Gesù, Filippo e Natanaele

Non c’è dubbio che chi si pone al seguito di Gesù, per essere suo discepolo, sceglie di avere lui come modello. Il discepolo è colui che si pone nella condizione di chi non sa e desidera imparare (il termine discepolo infatti deriva dal latino discere che significa imparare). Gesù è un Maestro particolare: i suoi allievi li tiene vicini a sé, giorno e notte, perché ciò che devono imparare non sono soltanto nozioni, ma uno stile di vita, un modo di pensare, parlare, agire e reagire. Noi, attraverso i Vangeli, abbiamo la possibilità di “stare” con Gesù, come i discepoli.

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Vedere Gesù

Il primo episodio che prenderemo in esame è quello che dà il titolo alle nostre riflessioni: “Vieni a vedere Gesù”. Questa frase, pronunciata da Filippo e rivolta al suo amico Nata-
naele, ci farà da guida nella nostra lettura dei testi evangelici. Prima di entrare nello specifico, vorrei rilevare un’espressione che l’apostolo Paolo scrisse ai Galati: “Gesù Cristo crocifisso è stato ritratto al vivo” (Ga 3:1). In altre parole l’apostolo sta affermando che la sua predicazione è stata vivida a tal punto da far apparire Gesù vivo davanti ai loro occhi. Spero succeda la stessa cosa per noi.

Leggiamo l’episodio, così come lo ha trasmesso Giovanni (1:43-51):

Filippo trovò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti: Gesù da Nazaret, figlio di Giuseppe». Natanaele gli disse: «Può forse venire qualcosa di buono da Nazaret?» Filippo gli rispose: «Vieni a vedere». Gesù vide Natanaele che gli veniva incontro e disse di lui: «Ecco un vero Israelita in cui non c’è falsità». Natanaele gli chiese: «Da che cosa mi conosci?» Gesù gli rispose: «Prima che Filippo ti chiamasse, quando eri sotto il fico, io ti ho visto». Natanaele gli rispose: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele». Gesù rispose e gli disse: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, tu credi? Tu vedrai cose maggiori di queste». Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico che vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo»”.


I primi due che seguono Gesù sono Giovanni (l’Evangelista) e Andrea. Costoro erano al seguito di Giovanni (l’altro Giovanni, definito il Battista, così chiamato perché la sua maggiore attività, oltre quella di predicare il ravvedimento e di annunciare l’imminente arrivo del Messia, era quella di battezzare), ma quando appare sulla scena Gesù, lasciano Giovanni e seguono il Maestro, incoraggiati dallo stesso, per nulla geloso.
Siamo agli esordi della vita pubblica di Gesù. Una delle prime preoccupazioni del Maestro è di porre accanto a sé delle persone che con lui condivideranno tre anni della loro vita. Queste persone diventeranno in seguito i testimoni dei fatti di cui lui è stato protagonista, e la loro testimonianza raggiungerà il mondo intero e attraverserà la storia giungendo fino a noi. Oggi possiamo “vedere” Gesù grazie alla loro testimonianza scritta.

Il giorno seguente Gesù incontra Filippo e lo invita a seguirlo, invito che Filippo accetta subito. Anche per lui la prima preoccupazione è di far conoscere ad altri la sua scoperta: parla di Cristo allo scettico e prevenuto (molto campanilista) Natanaele che gli risponde:

Può forse venir qualcosa di buono da Nazaret?”.

Il disprezzo – quasi razzista – verso questa cittadina è palese.

Allo scettico Natanaele Filippo risponde:

Vieni a vedere”.

Un po’ più avanti del suo scritto (12:21) Giovanni racconta un episodio in cui è sempre protagonista Filippo. In questa occasione dei Greci si avvicinarono a lui e gli fecero questa richiesta:

Facci vedere Gesù”.

Anche in questa occasione Filippo li conduce al Maestro affinché lo conoscano.

Spesso le chiacchiere, le parole più o meno belle, più o meno religiose, non servono molto. Quando le parole non bastano (e non bastano quasi mai!) dobbiamo essere in grado di “mostrare” Cristo, individualmente e come Chiesa.

Siamo in grado di farlo? Vogliamo essere in grado di farlo?

Noi non desideriamo che le persone lascino una religione, più o meno giusta, per accettare un’altra religione, più o meno giusta. Il nostro unico desiderio è di portare le persone a Cristo. Per fare questo dobbiamo essere in grado di dire come Filippo: “Vieni a vedere”. Vieni a vedere Cristo nella mia famiglia, nella mia vita, nella Chiesa di cui sono parte. Guardami e vedrai che “sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Ga 2:20).

Mostrare Cristo agli altri, in modo tale che la sua persona appaia “viva”, significa non solo parlare di lui, ma far apparire i segni della sua grazia nella nostra vita. Una persona trasformata è un evidente segno del fatto che egli è vivo e operante.

Paolo, in un passo della sua lettera ai Galati (6:17), dichiarò di avere sul suo corpo il “marchio” (greco stígmata, stimmate). Questo “marchio” erano i segni delle sofferenze che gli sono state inflitte a causa della sua fede; inoltre in lui era più che evidente il segno della grazia di Dio. Anche se in noi non sono presenti gli stessi segni (quelli dovuti alla persecuzione), l’azione di Dio nella nostra vita lascia dei segni visibili nel nostro carattere: questi saranno il nostro modo di “mostrare” Cristo, oltre le parole.

La scoperta di Natanaele: Dio vede prima

Natanaele, seguendo il consiglio di Filippo, s’incammina per andare da Gesù. Mentre si sta avvicinando, prima ancora che possa dire qualcosa, il Maestro parla: “Ecco un vero Israelita in cui non c’è frode”. Una frase piuttosto strana che suscita la sorpresa di Natanaele e nostra. Provo a immaginare la scena: Natanaele segue Filippo, i due sono scorti da Gesù da lontano il quale non aspetta che essi siano vicini per esprimere il suo pensiero. Perché?

Per quale motivo il Maestro esprime un giudizio (positivo) sulla persona di Natanaele prima ancora d’incontrarlo?

Nel suo comportamento si scorge una verità piuttosto diffusa nella Scrittura: Dio è alla ricerca dell’uomo. Nelle parabole di Gesù, quella della pecora e della dramma perdute emerge chiaramente l’idea che Dio sta cercando l’uomo. Questa è una verità che più tardi lo stesso Gesù affermerà con chiarezza:

Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi” (Gv 15:16).

L’immagine offerta dalla Scrittura sulla situazione umana è quella di un cieco nelle tenebre più fitte. L’uomo, a causa del suo peccato, si trova nell’incapacità di trovare Dio. Ma Dio non lo ha lasciato solo e ha preso l’iniziativa di cercarlo. Gesù, con le parole rivolte a Natanaele, mette in luce questo dato significativo. Prima ancora che Natanaele si accorga di Gesù, Lui si è accorto di Natanaele:

Prima che Filippo ti chiamasse, quando eri sotto il fico, io ti ho visto”.

Questo avverbio, prima, deve essere adeguatamente sottolineato se non vogliamo incorrere in errori. Questo prima fa emergere la compassione di Dio verso l’uomo perduto, incapace di trovare la strada per la sua salvezza.

Tutta la Scrittura è una sinfonia con questo tema dominante: Dio si muove incontro all’uomo; le varie religioni, invece, spingono l’uomo alla ricerca di Dio e in questa ricerca “a tastoni” (At 17:27) spesso hanno costruito strade tortuose e impraticabili.

Detto questo, che senso dare allora ai ripetuti inviti a cercare Dio che troviamo nella Scrittura?

Cercherai il Signore, il tuo Dio, e lo troverai, se lo cercherai con tutto il tuo cuore e con tutta l’anima tua” (De 4:29).

Disponete il vostro cuore e la vostra anima a cercare il Signore vostro Dio… Se tu lo cercherai egli si lascerà trovare…” (1Cr 22:19; 28:29).

Perché invitare l’uomo alla sua ricerca, se lui stesso è già all’opera?

A fianco delle due parabole menzionate, troviamo quella del “figlio prodigo”. In questo caso è il figlio che prende l’iniziativa di tornare al Padre, che lo sta aspettando. Le parabole, lo sappiamo, non sono un trattato di teologia, ma esprimono una verità che va colta nel cuore del racconto. Ciò che Gesù vuole dimostrare è la condizione umana lontana da Dio e l’infinita pazienza del Padre che è capace di attendere il ritorno del figlio. Inoltre l’idea del perdono divino appena trova un cuore pentito, emerge con chiarezza in questa parabola. Ciò che ha dato coraggio al figlio di tornare è la consapevolezza che il padre, in un modo o nell’altro, lo avrebbe accolto. L’idea che Dio perdona e accoglie l’uomo peccatore è fondamentale per la conversione e questa idea può provenire solo dall’annuncio del Vangelo; un annuncio voluto e spinto dal Signore e che precede qualsiasi ritorno dell’uomo a lui. La predicazione del Vangelo è il modo consueto con il quale Dio cerca l’uomo.

Leggendo attentamente il testo noi noteremo che Natanaele “vede” Gesù, ossia lo riconosce per quello che è, solo dopo che egli gli ha rivolto la parola:

Rabbi, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele”.

Senza l’intervento di Dio non potremo mai comprendere la vera natura di Gesù. Ricordate la risposta di Pietro alla domanda posta da Gesù? (vedi Mt 16:13-15).

La risposta di Pietro è una rivelazione di Dio, non una sua intuizione teologica.

Dio sta cercando l’uomo fin dal momento in cui rivolse questa domanda:

Adamo, dove sei?”.

Noi, dal momento in cui siamo stati da lui trovati, diventiamo suoi collaboratori in questa ricerca assolvendo il compito che egli ci ha affidato: predicare il Vangelo in ogni angolo della terra.