Dalla disperazione alla gioia – pensieri sul libro di Rut (parte 2)

Su cosa siamo concentrati quando stiamo vivendo esperienze difficili? Tutta la nostra attenzione è rivolta al “problema” oppure rivolgiamo uno sguardo anche a chi può darci una mano per risolverlo? In quale modo la triste storia di Naomi può parlare al nostro cuore nei momenti bui, donandoci nuove speranze e nuove prospettive?

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IO NON TI LASCIO

(terza parte)

“Naomi disse a Rut: «Ecco, tua cognata se n’è tornata al suo popolo e ai suoi dèi; torna indietro anche tu, come tua cognata!» Ma Rut rispose: «Non pregarmi di lasciarti, per andarmene via da te; perché dove andrai tu, andrò anch’io; e dove starai tu, io pure starò; il tuo popolo sarà il mio popolo, e il tuo Dio sarà il mio Dio; dove morirai tu, morirò anch’io, e là sarò sepolta. Il Signore mi tratti con il massimo rigore, se altra cosa che la morte mi separerà da te!». Quando Naomi la vide fermamente decisa ad andare con lei, non gliene parlò più”.

(Rut 1:15-18)

Naomi aveva cercato di allontanare da sé entrambe le nuore perché non vedeva alcun futuro possibile per loro nel paese in cui lei stava tornando, in Betlemme di Giudea.

Alla fine Orpa si era arresa, lasciandosi convincere dalla visione pessimistica della suocera, ma l’altra nuora era rimasta a fianco di Naomi.

Naomi non riusciva a liberarsi di Rut. Quella giovane moabita non aveva forse capito che per lei non c’era speranza di rifarsi una vita in Israele? Era così cocciuta? Perché non tornava indietro anche lei come sua cognata?

Naomi fece un ultimo tentativo:

«Ecco, tua cognata se n’è tornata al suo popolo e ai suoi dèi; torna indietro anche tu, come tua cognata!».

Rut però aveva ormai preso la sua decisione. Rut non aveva alcuna intenzione di lasciare Naomi. Sarebbe stata con lei ovunque. Avrebbe rinunciato al proprio popolo per appartenere al popolo giudaico. Avrebbe lasciato i suoi idoli per riporre la sua fede nello stesso Dio di Naomi. Sarebbe stata con la suocera fino alla morte e là sarebbe rimasta anche dopo la morte della suocera per essere sepolta con lei. Rut stava in sostanza dicendo a sua suocera che non sarebbe rimasta sola perché Rut sarebbe stata la sua famiglia fino alla fine.

Rut e Orpa amavano entrambe la propria suocera ma Rut aveva una ragione in più per stare con la suocera, una ragione che emerge in maniera chiara dalla sua risposta. Rut infatti aveva scelto di confidare nello stesso Dio in cui credeva Naomi. Rut non aveva alcuna intenzione di tornare ai suoi dèi come aveva fatto Orpa perché, nel legarsi a sua suocera, lei si era anche legata al Dio d’Israele, il Creatore dei cieli e della terra, l’unico vero Dio, il Signore. Rut era talmente convinta che chiamò Dio come testimone e invocò una punizione su di sé da parte di Dio se non si fosse attenuta all’impegno di rimanere con Naomi fino alla morte.

L’atteggiamento di Rut ci fa riflettere, infatti siamo soliti considerare il rapporto nuora-suocera come un rapporto conflittuale. Ma in questo caso, considerando ciò che era pronta a fare per la suocera, possiamo dire che Rut si comportò meglio di una figlia per Naomi!

Le parole di Rut sono davvero commoventi perché non sono un semplice enunciato teologico con il quale Rut diceva di volersi legare al Dio di Naomi, ma sono parole che dimostrano una trasformazione interiore. Nel momento stesso in cui Rut stava dichiarando la sua fede nel Dio di Israele, dimostrò tale fede con un solenne impegno davanti a Dio a restare con Naomi. In pratica Rut stava dicendo: “Io non ti lascio. Rimarrò sempre con te. Chiamo Dio come testimone e che egli mi tratti con rigore se non manterrò fede alla mia parola”.

Naomi, nella sua sofferenza, aveva tentato di allontanare Rut rimandandola al suo paese e, addirittura, ai suoi falsi dei. Le sue parole possono sembrarci davvero fuori luogo! Ma quante volte anche noi, nel dolore, parliamo con leggerezza come fece Naomi? Rut sopportò le parole amare della suocera e decise di ascoltare la voce di Dio che le indicava il modo più giusto di aiutare Nao-
mi. Rut non si limitò a pronunciare parole frettolose per consolare la suocera ma le mostrò l’amore di Dio in maniera pratica.

Rut avrebbe potuto rifarsi una vita in Moab, ma preferì rinunciare alla propria vita, andando incontro a mille incertezze, pur di aiutare sua suocera. Nella sua semplicità, Rut stava esprimendo nella maniera più genuina possibile la sua fede e dimostrava in quel modo la trasformazione interiore che il Signore aveva operato in lei! Era pronta a sacrificare la sua vita pur di stare insieme a Naomi.

Come abbiamo visto, Dio non operò un miracolo eclatante per consolare Naomi ma le diede l’amore di Rut che le sarebbe stata vicino. Tante volte Dio agisce in questo modo, manifestandosi a coloro che soffrono proprio attraverso altri esseri umani che si lasciano utilizzare come strumenti nelle sue mani. Naomi non capiva ancora e non apprezzava abbastanza quel dono di Dio, ma in seguito avrebbe compreso quale tesoro Dio le aveva messo a fianco.

A volte non servono tante parole ma è importante la nostra presenza accanto all’altro. Quando siamo nella sofferenza, non abbiamo solo bisogno di qualcuno che ci ricordi che Dio ci ama ma abbiamo bisogno di qualcuno che ci mostri nella pratica l’amore di Dio per noi, qualcuno che rimanga al nostro fianco e ci aiuti a portare il nostro peso. Questo è ciò che Rut fece nei confronti di Naomi.

Quanto abbiamo da imparare da quella giovane moabita!

CHIAMATEMI MARA

(quarta parte)

 “Così fecero il viaggio assieme fino al loro arrivo a Betlemme. E quando giunsero a Betlemme, tutta la città fu commossa per loro. Le donne dicevano: «È proprio Naomi?» E lei rispondeva: «Non mi chiamate Naomi; chiamatemi Mara, poiché l’Onnipotente m’ha riempita d’amarezza. Io partii nell’abbondanza, e il SIGNORE mi riconduce spoglia di tutto. Perché chiamarmi Naomi, quando il SIGNORE ha testimoniato contro di me, e l’Onnipotente m’ha resa infelice?». Così Naomi se ne tornò con Rut, la Moabita, sua nuora, venuta dalle campagne di Moab. Esse giunsero a Betlemme quando si cominciava a mietere l’orzo”.

Rut 1:19-22

Hai mai avuto la sensazione che il mondo ti stesse crollando addosso?

Ci sono mai stati momenti della tua vita in cui vedevi solo nero? Allora puoi capire come si sentiva Naomi. Naomi era talmente abbattuta che le donne del paese stentavano a riconoscerla quando arrivò a Betlemme insieme a Rut.

Quelle donne non la vedevano da molti anni e si chiedevano con tono incredulo: «È proprio Naomi?».

La risposta di Naomi a quella domanda ci mostra tutta l’amarezza che la donna provava in quel momento della sua vita: “Non mi chiamate Naomi; chiamatemi Mara, poiché l’Onnipotente m’ha riempita d’amarezza”.

Per comprendere le parole di Naomi dobbiamo considerare che il suo nome, Naomi, nella lingua ebraica significa “mia dolcezza” o “mia delizia” mentre il nome Mara porta con sé il significato di “amarezza”, “tristezza”, “infelicità”. D’altra parte, dal suo punto di vista, la situazione era tragica: il passato le riportava alla mente i suoi cari che ora non c’erano più, il presente le sembrava un peso impossibile da sopportare, il futuro appariva senza prospettive e senza speranza. In simili circostanze il suo nome doveva suonarle come una beffa…

L’aspetto più triste delle parole di Naomi è il modo in cui lei si sente oggetto del giudizio di Dio. Per ben quattro volte in poche righe ella ribadisce il medesimo concetto con parole diverse:

  1. l’Onnipotente m’ha riempita d’amarezza;
  2. il Signore mi riconduce spoglia di tutto;
  3. il Signore ha testimoniato contro di me;
  4. l’Onnipotente m’ha resa infelice.

Naomi in quel momento era convinta che il Signore avesse usato la mano pesante nei suoi confronti. L’aveva riempita d’amarezza, l’aveva resa infelice, l’aveva spogliata di tutto, aveva testimoniato contro di lei e la stava quindi giudicando. Dopo tutto ciò che le era successo, Naomi vedeva il Signore come un giudice piuttosto che come un padre amorevole. Più che colui al quale poteva chiedere soccorso, Dio sembrava essere il suo nemico, l’artefice dei suoi mali. Si sentiva colpita da Dio e si stava rassegnando ad una vita piena d’amarezza.

Le parole di Naomi potrebbero suonare irrispettose nei confronti di Dio. Sì, è così. Ma io credo che, piuttosto che biasimarla per le sue parole, se vogliamo imparare qualcosa che può essere utile anche nella nostra vita, dobbiamo provare a metterci nei suoi panni.

Quante volte, trovandoci in situazioni difficili, sotto pressione, anche noi abbiamo detto cose che in altri momenti non avremmo neanche pensato?

Ciò che stava accadendo a Naomi è tipico di chiunque si trovi in una situazione particolarmente dolorosa. Quando il buio sembra inghiottire ogni cosa intorno a noi, è difficile essere oggettivi. In quei momenti, anche se sappiamo che Dio è potente, che ci ama e non ci abbandona, è difficile rimanere lucidi e c’è il pericolo di scivolare nello sconforto.

Ma le cose stavano davvero come Naomi aveva detto? Non possiamo fare a meno di notare che mentre pronunciava quelle parole, vicino a Naomi c’era un’altra donna, Rut, che le aveva già mostrato il suo amore restando al suo fianco ed accompagnandola in quel viaggio di ritorno a Betlemme. Naomi non era davvero sola ma in quel momento parlava come se Rut non ci fosse neanche. Come accade a chiunque si trovi nel dolore, in quel momento i suoi occhi non riuscivano a vedere ciò che il Signore le aveva donato, una nuora che si sarebbe rivelata più preziosa di sette figli (Rut 4:15).

Naomi vedeva solo ciò che le era stato tolto ma il Signore non l’aveva davvero spogliata di tutto! Il resto del libro dimostrerà che, nella sua infinita grazia, colui che a Naomi sembrava solo un giudice severo, stava già attuando il suo piano per risollevarla e darle una speranza.

Quando tutto va a rotoli, non è facile affrontare la vita in maniera serena e vedere le cose con una prospettiva equilibrata. È facile essere severi con chi, trovandosi nel dolore, sembra vacillare nella sua fede, ma quanti di noi, trovandosi al posto di Naomi, si sarebbero lamentati nello stesso modo gridando: “Dio, perché mi fai questo? Perché proprio a me?”.

Potrebbero esserci momenti bui anche nella nostra vita, momenti in cui anche noi potremmo essere tentati di dire “chiamatemi Mara perché non c’è più spazio per la gioia nella mia vita”. Preghiamo il Signore affinché in quei momenti Dio ci aiuti a non rimanere concentrati su ciò che ci è stato tolto ma su ciò che egli ci ha dato.

Forse, guardandoci intorno, riusciremo a scorgere la Rut che Dio ci ha messo al fianco per rendere il nostro cammino meno amaro. 

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