Fede operante e preghiera: sale della vita cristiana

Ci siamo mai chiesti da cosa è guidato il nostro servizio per il Signore? A guidarci sono davvero la consapevolezza della nostra fede in lui, la conoscenza della sua volontà attraverso la lettura della sua Parola, la ricerca della sua guida e della sua potenza attraverso la preghiera? Oppure vi sono motivazioni più meschine come il desiderio di mettersi in evidenza per essere adulati ed elogiati? Quali sono le motivazioni che Dio gradisce per servirlo degnamente?

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Le opere rivelano che la fede è viva

 “Noi ringraziamo sempre Dio per voi tutti, nominandovi nelle nostre preghiere, ricordandoci continuamente, davanti al nostro Dio e Padre, dell’opera della vostra fede, delle fatiche del vostro amore e della costanza della vostra speranza nel nostro Signore Gesù Cristo”

(1Te 1:2-3)

In questi due versetti troviamo ben tre motivi validi per i quali Paolo ringrazia Dio per la chiesa dei Tessalonicesi: primo, l’opera della loro fede; secondo, le fatiche del loro amore; terzo, la costanza della loro speranza in Cristo. Voglio concentrarmi soprattutto sul primo punto: una fede operante. Immediatamente la nostra mente si proietta alle parole di Giacomo:

“Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta”

(Gm 2:26)

L’immagine è cruda, pragmatica ed inequivocabile: se vai in un obitorio e osservi il corpo del defunto, lì non c’è il suo spirito. È morto. Allo stesso modo senza le opere la fede è morta perché esse esprimono la vita della fede.

La vera fede salvifica produce le opere e queste non precedono la fede salvifica come per acquistare dei meriti presso Dio, per rimarcare un principio di non contraddizione con la dottrina del-
la salvezza per grazia mediante la fede (Ef 2:8). Questo è certo: siamo salvati per la sola grazia del Signore e non certo per i nostri meriti. Ma qui Giacomo non si sta
preoccupando minimamente mentre scrive di non andare in contraddizione con quanto afferma l’apostolo Paolo. Giacomo era divinamente ispirato così come lo era Paolo. Giacomo qui afferma non un qualcosa di meccanico o cronologico: “Prima la fede e poi le opere…”; ma dice in modo molto chiaro che la presenza delle opere è indice di una vera fede nel Dio vivente oppure, se le opere sono assenti, questa loro assenza è indice di una fede morta (cfr. Ef 2:10).

Tornando alla lode di Paolo verso i Tessalonicesi, la sostanza che spiegherò meglio più avanti è la seguente: i Tessalonicesi avevano abbandonato gli idoli per servire il Dio vivente (1Te 1:9), e Giacomo dice che la fede, per dimostrare di essere viva, ha bisogno delle opere. La fede nel Dio vivente presuppone che i Tessalonicesi fossero diventati servi del Dio vivente, e questa è esattamente la definizione della vera fede così come la intende anche Giacomo. In sintesi: non si può dire di credere nel Dio vivente senza essere anche suoi servi e dunque, come tali, fare le opere che Dio ha precedentemente preparato affinché le pratichiamo!

Ciò che conta

Una fede operante! Una fede che serve il vero Dio. Non è un’opzione, e non è un’esortazione. Altrove nella Bibbia siamo esortati a servire Dio e non gli idoli o noi stessi, ma non qui. Paolo ne parla come di un dato di fatto, come di una certezza, ed è per questa ragione che ringrazia Dio con fervore. L’apostolo si rende conto di quanto l’opera di Dio in questi credenti sia stata potente e di come il loro amore per Dio sia genuino, senza ipocrisie. Anche nei loro errori erano comunque una chiesa genuina che desiderava sempre glorificare Dio.

Questo è molto importante in quanto al di là di ciò che si può fare, a volte si commettono anche degli errori dovuti alla mancanza di conoscenza e a una santificazione progressiva. Dunque a volte si sbaglia non perché si vuole sbagliare, ma semplicemente perché ci manca l’esperienza e la conoscenza. Loro commettevano degli errori nella loro vita di chiesa e nella loro vita personale, ma Paolo li loda ugualmente.

Sembra diversa la situazione denunciata in 1Corinzi o in Galati, dove a motivo della conoscenza non avrebbero dovuto avere settarismi, idolatria e casi di immoralità (Corinzi) oppure “passare a un altro vangelo” (Galati). È ovvio che Paolo deve riprendere anche i Tessalonicesi, ma lo fa con molta più dolcezza.

La prima parte della lettera, soprattutto il brano che stiamo meditando, è lo specchio di una chiesa modello alla quale ogni chiesa locale dovrebbe aspirare. Domandiamoci: la mia chiesa serve il Dio vivente? Le nostre opere sono frutto di un rapporto personale col Dio vivente? Sono frutto delle direttive che lui dà nella mia vita?

Infatti il punto non è tanto definire cosa sono “le opere della fede”; potremmo citarne tante. Ma ogni chiesa deve rispettare le direttive specifiche che Dio dà per quella chiesa! Non possiamo parlare sempre in termini generali, astratti e inconcludenti!

È ovvio che le direttive che Dio può dare a una chiesa locale che si trova nel mezzo di una delle regioni del mondo più ostili al Vangelo sono diverse rispetto a quelle che può dare a una chiesa in America o in Europa occidentale. Non si tratta di definire quale sia il mandato per ogni chiesa, in quanto in generale esso è scritto nei Vangeli e nelle epistole.

Ma si tratta di comprendere la sua volontà per la chiesa. Si tratta di comprendere il suo disegno per la chiesa locale nella regione in cui si trova. La caratteristica di un servo di Dio che desidera compiere le opere di Dio non è sicuramente quella di prendere iniziative, in quanto un servo fondamentalmente è ricompensato per la sua ubbidienza, e non perché prende iniziative! Non è ciò che facciamo che è importante; ma è importante che ciò che facciamo sia rivestito dell’autorità di Dio. Così è per i ministeri, così è per qualunque cosa la chiesa abbia in cuore di fare per il Vangelo.

Hai mai pensato al pericolo di affaticarti invano se il Signore non edifica (Sl 127:1)?

Se non lo hai mai fatto, comincia a pensarlo. Non conta quanti libri hai nella tua biblioteca o quanto tu sia stimato agli occhi di tutti; non conta quanto sia graziosa la tua voce nel canto o quanto tu sappia ben suonare uno strumento musicale; non conta nemmeno quanti soldi metti nella cassetta delle offerte o quanta beneficenza fai ai bisognosi; non conta nemmeno quanto tu sia un diligente studioso della Bibbia o quanto tu sia un eccellente oratore.

Ciò che conta è che Dio sia con te nelle cose che fai, altrimenti tutto diventa inutile, e rischieresti in un certo senso di avere l’applauso degli uomini come un premio che viene dall’uomo, ma non dal Signore (Mt 6:2).

Avere le giuste motivazioni

Non è forse meschino che un figlio o una figlia di Dio si accontenti della miseria della gloria dell’uomo quando può ambire all’approvazione di Dio?

Non è forse un obiettivo onorevole ambire per la chiesa locale e per te personalmente ad essere come i Tessalonicesi che vengono descritti da Paolo?

Tu cerchi l’approvazione di Dio in ciò che fai?

La cerchi quando predichi: lo fai per metterti in mostra o per la gloria di Dio?

E quando studi, quali sono i motivi che ti spingono a farlo?

Quando canti: lo fai per esibire la tua voce o lo fai per il Signore?

Quando suoni: lo fai per far vedere quanto sei bravo/a?

La differenza nel fare le opere di Dio, dunque le opere della fede, non è nella natura di ciò che facciamo, ma nella motivazione che ci spinge a compierle. Questa motivazione deve essere data da due aspetti: primo, la chiamata di Dio a fare qualcosa di specifico; secondo, l’atteggiamento del nostro cuore nel fare questo qualcosa.

Per quanto riguarda il primo aspetto, cioè la chiamata di Dio a fare qualcosa di specifico, posso dire che Dio non lascia mai i suoi figli nell’ignoranza rispetto alla sua volontà.

Riflettiamo insieme sulle parole di Gesù:

“Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio”

(Gv 15:15)

Ora, nello specifico contesto di questo passo, pare che l’enfasi di Gesù sia in particolare sull’amore che i discepoli avrebbero dovuto esercitare l’un l’altro. È vero che non li chiama servi rispetto alla conoscenza della volontà di Dio, ma li chiama amici, ma solo a un patto: che essi facessero ciò che lui avrebbe loro comandato.

“Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando” (Gv 15:14). Gesù non abolisce il concetto dell’ubbidienza del servo, ma abolisce il concetto che il servo debba essere limitato alla mera e cieca ubbidienza nella totale ignoranza rispetto alla volontà del suo padrone. Siamo sempre servi, ma la promessa di Gesù è che il Padre ci rende partecipi della sua volontà specifica per la chiesa e per la nostra vita. Probabilmente non sempre avremo tutti i dettagli e i tempi delle cose, ma è chiaro che al di là delle linee guida generali che troviamo nella Scrittura (ad es. “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate…”, Mt 28:19-20/a), abbiamo personalmente bisogno della sua presenza per ricevere potenza e direttive specifiche: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente” (Mt 28:20/b).

È impensabile che l’uomo, nella sua limitatezza spirituale e mentale, possa fare a meno dell’opera dello Spirito Santo per progredire nella conoscenza della volontà di Dio per la chiesa e per la sua stessa vita.

Come potremmo essere fedeli nel compiere le opere della fede se non conosciamo la sua volontà? Alcuni pensano, sbagliando, che la semplice conoscenza “letterale” della Bibbia sia sufficiente per comprendere quale sia la sua volontà nello specifico. Ma sebbene la volontà di Dio sia scritta, lo Spirito Santo oggi parla ancora allo spirito dell’uomo affinché l’ubbidienza nelle opere non scaturisca dal ragionamento umano, ma da quello spirituale che poi conformerà anche la mente. I tralci da se stessi non possono portare alcun frutto (Gv 15:1-15). Così sono le opere di coloro che non dipendono da Dio in ciò che fanno: non possono essere definiti come tralci attaccati alla vite (dunque nemmeno servi) e ciò che fanno è destinato a essere arso dal fuoco (nel caso di persone non salvate il giudizio è anche per loro, purtroppo). Ma il tralcio (servo) che invece è attaccato alla vite (Cristo in noi, cioè lo Spirito Santo, “l’altro Consolatore”, Gv 14:16) quale frutto porta?

O il proprio (“Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio”, Ga 5:19-21), oppure quello dello Spirito Santo (“Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo”, Ga 5:22).

Dunque il concetto di “opere della fede” è veramente ampio e non può essere definito facilmente. Potremmo farlo e parlarne generalizzando, come spesso si fa. Ma è bene sottolineare la necessità di dipendere dalla guida di Dio, per mezzo dello Spirito Santo, affinché possiamo comprendere la volontà di Dio per noi più negli aspetti specifici della nostra vita.

Il valore della preghiera per una fede operante

Se dunque il primo aspetto riguarda la ricerca della volontà di Dio e, dunque, comprendere la sua chiamata specifica per il nostro servizio, il secondo aspetto riguarda la nostra motivazione. È ovvio che se manca il primo presupposto della specifica chiamata di Dio, tendenzialmente tutto ciò che andremo a fare avrà una motivazione personale e orgogliosa.

La chiamata di Dio rende umili, mentre il desiderio dell’uomo di apparire rende superbi. Quando siamo guidati dallo Spirito Santo in ciò che facciamo per la chiesa, anche il nostro atteggiamento rispecchierà il frutto dello Spirito. Quando la motivazione che ci spinge è esclusivamente la gloria di Dio, ciò è conforme alla chiamata che egli ha rivolto ad ogni suo figlio ad essere “a lode della sua gloria” (Ef 1:6) e a camminare in modo degno di questa vocazione (Ef 4:1). La preghiera costituisce l’unico modo per mettere in atto questi due aspetti che determinano la nostra motivazione.

Qualcuno potrà obiettare: “Bene Stefano, lo sapevo che avresti detto questo! Del resto mi stai dicendo che la lettura della Bibbia non è sufficiente a comprendere la sua volontà… dunque capisco che automaticamente devo ricevere qualche strana rivelazione o illuminazione!”.

Non metto minimamente in dubbio la sufficienza delle Scritture, ma purtroppo sono sotto gli occhi di tutti tante infedeltà verso quella stessa Parola di Dio che tanto si vuole “proteggere” da coloro che ne attaccano la sufficienza in materia di fede e condotta dei credenti. Ciò che voglio dire è che conoscere la Bibbia non equivale a conoscere automaticamente la specifica volontà di Dio. E se non si conosce nello specifico la volontà di Dio, è impossibile ubbidirgli. Non possiamo andare avanti “a tentativi” nella nostra ubbidienza.

Guardate Gesù: egli viene definito “la Parola” e “Dio” stesso (Gv 1:1).

“Ma se Gesù è la Parola e Dio stesso, perché passava così tanto tempo in preghiera?”.

Ricordiamo le sue parole: “…vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio” (Gv 15:15/b). Gesù insegnò ai discepoli quello che il Padre aveva voluto che loro sapessero, cioè quello di cui avevano reale bisogno. Non avevano bisogno di conoscere la data del ritorno in gloria di Gesù o la data della fine dei tempi. Questa conoscenza non sarebbe stata loro utile perché la loro fede si sarebbe rilassata. Ma era necessario per loro sapere come dovevano amarsi a vicenda o come avrebbe dovuto nascere la chiesa, su cosa sarebbe stata fondata e verso chi doveva crescere!

Dunque ti domando, se sei un insegnante: quando insegni alla tua chiesa, passi prima del tempo in preghiera per sapere come il Signore vuole guidarti nell’esporre un messaggio alla tua assemblea? Non chiedere al Signore: “Fammi predicare senza incespicare nelle parole o senza perdere il segno dei miei appunti”, perché Dio si servì nella storia biblica di balbuzienti, di oratori insufficienti, di pescatori e pastori incolti, e persino di un asino. Dunque non devi preoccuparti più di tanto della tua “arte oratoria” (e naturalmente non sto dicendo che non sia importante, ma è secondaria). Piuttosto chiedi al Signore: Fammi comprendere, mio Dio, ciò che vuoi che insegni alla tua chiesa!”.

La chiesa è la SUA chiesa: “Io edificherò la mia chiesa”, disse Gesù. Non scordiamolo mai: non ha detto: Tu edificherai la mia chiesa”, ma Io edificherò la mia chiesa”!

Sei servo nella casa del Signore, non nella tua casa. E dobbiamo dipendere da Dio per portare alla chiesa il messaggio che Dio ritiene utile che ascoltino. Non possiamo predicare seguendo le nostre idee, ma guidati dallo Spirito Santo. E per fare questo ci vuole il tempo per fermarsi davanti a Dio cercando la sua volontà. “Io altresì vi dico: chiedete con perseveranza, e vi sarà dato; cercate senza stancarvi, e troverete; bussate ripetutamente, e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, chi cerca trova, e sarà aperto a chi bussa” (Lu 11:9-10). Ciò è valido anche per le cose spirituali.

Quando Gesù dovette scegliere i dodici passò un’intera notte in preghiera (Lu 6:12-16). Non erano forse nell’insieme di tutti i suoi discepoli che lo seguivano? Non aveva forse egli stesso la capacità di vedere ciò che era nell’uomo e di conoscerne i loro pensieri (Gv 2:24-25)? Eppure passò la notte in preghiera perché voleva conoscere nello specifico la volontà del Padre rispetto a quelli che avrebbe dovuto scegliere. Tutto ciò ci dice chiaramente che se Gesù, Dio stesso uguale al Padre, aveva necessità di ricevere le direttive particolari e specifiche per il suo ministero, tanto più noi ne abbiamo bisogno. Se dunque vuoi servire il Signore, non puoi fare a meno di stare del tempo alla sua presenza, umiliandoti al cospetto del Re dei re, chiedendo a lui di darti quella sapienza necessaria per la tua vita e per la tua chiesa. Devi desiderare profondamente di essere come i Tessalonicesi, approvati da Dio a motivo delle opere della loro fede.

Dunque una fede operante preceduta dalla preghiera e dalla comunione con Dio: questo è il sale della vita cristiana. Se perseveriamo in queste cose il nostro servizio per il Signore sarà un albero colmo di frutti alla gloria di Dio.