Gesù e il cieco: credere per vedere

Un incontro solo apparentemente casuale, ma in realtà voluto e cercato da Gesù ci pone davanti un uomo afflitto da cecità congenita. Quale atteggiamento ebbe il nostro Signore nei suoi confronti? E quale fu l’intervento che egli operò per la sua guarigione e che rappresenta, ancora per noi oggi, una metafora che ben illustra la nostra condizione naturale ed i nostri bisogni?

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Introduzione

Mi è capitato di voler esperimentare la realtà della cecità, camminando a occhi chiusi in una strada che conoscevo bene, dopo essermi accertato che non c’era nessuno in giro. Solo dopo pochi passi, una decina circa, ho avvertito un profondo disagio che mi ha costretto ad aprire gli occhi (provate anche voi, poi raccontatemi com’è andata).

La vista è un grande dono che Dio ci ha fatto ed esserne privi è certamente un impoverimento. Abbiamo mai ringraziato il Signore per i doni che ci ha fatto o prendiamo tutto per scontato come se tutto ci fosse dovuto? C’è stato un episodio nella vita di Gesù che ha avuto come protagonista un cieco al quale lui ha donato la capacità di vedere.

 

“Passando vide un uomo, che era cieco fin dalla nascita… I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui…

Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare. Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo». Detto questo, sputò in terra, fece del fango con la saliva e ne spalmò gli occhi del cieco, e gli disse: «Va’, lavati nella vasca di Siloe» (…). Egli dunque andò, si lavò, e tornò che ci vedeva…

Condussero dai farisei colui che era stato cieco. Or era in giorno di sabato che Gesù aveva fatto il fango e gli aveva aperto gli occhi. I farisei dunque gli domandarono di nuovo come egli avesse ricuperato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Perciò alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non è da Dio perché non osserva il sabato». Ma altri dicevano: «Come può un peccatore fare tali miracoli?» E vi era disaccordo tra di loro.

Essi dunque dissero di nuovo al cieco: «Tu, che dici di lui, poiché ti ha aperto gli occhi?» Egli rispose: «E un profeta». I Giudei però non credettero che lui fosse stato cieco e avesse ricuperato la vista, finché non ebbero chiamato i genitori di colui che aveva ricuperato la vista…

Essi dunque chiamarono per la seconda volta l’uomo che era stato cieco, e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Egli rispose: «Se egli sia un peccatore, non so; una cosa so, che ero cieco e ora ci vedo»…

Essi gli risposero: «Tu sei tutto quanto nato nel peccato e insegni a noi?» E lo cacciarono fuori. Gesù udì che lo avevano cacciato fuori; e, trovatolo, gli disse: «Credi nel Figlio dell’uomo?» Quegli rispose: «Chi è, Signore, perché io creda in lui?» Gesù gli disse: «Tu l’hai già visto; è colui che parla con te, è lui». Egli disse: «Signore, io credo». E gli si prostrò dinanzi. Gesù disse: «Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi». Alcuni farisei, che erano con lui, udirono queste cose e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?» Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane»”

(Giovanni 9:1-41).

 

Da questo episodio prenderemo spunto per alcune considerazioni, sempre legate alla persona di Gesù Cristo, colui che vogliamo “vedere”, anzi di più, “contemplare”, seguendo l’esempio di uno dei discepoli:

Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita” (1Gv 1:1).

Quale differenza c’è tra vedere e contemplare? La diversità la troviamo sia nella sfera temporale sia in quella personale. Per vedere, basta un attimo, mentre per contemplare occorre più tempo. La stessa differenza che c’è tra il leggere e il meditare. C’è, poi, anche una differenza nell’atteggiamento della persona: contemplare richiede un interesse che per vedere può essere assente. Noi desideriamo non solo vedere Gesù, ma contemplarlo, assistere meravigliati al suo modo di parlare e di agire, a come lui si relazionava con le persone del suo tempo. Non è un caso che insistiamo sul dono della vista per introdurre il tema della cecità.

Male e malattia sono legati dalla stessa etimologia e qualche volta sono interscambiabili. Il primo richiama soprattutto l’aspetto morale mentre il secondo riguarda lo stato fisico e mentale. C’è una relazione tra loro? È quello che cercheremo di vedere.

Racconti veri, non miti

“Passando vide un uomo, che era cieco fin dalla nascita…”.

Lo scrittore cerca di essere preciso nel suo racconto. Non si tratta di una malattia temporanea, come alcuni affermano vanificando così l’opera miracolosa di Gesù. Una certa teologia liberale ha cercato di eliminare i miracoli dai Vangeli, dando una spiegazione razionale agli eventi. Siccome l’elemento religioso non rientrava negli angusti schemi della sua teologia (sarebbe più corretto definirla filosofia, perché considera la Bibbia come prodotto umano e non come rivelazione), Bultmann ha voluto demitologizzare il contenuto biblico, togliendo da esso l’elemento miracoloso considerandolo mito. Noi pensiamo che la Bibbia sia il racconto degli interventi di Dio nella storia umana e che il sacro libro stesso è di per sé un miracolo. Togliere l’aspetto miracoloso dai racconti biblici, significa, di fatto, negare a Dio la possibilità d’intervenire nella nostra storia.

Peccato e cecità

“I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui…»”

La domanda dei discepoli potrebbe apparire strana, segue invece la logica del tempo che considerava la malattia come diretta conseguenza del peccato. Si potrebbe obiettare: come poteva quell’uomo aver peccato, se era cieco fin dalla nascita? Ha forse peccato prima di nascere?

Alcuni rabbini del tempo pensavano che si potesse peccare già dal ventre materno e la domanda dei discepoli rispecchia questa credenza. La risposta di Gesù, però, non segue questa logica, anzi addirittura afferma che non c’è una stretta relazione del peccato con la malattia; naturalmente si parla del peccato personale, non quello generale.

Dalla Scrittura apprendiamo che la morte e la malattia sono una diretta conseguenza del peccato di Adamo: come il peccato, anche la morte e la malattia fanno parte dell’esperienza umana e sono un’eredità adamitica. Male (morale) e malattia sono in stretto rapporto, ma solo in senso generale, non personale.

Per essere più chiari: non ogni peccato (personale) ha come conseguenza una punizione divina attraverso una malattia o una disgrazia. Vero è che un certo modo di vivere disordinato può provocare delle malattie (fumo, abuso di alcool, uso di droghe ecc.), ma non sempre c’è una stretta relazione tra il peccato commesso e la malattia.

Per ritornare al nostro racconto diremo che la cecità di questo uomo non è la conseguenza diretta di qualche peccato da lui commesso prima ancora di venire alla luce, o dei suoi genitori, ma è sicuramente frutto del peccato in generale.

Gesù, luce del mondo

“«Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo». Detto questo, sputò in terra, fece del fango con la saliva e ne spalmò gli occhi del cieco, e gli disse: «Va’, lavati nella vasca di Siloe» (…). Egli dunque andò, si lavò, e tornò che ci vedeva…”

Non è l’unica volta che Gesù usa questa espressione: luce del mondo (l’ha usata, se ricordate, anche in occasione dell’incontro con la donna adultera; Gv 8:12). Che cosa intende affermare con questa espressione metaforica?

È da notare che la metafora della luce è presente in forma massiccia negli scritti dell’apostolo Giovanni ed è un concetto a lui caro (nel suo evangelo il termine lo troviamo in 17 passi, mentre nelle sue lettere è presente altre cinque volte: 14:5, 7, 8, 9; 3:19, 20, 21; 5:35; 8:12; 9:5; 11:9, 10; 12:35, 36, 46; 16:21; 1Gv 1:5, 7; 2:8, 10). Già nel prologo del suo vangelo, l’apostolo pone in evidenza questo aspetto della persona di Gesù:

“In lei [la Parola, Gesù Cristo] era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta. Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo”.

In queste righe del vangelo è presente, in forma sintetica, tutta l’esperienza terrena di Gesù, il Logos (la Parola) che illumina. Ci potremmo chiedere: come mai Giovanni fa largo uso di questo concetto, mentre per gli altri evangelisti è in pratica assente?

La probabile risposta sta nel periodo in cui Giovanni scrisse (verso la fine del primo secolo); in questo momento storico già circolavano nella Chiesa le prime idee gnostiche che avranno tanta diffusione nel secondo secolo. Senza scendere nei particolari di tale eresia, diciamo solo che l’apostolo la combatté usando la stessa terminologia e gli stessi concetti (la contrapposizione tra luce e tenebre era un concetto caro agli gnostici). La luce non è qualcosa che l’uomo può ricercare nella propria interiorità, ma è una persona divina: Gesù, il Cristo. Se l’uomo vuol conoscere (gnosi) la verità, non deve guardare dentro di sé, ma a qualcuno che è esterno e sopra di sé. La vera luce, è venuta tra gli uomini, non è dentro gli uomini.

La luce è vita

Alla luce è legata la vita, il calore, la possibilità di vedere: tutto questo è Gesù, per chi crede in lui. La mancanza di fede ci fa rimanere nelle tenebre, che sono simbolo di morte, freddezza, cecità. Non è un caso che la luce sia la prima cosa creata da Dio (Ge 1:1-4). Senza la luce, lo sappiamo, non è possibile che la vita (così come la conosciamo) venga in essere e si sviluppi. Per questo motivo la luce assurge a simbolo di vita, anche in campo spirituale; ed è anche per questo motivo che entrambi, luce e vita, sono associati a Gesù (vedi Gv 1:4).

In che senso Gesù è luce-vita?

Egli, quale Dio, è il creatore della luce-vita:

“Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta” (Gv 1:3).

Nella sua incarnazione è stato luce in quanto ci ha rivelato la verità intorno al Padre e a noi stessi:

“Gesù gli disse: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre»” (Gv 14:9).

La luce, perciò, è anche conoscenza che si contrappone alle tenebre, simbolo di morte e ignoranza:

“Il popolo che stava nelle tenebre, ha visto una gran luce; su quelli che erano nella contrada e nell’ombra della morte una luce si è levata” (Mt 4:16).

I concetti di luce, vita e conoscenza s’intrecciano e formano la trama che si muove sull’ordito rappresentato dalla persona di Cristo.

La religione e la vera fede

Il cieco guarito dal Signore è prelevato e portato davanti ai Farisei per essere interrogato. È evidente lo scopo: screditare Gesù. L’unica accusa che potevano fare al Maestro era quella di non aver osservato il sabato (v. 16). La mancata osservanza del sabato faceva di Gesù un peccatore e i miracoli da lui compiuti non potevano essere d’origine divina (riprenderemo e svilupperemo maggiormente il concetto in un altro episodio). Il disaccordo esistente tra loro gli impedisce di passare dalle parole ai fatti (per ora!).

L’interrogatorio continua. Ora mettono in dubbio la cecità dell’uomo (come fanno alcuni negatori della fede cristiana) e chiamano i genitori dell’ex-cieco. Loro, chiaramente, confermano la malattia del figlio. Nel prosieguo dell’interrogatorio notiamo una frase del cieco relativa a Gesù che spiazza i Farisei:

“Se egli sia un peccatore, non so; una cosa so, che ero cieco e ora ci vedo”.

L’uomo guarito non sa molto delle complicate idee religiose di chi lo sta interrogando, ma sa bene che cosa gli è capitato. L’esperienza gioca un ruolo importante nella fede cristiana: è la testimonianza che ciò che nella Bibbia è affermato è vero e non sono solo belle pie parole. Le promesse di Gesù hanno il loro parziale adempimento adesso, in questa vita. Da non dimenticare che l’adempimento è, per ora, solo un’ombra di ciò che sarà e ciò che esperimentiamo è il “già e non ancora”.

I Farisei, nella loro saccente arroganza, non accettano che qualcuno mostri loro così semplicemente la realtà dei fatti: “«Tu sei tutto quanto nato nel peccato e insegni a noi?» E lo cacciarono fuori”. Quando la verità è dimostrata con i fatti, quando non è più possibile contestarla, si contrasta con la prepotenza. Da sempre un certo tipo di religiosità ha contrastato la fede, perché dove c’è l’una non può esserci l’altra. I Farisei sono i rappresentanti della religione che ha abbandonato la fede e che si contrappone a Cristo. Sì, purtroppo, è possibile essere dei bravi religiosi senza possedere la fede; è possibile essere fedeli e pii osservanti di riti e regole religiose e aver rinnegato ciò che è essenziale alla fede (vd 2Ti 3:5). Anzi, l’essenza stessa della religione, che è lo sforzo umano di guadagnarsi dei meriti presso Dio, è la negazione della fede, che è essenzialmente l’accettazione riconoscente dei doni di Dio.

Che cosa ha fatto il cieco per meritarsi l’intervento miracoloso di Gesù? Nulla, assolutamente nulla. Aveva forse fede? Il testo ci dice che la fede l’ha avuta dopo l’intervento (vv. 35-38). La fede cristiana non è “fare qualcosa”, ma “accettare qualcosa”. Dio sa che, nella mia situazione di peccato, qualsiasi cosa faccia è sempre un pasticcio, per questo motivo mi chiede solo che io accetti il suo intervento. Il cieco avrebbe potuto sputare per terra migliaia di volte e fare una montagna di fango, ma la sua cecità sarebbe rimasta. Così è, spiritualmente parlando, per ogni uomo. Solo dalla bocca di Cristo può uscire una virtù che sana, redime e trasforma.

Cecità e peccato

“Gesù disse: «Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi». Alcuni farisei, che erano con lui, udirono queste cose e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?» Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane»”.

Pur essendo un episodio realmente accaduto, tutto il racconto assume anche carattere metaforico per indicare un altro tipo di cecità, quella spirituale.

All’inizio raccontavo del disagio che ho provato nel fare pochi passi ad occhi chiusi: è un’esperienza che chiunque possiede il dono della vista, può fare.

Il non vedente sa bene quanto disagio, quanti ostacoli in più si è costretti a superare, quando si è mancanti di quest’organo sensoriale. Non è solo una questione di disagio e di ostacoli in più, ma si è privati della possibilità di conoscere la bellezza della realtà che ci circonda. Il non vedente, specialmente se è tale fin dalla nascita, ha la possibilità di sviluppare maggiormente altri organi sensoriali che, in qualche modo, possano supplire la mancanza della vista.

Così non è in campo spirituale. Perché il cieco è anche sordo, ed è mancante di qualsiasi strumento che lo possa mettere in relazione con Dio. La cecità spirituale è qualcosa di più radicale, sicuramente peggiore di quella fisica, a tal punto che è anche definita morte.

Se la malattia spirituale è peggiore di quella fisica, anche l’intervento di Gesù assume carattere più incisivo: non si tratta di dare la vista a un cieco (che sarebbe già tanto), ma la vita a un morto.

Ecco che i temi di cui abbiamo parlato all’inizio, s’intrecciano di nuovo: luce-vita, tenebre-
morte.

Chi incontra Gesù può avere luce e vita, chi preferisce rimanere in una religiosità che, di fatto, ha rinnegato la fede, rimane nelle tenebre-morte.