L’identità celeste della chiesa

Più volte gli apostoli ricordano ai cristiani del primo secolo che essere discepoli di Cristo ha, fra le altre conseguenze, quella di essere “stranieri e pellegrini” sulla terra perché scegliere Cristo comporta avere una nuova iden-tità e una nuova patria, significa essere sudditi di un Regno eterno che sarà reale e visibile solo al ritorno di Cristo. Quali conseguenze ha per il nostro cammino sulla terra la consapevolezza che la Chiesa è un popolo celeste e che la vera cittadinanza dei cristiani, la loro vera patria è nel Cielo e non qui sulla terra?

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Introduzione

Lidentità costituisce la definizione di chi siamo. Essa è così importante che nella società civile viene indicata su un documento che riporta i dati atti a distinguere un soggetto da tutti gli altri. Una comunità ha una sua identità in quanto entità unitaria.

La Chiesa è una comunità di persone, un popolo (1P 2:9-10), un organismo con una guida unica esercitata dal Signore Gesù Cristo, il solo Re del popolo celeste e solo Capo del corpo vivente. E l’identità della Chiesa è contenuta nel nostro unico “statuto” che è la Scrittura!

Raccogliendo le indicazioni di diversi passaggi del Nuovo Testamento comprendiamo che uno dei tratti distintivi della Chiesa è quello di essere un popolo celeste: su questo tratto cerchiamo di soffermarci per conoscere meglio che cosa il Signore ci ha fatto diventare in vista di vivere meglio il nostro cammino.

L’apostolo Paolo aveva molto chiaro questo tratto identitario quando scriveva:

“Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove aspettiamo anche il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore, che trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, mediante il potere che egli ha di sottomettere a sé ogni cosa” 

(Filippesi 3:20-21)

Il “noi” di questi versetti includeva gli autori della lettera (Paolo con Timoteo) ma anche i destinatari, cioè i credenti di Filippi che avevano creduto al Vangelo di Cristo e, analogamente, tutti i credenti in Cristo di ogni epoca e luogo che, insieme all’esperienza della salvezza eterna, hanno ottenuto anche un cambio di identità spirituale, diventando “cittadini del cielo”.

Paolo conosceva molto bene il valore dalla cittadinanza in quanto cittadino romano. Proprio grazie a questo suo status si trovava a Roma, essendosi appellato a Cesare, cosa che gli aveva evitato delle torture non consentite dalle norme dell’Impero sui suoi cittadini (At 22:25; 25:11-12; 26:32).

Anche la cittadinanza celeste, come ogni cittadinanza nelle nazioni della terra, prevede diritti e doveri.

L’apostolo sottolinea questa identità in contrapposizione ai “nemici della croce” i quali “hanno l’animo alle cose della terra” (Fl 3:18-19). Per Paolo invece l’impegno determinante della sua vita era quello di correre “verso la mèta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù” (Fl 3:14). Già, perché siamo partecipi di una “celeste vocazione” (Eb 3:1). Nel caso di Paolo poi, egli non voleva essere in alcun modo disubbidiente alla “visione celeste” (At 26:19) che aveva ricevuto.

Quindi abbiamo il Cielo come logico ambito verso il quale rivolgere il nostro cuore, mentre aspettiamo che dal Cielo venga il nostro Signore e Salvatore che ci introdurrà nel Cielo stesso donandoci un corpo trasformato.

Ma prima di proseguire è utile fare una premessa.

Che cosa distingue in modo inequivocabile il Cielo dalla terra? Per brevità lascio al lettore la lettura delle citazioni seguenti: Salmo 115:16; Isaia 55:9, 57:15; Matteo 6:10; Ebrei 9:24.

Potremmo dire che il Cielo è l’ambito nel quale Dio regna, dove Gesù siede glorificato, dove la volontà di Dio è pienamente compiuta, dove il peccato non ha rovinato le opere del Creatore e dove l’uomo, con la sua presunta sapienza, non può modificare l’andamento delle cose.

È un luogo di sicurezza assoluta, di perfezione e di gloria perché vi è la divina presenza.

Dobbiamo anche precisare, per evitare fraintendimenti, che con i termini “cielo”, “cieli” e “luoghi celesti” la Scrittura indica vari luoghi di diversa connotazione: Paolo afferma di essere stato rapito in visione “fino al terzo cielo” corrispondente al “paradiso” (2Co 12:2-4), ma in altri “luoghi celesti” risiedono “le forze spirituali della malvagità” (Ef 6:12).

Sarà il contesto di ogni brano ad aiutarci a comprendere correttamente di quale ambito si tratti.

Il privilegio della diversità

 La cittadinanza celeste distingue i credenti in Cristo dagli altri. Infatti la Chiesa riunisce coloro che hanno risposto alla chiamata celeste la quale, invitandoci ad andare a Cristo, prevedeva anche il nostro distacco irreversibile dal mondo. Gesù parla dei suoi discepoli al Padre come di “uomini che tu mi hai dati dal mondo”, “essi non sono del mondo” (Gv 17:6,16): la Chiesa è quindi l’Assemblea dei chiamati fuori dal mondo per essere cittadini del regno dei cieli.

Abbiamo dei particolari privilegi che distinguono noi credenti del Nuovo Patto da Israele, il popolo terreno di Dio. Per quanto ci riguarda, ci sia-
mo avvicinati: “alla città del Dio vivente, la Gerusalemme celeste, alla festante riunione delle miriadi angeliche, all’assemblea dei primogeniti che sono scritti nei cieli…” (Eb 12:22-23). È una analogia-contrasto che evidenzia la differenza di identità tra Israele e la Chiesa e le realtà migliori che ci riguardano.

Abbiamo dei diritti che il mondo non ha e che hanno attinenza con il Cielo: vediamone alcuni.

Benedizioni


“Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo” (Ef 1:3).

Nel Cielo non esiste benedizione che il Padre ci potesse dare e non ci abbia dato! Il suo favore è totalmente verso di noi perché siamo visti attraverso Cristo. Il seguito del brano descrive con ridondanza l’abbondanza di ricchezze spirituali che abbiamo ora: siamo stati eletti, adottati, redenti, perdonati, dotati di sapienza e intelligenza, fatti eredi e destinatari del dono dello Spirito Santo. Si tratta di beni invisibili e non terreni, ma assolutamente reali e attuali.

 Dimora stabile


“… ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nel cielo in Cristo Gesù” (Ef 2:6).

L’esperienza della salvezza ha comportato una vera e propria risurrezione spirituale che ci ha uniti in modo indissolubile a Cristo nella sua morte e nella sua risurrezione (Ro 6:5), ma anche nel suo seder-
si “alla destra della Maestà nei luoghi altissimi
(Eb 1:3). Questo indica riposo e stabilità. Conosciuto Cristo, abbiamo compreso che la nostra salvezza è frutto di un’opera già compiuta e completa che, oltre a consentire al Signore Gesù di “sedersi”, consente anche a noi di essere “seduti con lui”.

Comunione


“Così dunque non siete più né stranieri né ospiti; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio” (Ef 2:19)

Dio non ci considera più degli estranei perché siamo stati riconciliati con Lui: ci ha dato da subito la cittadinanza del cielo! Questo ha determinato delle conseguenze anche nei rapporti con gli altri che, come noi, hanno fatto la stessa esperienza di fede: siamo “con-cittadini dei santi”. Siamo un popolo, insieme ai santi di ogni tempo e luogo, e si tratta di un popolo che gode una tale “vicinanza” (v. 13: “avvicinati”) dei cittadini con il loro Re e dei cittadini l’uno con l’altro da essere allo stesso tempo una famiglia! È una grazia non dovere affrontare il cammino da soli.

Eredità


“… ci ha fatti rinascere a una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una eredità incorruttibile, senza macchia e inalterabile. Essa è conservata in cielo per voi” (1P 1:3-4).

Dio non ci ha promesso ingenti beni qui sulla terra; viviamo oggi nell’attesa di possedere l’eredità che, nel frattempo, è conservata in Cielo. Si tratta di un luogo perfettamente sicuro, non a caso Gesù invitava a farsi “tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano” (Mt 6:20)! Per cui la nostra eredità è in se stessa gloriosa ed è anche sotto perfetta protezione in vista della nostra presa di possesso.

Si potrebbe dire ancora molto sui privilegi-diritti che i cittadini del Cielo hanno ottenuto. Ma vorrei sottolineare l’importanza di ricordare continuamente quanto è meravigliosa la realtà in cui siamo stati introdotti da Dio. Il nostro presente ed il nostro futuro non è quello buio e angosciante del mondo. Per prevenire il pericolo di conformarci al mondo, dobbiamo ribadire a noi stessi
il privilegio della diversità. Era quello che aveva smarrito il popolo d’Israele quando chiese “un re che ci amministri la giustizia, come lo hanno tutte le nazioni” (1Sa 8:5).

Per cui dobbiamo apprezzare il privilegio della distinzione che il Signore fa tra il suo popolo celeste ed il mondo quanto a ricchezze e benedizioni per essere pronti ad accettare anche la diversità dal mondo quando si tratti di fare delle rinunce o assumere uno stile di vita controcorrente.

I doveri dei cittadini del cielo

Ci sono dei doveri e dei compiti per il popolo celeste.

Essere strumento di testimonianza nel mondo invisibile


… affinché i principati e le potenze nei luoghi celesti conoscano oggi, per mezzo della chiesa, la infinitamente varia sapienza di Dio” (Ef 3:10).

Nei luoghi celesti ci sono creature angeliche che osservano la Chiesa e attraverso la sua strumentalità comprenderanno la vasta sapienza di Dio. Siamo davanti a dichiarazioni che superano la nostra comprensione, tuttavia ci comunicano una responsabilità che ci impegna. Questa responsabilità deve metterci in guardia dal manipolare le cose illudendoci che con i nostri accorgimenti umani la Chiesa possa funzionare meglio. Il Signore ci indica attraverso la Sua Parola “come bisogna comportarsi nella casa di Dio, che è la chiesa del Dio vivente” (1Ti 3:15) e a questo dobbiamo attenerci se non vogliamo diffondere una testimonianza distorta della sapienza divina.

Combattere la battaglia spirituale


… il nostro combattimento infatti non è contro a sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze della malvagità, che sono nei luoghi celesti” (Ef 6:12).

Il popolo celeste di Dio deve fronteggiare una guerra spirituale che non ha nulla a che vedere con le ostilità frequenti in mezzo ai popoli della terra. I nemici sono nei luoghi celesti, sono invisibili e possono essere combattuti solo con armi anch’esse di natura spirituale. Siamo preparati per combattere? Avvertiamo la tensione della battaglia? Stiamo avanzando nella difesa e nella conquista di terreno spirituale?

Essere testimoni del rinnovamento sperimentato


Ma voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, perché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa; voi, che prima non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; voi, che non avevate ottenuto misericordia, ma ora avete ottenuto misericordia” (1P 2:9-10).

Questi versetti dicono chi siamo diventati ma indicano anche gli scopi che Dio ha per noi: dobbiamo proclamare le virtù di colui che ha trasformato la nostra vita liberandoci dalle tenebre. E dobbiamo dire agli altri che il Dio che abbiamo conosciuto può fare queste grandi cose nella vita di chiunque!

Comportarci come stranieri e pellegrini nel mondo


Carissimi, io vi esorto, come stranieri e pellegrini, ad astenervi dalle carnali concupiscenze che danno l’assalto contro l’anima, avendo una buona condotta fra i pagani, affinché laddove sparlano di voi, chiamandovi malfattori, osservino le vostre opere buone e diano gloria a Dio nel giorno in cui li visiterà” (1P 2:11-12).

I destinatari della Prima Pietro sapevano molto bene cosa significa essere “stranieri e pellegrini” (1:1): significa vivere in un paese a cui non appartieni e che attraversi mentre sei in cammino per arrivare alla tua vera patria! Come cristiani non siamo più degli estranei per Dio, ma siamo diventati degli estranei per il mondo e in esso vi risiediamo temporaneamente, spostando la nostra tenda verso la città celeste! Questo comporta una incompatibilità tra noi ed il mondo; per usare termini molto attuali in questo nostro tempo, potremmo dire che quella con il mondo è una integrazione che Dio non gradisce! Parliamo in questo frangente di integrazione di valori, di stile di vita, di mentalità. Occorre non soddisfare quelle sollecitazioni che ogni giorno ci spingono a nutrire la carne in modo da mantenere quella diversità di condotta che il mondo ha estremo bisogno di vedere.

Agire come ambasciatori di Cristo


Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio” (2Co 5:20).

Siamo gli ambasciatori in terra del regno dei cieli. La nostra testimonianza non si limita alla proclamazione delle virtù divine, ma deve trasmettere un messaggio molto preciso che supplica gli uomini a riconciliarsi con il loro Creatore. Chi non ha ancora ottenuto pace con Dio si trova in una situazione drammatica e la volontà di Dio è che possa giungere alla comunione con Dio. Noi abbiamo la responsabilità di indicare il rimedio al problema del peccato e l’amore di Dio che cerca incessantemente l’uomo.

 L’attesa del cielo

L’attesa del ritorno del Signore Gesù dimostrerà meglio di qualsiasi altra cosa che la nostra identità riguarda il Cielo. È la promessa di un evento grandioso che ci strapperà per sempre dalla terra, con tutte le sue brutture, per farci entrare nel Cielo e nella gloria.

In effetti il desiderio che quel giorno sia vicino misura il nostro grado di attaccamento alla terra o al Cielo. Se non pensiamo mai al ritorno di Gesù… forse è perché ci siamo ambientati troppo bene qui!

I primi cristiani si ricordavano a vicenda che il Signore sta per tornare con un saluto: “Marana tha” (1Co 16:22), che significa “Il Signore viene” o “Signore, vieni. Anche il momento della cena del Signore ci proietta verso il Cielo, infatti attraverso il rompere il pane ed il bere dal calice noi annunciamo “la morte del Signore finché egli venga” (1Co 11:26). Da allora in poi questo gesto, così come lo conosciamo, sarà superato!

Gesù aveva parlato del suo ritorno proprio durante l’ultima Pasqua con i discepoli. Gesù ha promesso il suo ritorno presentandolo come momento speciale per i suoi, sia perché ci introdurrà “nella casa del Padre”, sia perché ci permetterà di essere dove è Lui (Gv 14:1-6). Si tratta di una speranza che non orienta i credenti alla terra e ad una rivincita del creato sopra il male e tutti i suoi risvolti (inquinamento, guerre ecc.), ma dirige gli occhi di chi appartiene a Gesù dritti in alto, al Cielo.

Scrivendo ai Tessalonicesi, l’apostolo Paolo non può essere più chiaro:

“… perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore. Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole” (1Te 4:16-18).

Evidentemente questi credenti avevano già ben impresso questo appuntamento “sulle nuvole”, dal momento che dimostravano di essersi “convertiti dagl’idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti; cioè, Gesù che ci libera dall’ira imminente.” (1Te 1:9-10). Gesù ci porterà via dalla terra perché essa sarà il teatro dei suoi giudizi e della sua ira (Ap 6:16).

La nostra identità celeste sarà compiuta, perché da quel momento in poi porteremo l’immagine di Gesù, “il celeste”, anche con i nostri corpi (redenti):

“Il primo uomo, tratto dalla terra, è terrestre; il secondo uomo è dal cielo. Qual è il terrestre, tali sono anche i terrestri; e quale è il celeste, tali saranno anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine del terrestre, così porteremo anche l’immagine del celeste” (1Co 15:47-49).

 Alcune applicazioni conseguenti alla nostra identità

Termino portando all’attenzione tre specifiche situazioni che mettono in risalto l’identità speciale della Chiesa.

Rapporti con il potere politico

Gesù oggi non regna sulla terra e la Chiesa non regna sulla terra. Questa è una prospettiva, fa parte del programma che la parola profetica ci rivela ma non è per il tempo presente. La Chiesa non ha alcun mandato di migliorare il mondo, ma di esserne la luce (Mt 5:14; Fl 2:15).

Ovviamente dobbiamo essere dei buoni cittadini della nostra nazione, uomini che ne cercano il bene, in modo analogo a quello che dovevano fare i Giudei che si trovavano in cattività (Gr 29:7). Ma dovremmo avvertire una certa difficoltà quanto all’idea di prendere parte attiva nel governo, anche perché quasi sempre questo prevede compromessi morali che appiattirebbero la nostra diversità.

La parte attiva che sicuramente ci deve occupare è quella della preghiera per le autorità (1Ti 2:1-2), evitando le critiche agguerrite verso i politici che, quando hanno incarichi nelle istituzioni, sono per noi delle “autorità” a cui essere sottomessi.

Natura della Chiesa

La Chiesa, con la sua identità di popolo celeste, ha profonde differenze rispetto a qualsiasi altra comunità terrena. La Chiesa non è un’organizzazione, i cui organigrammi spegnerebbero la vita dell’organismo vivente, non è un’azienda in cui si persegue un profitto e la cui gestione avviene in funzione del suo massimo ottenimento; non è una associazione di cui si fa parte versando una quota d’iscrizione; non è neppure una democrazia che considera alla pari l’opinione di tutti, né un club nato per l’intrattenimento e che smetti di frequentare quando non ti piace più.

Per cui, tutti gli accorgimenti che ci vengono in mente per il buon andamento dell’assemblea cristiana devono passare al vaglio di un criterio fondamentale, per essere certi che vengano dal Signore: “Che dice la Scrittura?”.

Equilibrio nelle relazioni

Fino a che punto dobbiamo stare lontani dal mondo per comportarci come stranieri? E fino a che punto dobbiamo avvicinarci al mondo per essere ambasciatori?

Sono interrogativi che ogni credente è costretto a porsi continuamente davanti a scelte, inviti ed opportunità. Spesso questi interrogativi si presentano quando dobbiamo decidere per i nostri figli.

I due aspetti, che potremmo chiamare “santificazione” e “testimonianza”, ovviamente devono essere coniugati insieme e non visti come contrastanti. Viviamo “in mezzo ad una generazione storta e perversa” (quindi non ci isoliamo da essa) ma dobbiamo essere “irreprensibili e integri” (Fp 2:15).

A volte tutto questo si concretizza nella possibilità di incontrare persone e passare del tempo con loro ma poi dicendo che non corriamo con loro alla ricerca di vani piaceri, spiegandone il perché (1P 4:4; 3:15).

Mi sono trovato in situazioni simili quando ho accettato di uscire a cena con compagni di scuola e colleghi di lavoro ma non ho proseguito la serata con loro in altri locali.

Non sto stabilendo delle regole, ma è doveroso porci il problema e, se avvertiamo il disagio, in questo vedremo un piccolo segnale della nostra appartenenza alla patria del Cielo.