Gesù e i suoi fratelli: La vera gloria

I fratelli di Gesù cercarono, in occasione della festa delle Capanne, di utilizzare quel loro particolare fratello per la propria gloria personale, per il loro tornaconto. Dobbiamo chiederci: ma noi siamo davvero diversi da loro? È vero che non cerchiamo la nostra gloria personale ma solo quella di Dio? È importante rispondere a queste domande per evitare che il nostro “servizio” diventi una egoistica ricerca di gloria personale.

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Introduzione

Il calendario ebraico è costellato di feste, molte delle quali ricordano avvenimenti lontani nel tempo che hanno il Signore come protagonista e hanno dato una svolta alla storia del popolo. La festa di Pasqua è antica di 3500 anni e ancora oggi è ricordata con un cerimoniale antico e con esuberante gioia. C’è un’altra festa che, con la Pasqua e la Pentecoste, forma la triade delle ricorrenze più importanti: è la Festa delle Capanne. Inizia il 15° giorno del settimo mese del calendario ebraico (Tishri: settembre-ottobre, il tempo della vendemmia; è chiamata anche “Festa della raccolta”) e si protrae per sette giorni.

Il popolo ringrazia il Signore per la raccolta (soprattutto grano e uva), ricorda la vita nomade nel deserto e di come Dio ha miracolosamente provveduto per loro.

L’episodio cui faremo riferimento è avvenuto durante questo periodo (7:2).

Or la festa dei Giudei, detta delle Capanne, era vicina. Perciò i suoi fratelli gli dissero: «Parti di qua e va’ in Giudea, affinché i tuoi discepoli vedano anch’essi le opere che tu fai. Poiché nessuno agisce in segreto, quando cerca di essere riconosciuto pubblicamente. Se tu fai queste cose, manifèstati al mondo». Poiché neppure i suoi fratelli credevano in lui. Gesù quindi disse loro: «Il mio tempo non è ancora venuto; il vostro tempo, invece, è sempre pronto. Il mondo non può odiare voi; ma odia me, perché io testimonio di lui che le sue opere sono malvagie. Salite voi alla festa; io non salgo a questa festa, perché il mio tempo non è ancora compiuto». Dette queste cose, rimase in Galilea. Ma quando i suoi fratelli furono saliti alla festa, allora vi salì anche lui; non palesemente, ma come di nascosto…

Verso la metà della festa, Gesù salì al tempio e si mise a insegnare. Perciò i Giudei si meravigliavano e dicevano: «Come mai conosce così bene le Scritture senza aver fatto studi?». Gesù rispose loro: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato. Se uno vuol fare la volontà di lui, conoscerà se questa dottrina è da Dio o se io parlo di mio. Chi parla di suo cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l’ha mandato, è veritiero e non vi è ingiustizia in lui»…

Perciò alcuni di Gerusalemme dicevano: «Non è questi colui che cercano di uccidere? Eppure, ecco, egli parla liberamente, e non gli dicono nulla. Che i capi abbiano riconosciuto per davvero che egli è il Cristo?»…

Nell’ultimo giorno, il giorno più solenne della festa, Gesù stando in piedi esclamò: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno». Disse questo dello Spirito, che dovevano ricevere quelli che avrebbero creduto in lui; lo Spirito, infatti, non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora glorificato”

Gv 7:1-10; 14-18; 25-26 e 37-39

Divideremo l’episodio in due parti: nella prima (3-9) troviamo l’invito dei fratelli di Gesù di andare a Gerusalemme per la festa e il suo rifiuto; nella seconda parte (10-53) troviamo Gesù alla festa, il suo lungo discorso e la reazione degli ascoltatori. Da questo brano evangelico trarremo degli spunti di riflessione su due modi di concepire la gloria.

Quale gloria?

Fu vera gloria?”, si chiede il poeta, a proposito di Napoleone. “Ai posteri l’ardua sentenza”.

Noi, posteri, giudichiamo che quella del piccolo imperatore, non è stata vera gloria, almeno dal punto di vista divino. Anche nel brano in questione è ben evidenziata l’abissale differenza che c’è tra il punto di vista dell’uomo e quello di Dio, nel modo di valutare ciò che è glorioso e ciò che non lo è. La fede ci spinge sempre verso la scelta di accettare il punto di vista divino, così com’è esposto nella sua Parola, anche se la nostra ragione lo considera paradossale, non conforme a ciò che è l’opinione comune.

I fratelli di Gesù

Sulla questione “fratelli”, vi sono tre opinioni divergenti. La posizione cattolica: non sono fratelli nel senso stretto del termine, ma parenti. La posizione ortodossa: sono fratelli, ma solo da parte di padre; ritengono, infatti, che Giuseppe fosse vedovo e i “fratelli” sono i figli nati dal precedente matrimonio.

La posizione evangelica diverge dalle due citate: i fratelli sono veri fratelli, nati dopo Gesù, dall’unione di Giuseppe e Maria. La verginità nel mondo ebraico ai quei tempi non era considerata un valore assoluto, e avere dei figli era valutato come una benedizione divina. Le indicazioni del Nuovo Testamento indirizzano chiaramente verso la scelta operata dagli evangelici, mentre quella cattolica, motivata soprattutto dalla ragione di difendere la perpetua verginità di Maria, non ha sostegni biblici (vedi Matteo 12:46-50; 13:55, 56; Marco 6:2, 3; Atti 1:14). Vi sono anche testimonianze extra bibliche. Origene, nei suoi scritti, è favorevole a questa ipotesi. Inoltre Egesippo, uno scrittore cristiano, nel resoconto di un processo avvenuto sotto Domiziano, cita due contadini ebrei, Zoser e Giacomo, che furono accusati di essere cristiani (ricordo che sotto questo imperatore c’è stata una delle più feroci persecuzioni contro i seguaci di Cristo).

L’autore nomina queste due persone come nipoti di Giuda, “fratello di Gesù, secondo la carne” (non è il Giuda che lo ha tradito, ma, appunto, suo fratello, nominato da Matteo e autore della omonima lettera neotestamentaria).

Un desiderio che nasce dall’ego

“Parti di qua e va’ in Giudea, affinché i tuoi discepoli vedano anch’essi le opere che tu fai. Poiché nessuno agisce in segreto, quando cerca di essere riconosciuto pubblicamente. Se tu fai queste cose, manifèstati al mondo”.

Questi fratelli avevano un desiderio: che Gesù manifestasse chiaramente di quali poteri poteva disporre per avere così un numero maggiore di discepoli. Tra le righe possiamo intravedere questa idea: del suo successo, della sua gloria possiamo averne dei benefici anche noi. Il loro desiderio nasce nel fertile terreno dell’ego, dal considerare la propria persona degna di ricevere gloria. Dobbiamo riconoscere che questo è un desiderio molto diffuso e che spesso si nasconde anche tra le pieghe del nostro io.

Ci chiediamo: perché i fratelli spinsero Gesù ad andare a Gerusalemme? Che cosa si nasconde dietro le loro parole? La loro sembra una buona idea: chiedono al fratello di manifestarsi, non è forse lecito?

Dobbiamo dedurre che il loro invito non nasce né dalla fede, né dall’amore per Gesù, ma da qualcos’altro. È da notare l’inciso dell’evangelista: “Poiché neppure i suoi fratelli credevano in lui”. La loro proposta, perciò, nasce da un cuore che non ha ancora conosciuto la vera natura del loro “strano” fratello. S’interessano di Gesù, ma non per giusti motivi. Ed erano suoi fratelli…

Non capita anche a noi, qualche volta, d’interessarci dei fratelli, o delle cose di Dio, per motivi che non provengono dallo Spirito? È una domanda che ciascuno di noi deve porsi, davanti al Signore. Chi di noi, parente prossimo di un uomo con simili poteri, non avrebbe avuto la stessa tentazione? Guardiamoci intorno: che cosa è disposto a fare un essere umano per il successo, per un attimo di gloria? La nostra TV è ormai impregnata (direi soffocata) da quelli che definiscono reality show: tante occasioni per tante persone, per un assaggio di “gloria”. Recentemente ho letto il libro dedicato a Eric Liddle dal quale è stato tratto il famoso film “Momenti di gloria”. Egli, pur considerato il favorito, alle Olimpiadi di Parigi del 1924 rifiutò di partecipare alla gara dei 100 metri perché si svolgeva di domenica (conquistò in seguito il bronzo nei 200 metri e l’oro nei 400 che si svolsero in altri giorni). Il suo desiderio era quello di dare gloria a Dio rispettando il giorno di riposo. Ma, senz’altro molto più di questo, egli nel pieno della fama sportiva e ancora giovane, dedicò la sua vita all’opera missionaria in Cina. In seguito morì in un campo di prigionia giapponese. La gloria di Dio prima di tutto!

La prima cosa che notiamo, leggendo l’episodio, è lo strano comportamento di Gesù: perché rifiuta l’invito dei fratelli con la motivazione “il mio tempo non è ancora compiuto” (v. 8; simile a ciò che disse rivolto a Maria, durante le nozze di Cana) e in seguito va alla festa, di nascosto (v. 10)? Ha forse cambiato idea? Un simile atteggiamento da parte nostra non sarebbe poi tanto strano: quante volte abbiamo cambiato idea! Ma non credo che questo sia applicabile a Gesù.

È da notare che essi non si preoccupano del rischio cui lo espongono spingendolo in Giudea. Vogliono che salga subito a Gerusalemme e lì compiere i suoi miracoli mettendosi in mostra e acquistare così una fama maggiore. Gerusalemme è la capitale ed è sicuramente un “trampolino di lancio” di maggior presa rispetto alla Galilea, dov’era già conosciuto.

Chi desidera la gloria non può fermarsi alla piccola provincia i cui abitanti erano visti come dei rozzi illetterati da chi nella scala sociale si considerava un gradino più in alto. Più o meno ciò che ha suggerito il diavolo nella famosa tentazione nel deserto (Mt 4:5-7).

Sfruttare le proprie doti per cercare popolarità è una tentazione continua, per la Chiesa e per il singolo credente. Questo era il loro sentimento nei confronti del Maestro. Forse avranno pensato: se lui diventa celebre, noi, suoi fratelli, lo saremo con lui.

“Il mio tempo non è ancora venuto; il vostro, invece, è sempre pronto” (v. 6).

Volete la gloria? Cercatela, ma da soli! L’atteggiamento dei fratelli assomiglia molto a quello della folla che ha cercato il Maestro per farlo re, dopo aver mangiato i pani e i pesci. Viene quindi ribadito il concetto che l’uomo si serve spesso della religione per motivi poco nobili. Ancora una volta siamo interrogati intorno al motivo per cui c’interessiamo della “religione”.

Gesù va alla festa, ma non palesemente, di nascosto, non per cercare gloria secondo il suggerimento dei suoi fratelli, ma per servire.

La maggior parte della sua vita è vissuta nell’ombra: quanti erano presenti nella stalla? Quanti sul Golgota? Quanti davanti alla tomba? Se siamo in cerca di gloria, se cerchiamo Gesù solo per soddisfare i nostri desideri personali, andiamo pure a Gerusalemme, ma da soli, senza di lui!

La gloria vera

Appena saputo che Gesù era arrivato, i Giudei lo cercano e certamente non per accoglierlo festosamente. Usano nei suoi confronti un’espressione che rivela il loro stato d’animo: “Dov’è quel tale?”. Ripetiamo per non essere fraintesi: per “Giudei” Giovanni non intende il popolo, ma in particolare i capi religiosi (v. 13). L’opinione della gente, infatti, era divisa: chi diceva che era un persona per bene, altri, invece, che era un sobillatore. Le persone discutevano tra loro, ma sottovoce per paura dei capi religiosi che non desideravano che si parlasse di Gesù.

Ad un certo punto succede qualcosa che non ci saremmo aspettati:

“Verso la metà della festa, Gesù salì al tempio e si mise a insegnare” (v. 14).

Ancora una volta il Maestro stupisce e fa parlare di sé. Perciò i Giudei si meravigliavano e dicevano:

“Come mai conosce così bene le Scritture senza aver fatto studi?” (v. 14).

Il suo discorso ha delle reazioni diverse e contrastanti (15, 20; 25-27; 30; 40-44; 46). Difficile rimanere neutri di fronte a Cristo: o si ama, o si odia. L’indifferenza nei suoi confronti è già un peccato del quale l’uomo dovrà rendere conto.

Soli Deo gloria

Nel discorso di Gesù troviamo una frase che ci riporta al tema di cui ci stiamo occupando:

“Chi parla di suo cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l’ha mandato, è veritiero e non vi è ingiustizia in lui” (v. 18).

In altre parole: chi cerca di esaltare se stesso, di porsi al centro degli interessi, desidera una gloria effimera che dura un istante, come una bolla di sapone, fragile e piena di nulla.

L’egotismo, che induce a porsi al centro dei propri discorsi e a considerare le proprie esperienze come le uniche giuste e valide, è chiaro sintomo di egolatria, cioè di adorazione di se stessi.

Chi più e chi meno, siamo tutti egocentrici e alla ricerca di una gloria personale. Il sistema per uscire fuori da questo stato c’è: cercare la gloria di Dio, ripetere con forza, quasi gridando, uno dei capisaldi della Riforma: Soli Deo gloria.

Il Padre Nostro (il modello di preghiera insegnatoci da Gesù) ci ricorda che prima di ogni altra cosa dobbiamo ricercare la gloria di Dio:

“Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno e sia fatta la tua volontà”.

Solo se poniamo Dio al centro dei nostri pensieri e dei nostri interessi, ci sarà vera gloria per noi: una gloria di riflesso, ma pur sempre gratificante.

La reazione dei soldati mandati dai capi religiosi per arrestare Gesù, è interessante:

“Nessuno parlò mai come quest’uomo!”.

Queste parole assomigliano molto a quelle pronunciate dai discepoli, nell’episodio precedente:

“A chi ce ne andremmo noi? Tu solo hai parole di vita eterna”.

C’è un discorso nuovo che deve essere valutato; un discorso diverso da quello che pronuncia la gente e tra questa poniamo anche noi stessi; un discorso nuovo e diverso che deve essere accettato per vero se vogliamo che qualcosa cambi nella nostra esistenza, per dare a essa senso e valore, che è vera gloria.

Bere per diventare fonte

Di tutto il discorso di Gesù vorrei portare l’attenzione su una parte (37-39).

Nell’ultimo giorno…”

era quello il giorno più solenne della festa. In questo giorno si faceva un particolare rito: si prendeva dell’acqua dalla vasca di Siloe con un vaso d’oro, in processione, con musica e canti, si portava davanti all’altare e si versava dentro i vasi d’argento posti sul medesimo. Quest’acqua ricordava la roccia percossa e che diede acqua in abbondanza al popolo assetato. Si cantava il Grande Hallel (Salmi 113-118) e si citava Isaia 12:2-6. Era una cerimonia solenne e festosa che chiudeva il ciclo delle tre grandi feste ebraiche. Gesù approfitta della situazione per annunciare la salvezza in lui.

Se qualcuno ha sete”

L’invito di Gesù non è rivolto a tutti, ma solo a una particolare categoria di persone: coloro che hanno sete. In altri termini, chi avverte e confessa che qualcosa manca nella propria vita; si tratta di riconoscere che la vita dell’uomo, creatura a immagine di Dio, non può essere solo soldi, sesso e successo (le tre esse che formano la Troika che governa la nostra società). Uscire da questa mentalità è determinante per essere discepoli di Gesù.

Venga a me e beva”

Due azioni sono richieste: andare e bere. Non basta andare a Gesù, occorre bere. Se andare a lui è un’azione una tantum (la conversione) il bere può rappresentare un’azione costante, continua; abbeverarsi di Cristo, della sua Parola, ogni giorno, in ogni occasione che lui ci presenta.

Chi crede in me”

Seguendo il modo ebraico di esprimersi tramite il parallelismo, andare a Gesù e bere significa credere. Credere in Gesù non è limitato all’accettazione della sua realtà ma significa porre la nostra fiducia in lui, una fiducia che si manifesta con l’ubbidienza. Un credere che non diventa obbedienza, che non si nutre di Cristo giornalmente, tramite la sua Parola, è la fede che hanno anche i demoni (Gc 2:19).

Fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”

è simile a ciò che disse alla Samaritana (4:14). Una felice prospettiva per il credente: diventare a sua volta fonte di benedizione. Da persona arida, in cerca sempre di qualcosa che possa soddisfarlo, in cerca d’affetto, di serenità a persona che può donare ad altri quelle cose che lui stesso cercava; egli diventa collaboratore di Dio per la benedizione di altre persone, dei suoi familiari in primis. Diventare fonte di benedizione ci dà la certezza di essere benedetti da Dio.

Questo è il cristianesimo e se non è la nostra realtà, qualcosa non sta funzionando come dovrebbe; questa è la gloria che Dio riserva ai suoi.