Gesù alle nozze di Cana: l’inizio dei segni

Quali lezioni possiamo ricavare dal fatto che il primo miracolo compiuto da Gesù avvenne in un contesto insolito e per un motivo insolito? Nessun malato, perciò nessuno da guarire, ma solo una festa da non interrompere, anzi da continuare con gioia! Quale messaggio è contenuto in questo primo di tanti “segni”?

2020
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L’Evangelo scritto da Giovanni sembra rispondere all’invito di Filippo di andare a vedere Gesù. Seguiamo, perciò, l’evangelista con la giusta curiosità (cioè con “l’acuto desiderio di sapere”) per essere aiutati a conoscere Gesù.

Tre giorni dopo, ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea, e c’era la madre di Gesù. E Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». Gesù le disse: «Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta». Sua madre disse ai servitori: «Fate tutto quello che vi dirà». C’erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure. Gesù disse loro: «Riempite d’acqua i recipienti». Ed essi li riempirono fino all’orlo. Poi disse loro: «Adesso attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l’acqua ch’era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma lo sapevano bene i servitori che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: «Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora». Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.

(Gv 2:1-11)

L’inizio

 Seguendo Giovanni arriviamo in una piccola cittadina della Galilea, Cana, che significa “luogo dove vi sono i giunchi”, ed è la stessa località nella quale Gesù compì anche il miracolo della guarigione del figlio dell’ufficiale (Gv 4:46). Oggi Cana è probabilmente Kefi Kenna, villaggio a 6 km a Nord-Est di Nazaret.

Sentiamo delle voci festose, dei canti, qualcuno forse anche un po’ stonato. Ci avviciniamo e troviamo il Messia tra gente allegra in un banchetto di nozze, in qualche caso sicuramente un po’ troppo allegra; è da notare che siamo verso la fine della festa, che di solito durava una settimana (questo lo si deduce dalle parole del “maestro di tavola”: “«Ognuno serve prima il vino nuovo; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora»”).

Ricordo che questo è il primo aspetto di Gesù che Giovanni desidera farci conoscere, infatti lo annota in modo chiaro affinché tutti ne siano coscienti: “Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria”.

Perché, per manifestare ciò che lui è, non troviamo il Maestro nel tempio con indosso le sontuose vesti da sacerdote? Perché non lo troviamo nella sinagoga intento a insegnare? Stupisce che Gesù si mostri prima di tutto in mezzo ai commensali di un banchetto matrimoniale; sconcerta un po’ che l’inizio dei suoi segni sia così “profano”, l’acqua mutata in buon vino; fa pensare al fatto che Gesù mostri agli scettici, in questo modo, che può sembrare banale, ciò che di buono può venire da Nazaret, quelle “cose maggiori” che aveva promesso (v. 50). Perché?

Nel testo c’è un termine molto caro all’apostolo Giovanni (non appare nella traduzione italiana, ma nell’originale): è il sostantivo arché che, all’inizio del Vangelo, è tradotto “principio”. Nel versetto 11 si legge letteralmente: “Questo è il principio dei segni…” (arché ton semeíon).

Ciò che sto dicendo è importante per comprendere quali siano le intenzioni di Giovanni. Sappiamo che il quarto vangelo è molto diverso dagli altri che lo hanno preceduto, sia nel racconto dei fatti (buona parte inediti, come quello di cui ci stiamo occupando), sia nel contenuto: Giovanni si differenzia dai tre sinottici per la pressante preoccupazione di presentare Gesù come il Figlio di Dio, l’eterna Parola, preesistente dall’eternità, Dio con Dio. Egli dichiara chiaramente il suo intento alla fine del suo scritto (20:30, 31). Questa Parola si è incarnata, ora si presenta agli uomini e la sua prima apparizione come tale è alle nozze di Cana. L’episodio rappresenta per Giovanni l’epifania (l’apparizione) di Gesù Cristo.

Il ruolo di Maria

Non hanno più vino”. Maria si accorge di questa mancanza; ella può solo annotare la mancanza, non provvedere per questa (fa pensare…). Credere che Maria sia intermediaria tra Gesù e gli uomini non trova supporto dalla Sacra Scrittura (ancora peggio è definirla “corredentrice”). Maria annota, come qualsiasi creatura umana, una mancanza e si rivolge al Figlio perché colmi questa lacuna. Maria ci rappresenta, è dalla nostra parte, è creatura che si rivolge a Dio. Non c’è alcuna indicazione che i commensali si siano rivolti a lei affinché, con l’autorità di madre, si rivolgesse al Figlio.

Gesù capisce a quale malinteso poteva prestarsi l’intervento della madre, per questo motivo si rivolge a lei in maniera brusca: “Che c’è tra me e te, o donna?”. Sono parole che possono sembrare persino sgarbate che il Maestro rivolge alla “donna”, non alla madre. C’era, però, da stabilire un importante principio: Maria è una donna, ossia appartiene al mondo degli uomini, creature di Dio; Gesù è il Figlio di Dio, l’incarnazione del Crea-
tore. Questa distanza doveva e deve essere rispettata. L’uomo non può dire a Dio ciò che è meglio fare. Le parole di Maria possono essere intese solo come preghiera, supplica sottintesa.

Porre Maria su un piano che non le compete, è fare, in primo luogo, un torto a lei, persona umile e mansueta e, in secondo luogo, un peccato contro Dio, l’unico Creatore e Signore.

Manca qualcosa

Manca il vino, viene a mancare qualcosa nella festa, a quel tempo sicuramente non marginale. A proposito del vino ecco ciò che scrive, in una bella forma poetica, il salmista:

“Dalle sue stanze superiori Dio dà l’acqua ai monti;

La terra è saziata col frutto delle tue opere,

Egli fa crescere l’erba per il bestiame

E la vegetazione per il servizio dell’uomo,

Facendo uscire dalla terra il suo nutrimento,

E il vino che rallegra il cuore dell’uomo

(Sl 104:13-15)

Il vino è simbolo di gioia, di festa (quando è assunto nelle giuste dosi). Se viene a mancare la festa non è più tale. Per estensione possiamo dire che manca qualcosa nel matrimonio: quel qualcosa in più che rende la vita di coppia più viva, più festosa; tra loro manca quel quid che rende completa la festa. Il vino “creato” da Gesù è il migliore, tanto buono che genera lo stupore del maestro di tavola.

Gli interventi di Dio nella nostra vita non possono che migliorarla: lasciamolo, allora, intervenire, non poniamo ostacoli all’azione dello Spirito Santo! Quando il matrimonio tra coniugi credenti va in crisi uno dei motivi è senz’altro questo: hanno cessato, entrambi o uno dei due, di fare riferimento a Gesù, colui che s’interessa della loro vita singola e di coppia, colui che può dare quel qualcosa in più per rendere l’unione più felice, più serena, più stabile.

Allora non stupisce che il Figlio di Dio mostri se stesso, prima di tutto in questa circostanza. Gesù vuol dichiarare che s’interessa della famiglia, che vuol salvaguardare il matrimonio, un’istituzione a lui molto cara. Gesù sa bene che è lì che bisogna cambiare le cose, dove il bambino cresce e si forma: quel bambino che un giorno sarà uomo e prenderà delle decisioni importanti. La famiglia è il cuore della società e della Chiesa: è qui che bisogna iniziare! Anche perché è qui che Satana ha lavorato molto e continua, in un vorticoso crescendo, a distruggere questa prima istituzione creata dal Signore. È il grido di guerra del Nemico: “Distruggiamo la famiglia!”. Per distruggerla le ha provate di tutte: sostituire il matrimonio con una provvisoria e meno impegnativa convivenza, creare delle aspettative al di là della realtà, proporre delle unioni alternative, dare un’eccessiva importanza al sesso, ecc.

Se avvertiamo che nel nostro matrimonio “il vino” scarseggia, diciamolo chiaramente a Gesù (lo stesso in famiglia, nella Chiesa, nella persona). Il “vino” è festa, gioia, quel qualcosa in più che, quando viene a mancare, fa spegnere gli entusiasmi, crea tensioni…

I sei recipienti

“Sei recipienti di pietra… per la purificazione”, annota l’evangelista.

È da cogliere anche il significato simbolico del segno. Sei è il numero dell’uomo. Quei recipienti di pietra servivano per la purificazione di tipo religioso: questa appartiene alla vecchia categoria del rapporto Dio uomo. Gesù è portatore di vera novità: circa 500 litri di buon vino (il sommelier lo ha giudicato ottimo) rappresentano ciò che Dio desidera fare in noi, nella nostra famiglia, nella nostra Chiesa.

“Io sono venuto perché abbiano la vita – dirà più tardi Gesù – e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10:10). Non una vita nella mediocrità, nella frustrazione, nella continua ansia di non riuscire, ma abbondante, traboccante “la mia coppa trabocca”, afferma il salmista, Sl 23).

Il segno

È da evidenziare anche il termine usato da Giovanni: segno”.

Perché l’evangelista usa questo termine? Che cosa intende per segno?

Gesù parla di sé attraverso le opere che compie: “Perché le opere che il Padre mi ha date da compiere, quelle stesse opere che faccio, testimoniano di me” (Gv 5:36). Questi segni, e i discorsi che seguono, formano l’ossatura del Vangelo: è attraverso di essi che Giovanni vuole mostrarci Gesù.

C’è un’altra verità da sottolineare.

I miracoli possono entusiasmarci, coinvolgerci emotivamente e religiosamente – capita spesso – e noi siamo sedotti dalla spettacolarità, dalla stranezza o dalla curiosità. Il miracolo diventa così tranello, gabbia, prigione della coscienza, se visto fine a se stesso.

L’idea del “segno” c’impedisce di fermarci al miracolo in sé e ci spinge verso colui che lo ha operato: scopo del segno, infatti, è quello di indicare (l’esempio di un cartello stradale può aiutarci a capire: nessuno si ferma ad ammirare un cartello indicatore, ma procede là dove il cartello indica); il segno parla di qualcosa o qualcuno che l’ha provocato.

Il “segno” è l’impronta visibile lasciata da qualcuno o qualcosa; anche un’opera d’arte è un segno che ha in sé l’impronta di chi l’ha realizzata, infatti, come dice il salmista, “I cieli raccontano la gloria di Dio e il firmamento annuncia l’opera delle sue mani” (Sl 19:1).

Il miracolo non è il “luogo” dove stabilire la nostra religiosità, ma è il cartello che indica il “luogo” dove far dimorare la nostra anima. Purtroppo l’uomo spesso segue Gesù perché in lui vede semplicemente una fonte di benessere. Giovanni, definendo il miracolo “segno”, ha un messaggio da comunicarci: “Seguite Gesù per quello che è, non per quello che può darvi”. Troppo spesso dimostriamo di essere più attirati dai doni che dal Donatore.