” (Ro 6:19), perché ha la forza del Signore per illuminare i nostri pensieri e guidare i nostri cuori (Cl 3:8-12; Ef 4:20-32 e 5:7-21; 1P 4:1-3). La sua Parola è “una lampada al mio piede e una luce sul mio sentiero” (Sl 119:105).

La preghiera dell’apostolo è che “crescendo nella conoscenza del Signore”, possiamo essere ricolmi di “ogni sapienza e intelligenza spirituale”, “per camminare in modo degno del Signore per piacergli in ogni cosa” (Cl 1:9-10).

Se invece siamo disubbidienti, vuol dire che non stiamo vivendo per fede, non siamo in comunione con il Signore, la Parola e la preghiera non hanno spazio nelle nostre giornate, la partecipazione alle riunioni è solo di facciata e non portiamo un vero contributo spirituale nella chiesa locale. Lo Spirito è contristato perché il Signore non ha il posto che dovrebbe avere nel nostro cuore e non può manifestare la vita di Gesù in noi (2Co 4:10).

Allora, con il timore che è dovuto al Signore, dobbiamo smettere di comportarci male, di fare le cose che facevamo prima di convertirci, di seguire la carne e le sue concupiscenze, di inseguire la realizzazione di noi stessi. Dobbiamo fermarci nel fare il male, pentirci e andare al più presto alla croce, confessare il peccato al Signore e poi confidare nella grazia e nella salvezza che sono in Gesù, in modo completo, senza più sensi di colpa, ringraziandolo per aver cancellato tutti i nostri peccati.

La Parola deve occupare di nuovo un posto centrale affinché, per la fede in Cristo Gesù, possiamo “conoscere Cristo e la potenza della sua resurrezione”…”divenendo conformi a lui nella sua morte” (Fl 3:10), per essere “zelanti nelle opere buone” (Tt 2:14).

Perché la Parola è il nutrimento spirituale che trasforma il credente a “immagine di Dio” (Ef 4:24), “di gloria in gloria, secondo l’azione del Signore, che è lo Spirito” (2Co 3: 18).

Così poggiati e saldi nella grazia, sperimentiamo, per fede, Cristo crocifisso, potenza di Dio e sapienza di Dio (1Co 1:23-24). Questa è la potenza da cui ci viene la forza per ubbidire.

C’è inoltre l’invito pressante a “deporre il peccato che così facilmente ci avvolge” e a “correre con perseveranza la gara… fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta (Eb 12:1-2). È Lui che opera e crea in noi la fede (causa), da cui segue la nostra ubbidienza (conseguenza), per l’azione dello Spirito Santo che produce i “frutti di giustizia che si hanno per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio” (Fl 1:11).

Come all’atto della conversione abbiamo deciso di andare al Padre con fede per chiedergli di salvarci e poi il Signore ci ha illuminati con il Suo Spirito per convincerci di peccato e credere in Gesù come personale Salvatore, operando in noi la nuova nascita (e quindi la nostra salvezza è opera sua, come risposta fedele alla sua promessa), così il credente deve decidere con tutte le sue facoltà di seguire il Signore e vivere nella fede nel Figlio di Dio (Ga 2:20), per sperimentare nella sua vita, per mezzo dello Spirito Santo, l’intervento divino che lo rende vittorioso in virtù dell’opera di Cristo alla croce.

L’amore per il Signore Gesù

Dalle parole di Gesù è chiaro che l’ubbidienza ai comandamenti è la conseguenza del nostro amore per il Signore:

“se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti” (Gv 14:15);

“Se uno mi ama, osserverà la mia parola…” (Gv 14:23);

“Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama…” (Gv 14:21).

Egli guarda il nostro cuore (1Sa 16:7) per vedere se lui vi ha il primo posto.

Attraverso l’immagine del vignaiuolo, della vite e dei tralci, Gesù afferma chiaramente che

“come il tralcio non può da sé dar frutto, se non rimane nella vite, così neppure voi, dice il Signore, se non dimorate in me… Colui che dimora in me e nel quale io dimoro porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15:4-5).

E aggiunge:

“Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore” (Gv 15:10).

Quindi dobbiamo ubbidire per dimorare nel suo amore; siamo con forza invitati a non interrompere la comunione con Dio a causa del peccato, condizione essenziale perché la vita vera del credente che ricerca la comunione con il suo Signore possa continuare a godere del suo amore.

Quindi dobbiamo amare il Signore, ricercare la sua volontà e così, per la fede in Gesù, lo Spirito Santo ci riempirà della sua presenza (“prenderà del mio e ve lo annuncerà”) e produrrà pienamente i suoi frutti, il primo dei quali è l’amore (Ga 5:22).

L’ubbidienza ai suoi comandamenti è la condizione (non causa) per godere della comunione con il Signore e dimorare nel suo amore, ma questo si realizza quando viviamo per fede e per fede siamo uniti a lui come il tralcio alla vite (causa).

Ogni figlio di Dio deve amare il Signore con tutto il suo cuore, la sua anima, la sua mente e la sua forza.