Gesù e Maria di Betania: spreca la tua vita per Gesù

Siamo di fronte a un episodio che c’interrogherà. Siamo pronti ad accogliere la Parola di Dio come hanno fatto i Tessalonicesi? Paolo, parlando di loro, disse: “…noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio…”. La predicazione, quando è fondata sulla Parola di Dio, guidata e sostenuta dallo Spirito Santo, non è “parola di uomini”, ma “parola di Dio”.

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Maria, un atto d’amore e di fede


Il titolo che ho dato a quest’episodio è
“Spreca la tua vita per Gesù”. Nel corso della lettura capirete il motivo di questo titolo.

Anche in questo episodio si muovono diversi personaggi: Gesù (sempre al centro del racconto), Maria, Giuda, i Giudei e i capi sacerdoti. Esamineremo il comportamento di ognuno di loro e faremo delle considerazioni. Prima di procedere occorre soffermarci un attimo sulle note preliminari nelle quali l’evangelista ci conduce dentro il racconto:

“Gesù dunque, sei giorni prima della Pasqua, andò a Betania dov’era Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. Qui gli offrirono una cena; Marta serviva e Lazzaro era uno di quelli che erano a tavola con lui”

(Gv 12:1-2)

Come spesso fa, l’evangelista introduce l’episodio con delle note: queste, spesso, ci aiutano a comprendere il testo stesso. Innanzi tutto assaporiamo il senso di storicità che Giovanni ci offre. Ciò che racconta non sono “favole abilmente inventate”, come afferma Pietro (2P 1:16), ma è storia. Gesù non è vissuto in un mondo parallelo, utopico, ideale, virtuale, ma nel nostro mondo, nella nostra storia. Diffidate di chiunque elimini o sottovaluti il senso di storicità che i racconti biblici hanno.

Prima di tutto vorrei farvi notare una cosa: siamo al dodicesimo capitolo, circa alla metà del Vangelo che conta 21 capitoli. Giovanni dedica metà del suo vangelo all’ultima settimana di vita di Gesù: metà del suo scritto per raccontare una settimana di vita.

“Non è un caso – scrive Ben Witherington – che i Vangeli siano stati definiti racconti della passione preceduti da un lunga introduzione”[1].

Perché questa scelta? La risposta merita più spazio di quello che ora possiamo dedicargli, diciamo solo che questa scelta è dovuta al fatto che gli eventi dell’ultima settimana sono al centro dell’esistenza terrena di Cristo e rappresentano lo scopo principale della sua incarnazione.

Da queste note apprendiamo che l’episodio avvenne di sabato (vedi l’episodio che segue, avvenuto il giorno dopo, e che è oggi definito “la domenica delle palme”).

Per il computo dei giorni occorre tener presente che la giornata, per l’Ebreo, inizia dopo il tramonto, prima della notte.

Oltre il periodo di tempo, ci è fatto conoscere anche il luogo: Betania, in casa di Simone il lebbroso (Matteo e Marco). Marta, anche se non era in casa sua, serviva. Lazzaro era a tavola con Gesù e i discepoli; mentre Marta serviva, Maria…

Che cosa sta facendo Maria?

Maria, un atto d’amore e di fede

“Allora Maria, presa una libbra d’olio profumato, di nardo puro, di gran valore, unse i piedi di Gesù e glieli asciugò con i suoi capelli; e la casa fu piena del profumo dell’olio. Ma Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto quest’olio per trecento denari e non si sono dati ai poveri?» Diceva così, non perché si curasse dei poveri, ma perché era ladro, e, tenendo la borsa, ne portava via quello che vi si metteva dentro”

(Gv 12:3-7)

Il profumo usato da Maria è definito “di nardo puro” ed era dentro un contenitore di alabastro (così Matteo e Marco). Il nardo era un’essenza odorosa proveniente dall’India e quando era puro (che equivale a dire non adulterato) aveva un notevole valore. Il suo peso era di una libbra, circa 300 grammi, perciò una quantità piuttosto rilevante (ricordo che era un’essenza). La valutazione di Giuda era approssimativa, ma molto vicina alla realtà: ben trecento denari Ricciotti ricorda una citazione di Plinio che indica il prezzo di questa essenza a Roma: era di trecento denari[2].

Un denaro era la paga giornaliera di un operaio (Mt 20:2); perciò il valore del profumo usato era all’incirca lo stipendio annuale di un lavoratore (fate voi i debiti calcoli…). Altro che Chanel n. 5!

Considerato l’alto valore del profumo, si comprende meglio la reazione di Giuda: sono certo che nella cassa del gruppo non c’è mai stato tanto denaro!

È probabile che questo profumo fosse la cosa più preziosa posseduta da Maria e che, probabilmente, era parte della sua dote. Il valore e la genuinità di tale essenza rappresentano bene i sentimenti che la sorella di Marta e di Lazzaro (poco tempo prima risuscitato da Gesù) nutriva per il Maestro. L’amore che Maria aveva per Gesù, era sincero, puro e per questo, di gran valore. Il sentimento era contraccambiato da: “Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro” (Gv 11:5). Come noteremo esaminando la risposta di Gesù, il gesto compiuto da questa donna non era solo rappresentativo di un forte sentimento d’amore, ma era anche intriso da una profonda fede. 

Un gesto di onesta umiltà

“…unse i piedi di Gesù e glieli asciugò con i suoi capelli”.

Un costosissimo profumo usato per profumare dei piedi… Non è un gesto comune, ma è vestito di straordinarietà, com’è straordinario chi lo compie e colui al quale è diretto.

Perché proprio i piedi? E perché asciugarli con i propri capelli?

Per compiere questo gesto, Maria ha dovuto prostrarsi davanti a Gesù, come un’umile schiava davanti al suo signore. I capelli rappresentavano la femminilità della donna, meglio di qualsiasi altra parte del corpo (quando le donne si coprivano con larghe e lunghe vesti). Con questo gesto Maria dona sé stessa al Maestro.

Maria, forse meglio degli altri discepoli, ha capito quale debba essere il giusto atteggiamento nei confronti del Signore: è quello che spinge ai suoi piedi per imparare (vd. Lu 10:39), per donare le cose più preziose e rappresentative della propria persona, infine, per adorarlo; sì, possiamo intravedere nel gesto di Maria anche della sincera adorazione. Amore, fede e umiltà: solo se queste virtù sono presenti, si è veri discepoli di Gesù.

Giuda, uno spreco inammissibile

Abbiamo già accennato alla reazione di Giuda nei confronti del gesto di Maria, da lui considerato uno spreco. Prima di continuare nell’esame della sua reazione, dobbiamo rilevare una verità che è, in qualche modo, sconcertante. Non solo Giuda ha questa reazione, infatti in Matteo e in Marco sono menzionati anche gli altri discepoli:

“Veduto ciò, i discepoli si indignarono e dissero: «Perché questo spreco? Quest’olio si sarebbe potuto vendere caro e dare il denaro ai poveri»”

(Mt 26:8,9)

“Alcuni, indignatisi, dicevano tra di loro: «Perché si è fatto questo spreco d’olio? Si poteva vendere quest’olio per più di trecento denari, e darli ai poveri». Ed erano irritati contro di lei

(Mr 14:4, 5)

È probabile che Giuda abbia avuto per primo questa reazione e che poi abbia trascinato con sé alcuni discepoli. Di fronte al sublime gesto di Maria, Giuda, e gli altri con lui, s’indignano, si irritano e nascondono la loro miseria dietro un paravento di nobile sentimento:

“Che scandalo, non stiamo pensando ai poveri! Loro sì che ne hanno bisogno…”.

Errata valutazione.

Che cosa c’è dietro la reazione dei discepoli (probabilmente alcuni, non tutti, come suggerisce Marco)? A parte Giuda che pensava più ai denari che al resto e che si nasconde dietro la motivazione del bisogno dei poveri, gli altri discepoli avevano probabilmente commesso un errore.

Un discepolo di Gesù Cristo deve porsi seriamente questa domanda: chi c’è al centro della mia fede? La risposta deve essere, sempre e comunque, Gesù; tutto il resto passa in second’ordine. Questa è stata la valutazione di Maria, ma non quella dei discepoli. È vero che il Maestro stesso ci ha insegnato che chi compie un atto a favore del bisognoso, è come se lo avesse fatto per lui [3], ma è anche vero che la situazione storica in cui l’episodio avvenne, è del tutto particolare: Gesù sarebbe stato da lì a poco arrestato, sommariamente processato, flagellato, deriso, crocefisso come un delinquente. In questa situazione il gesto di Maria assume un significato particolare e andava fatto.

Vero è che in ogni caso il cuore del cristianesimo deve rimanere Cristo e che il resto deve essere a Lui subordinato. Niente, nemmeno l’altruistico dono di sé, come afferma Paolo[4], può sosti-
tuire o acquistare carattere prioritario: il prima deve riguardare sempre Dio e il suo regno[5]. È l’amore per Dio e di Dio che mi deve spingere ad amare il prossimo[6]; l’amore per il prossimo, pur essendo simile all’amore per Dio, è pur sempre secondo.

“Ama il Signore con tutto il tuo cuore… e il prossimo tuo come te stesso”.

C’è differenza tra i due amori? Io direi di sì: quello per Dio è “con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente”; quello per il prossimo è “come te stesso”, che rimane un amore lacunoso e fragile. Da quello che capisco l’amore per Dio ha l’assoluta priorità: prima Dio, con tutto ciò di cui siamo capaci, poi il prossimo, semplicemente come noi stessi. L’amore per sé stessi e per il prossimo è sottoposto all’amore per Dio. Questa è la logica della fede, la logica dell’agape.

Sappiamo che due dei discepoli di Cristo si macchiarono di un gesto orribile: Giuda ha tradito Gesù e Pietro lo ha rinnegato. I due gesti, più o meno, si equivalgono, anche se le conseguenze sono drammaticamente diverse.

Perché Giuda tradì e Pietro rinnegò? Semplice: hanno ragionato secondo schemi e parametri umani. Ricordate l’episodio in cui Gesù parla della sua morte imminente? Quale fu la reazione di Pietro? “Che questo non ti accada, mai!”. Era sincero? Certo! Era persino pronto a morire per il Maestro. C’è qualcosa di più grande di questo? C’è qualcosa di più grande di dare i propri averi e la propria vita per il prossimo? Eppure Paolo dice che tutto questo è nulla, un “cembalo risonante e uno squillante cembalo”. Perché? Perché è al di fuori dell’amore, quello con la A maiuscola che è dono di Dio.

È l’agàpe, l’amore per eccellenza. Questo tipo di amore è particolare, peculiare: è l’amore che nasce dalla fede, è l’amore che nasce come risposta all’Amore. Solo se riusciamo a entrare nella stessa logica che ha spinto Maria a “sprecare” ciò che aveva di più prezioso, noi ragioneremo con la “mente di Cristo”.

Una maschera pia

Non possiamo, però, far passare in secondo piano il giudizio di Giovanni su Giuda:

“Diceva così, non perché si curasse dei poveri, ma perché era ladro, e, tenendo la borsa, ne portava via quello che vi si metteva dentro”.

Giuda, anche in questa occasione, ha indossato la maschera pia per nascondere le sue vere convinzioni e intenzioni.

Il termine ipocrisia deriva dal greco upokrisia che originariamente indicava l’arte di recitare, di simulare. Nel teatro greco gli attori mettevano una maschera adeguata al sentimento che dovevano simulare. Con il passare del tempo, il termine ha acquistato il peculiare significato di simulazione di buoni sentimenti. I Farisei, secondo il giudizio di Gesù, erano maestri d’ipocrisia: gente di pochi scrupoli che si fingeva pia e religiosa (naturalmente non tutti erano così, ma una buona parte sicuramente sì).

Anche Giuda, pur non essendo un Fariseo, era maestro nel simulare sentimenti pii, mentre nel suo cuore c’era ben altro. Ciò che mi sorprende, e mi rattrista, è costatare quanto l’ambiente religioso sia favorevole a questo deleterio atteggiamento. Perché? Forse perché l’ambiente religioso è come miele per le api, per la gente che vuole potere e gloria? Forse perché si guarda più a quello che l’uomo è e può fare, più di quello che Dio è e può fare? Forse perché c’è la tendenza ad apparire più pii e spirituali di quello che siamo? I motivi sono sicuramente tanti, ma il risultato è sempre lo stesso…

Gesù, il Signore crocefisso

“Gesù dunque disse: «Lasciala stare; ella lo ha conservato per il giorno della mia sepoltura. Poiché i poveri li avete sempre con voi; ma me, non mi avete sempre». Una gran folla di Giudei seppe dunque che egli era li; e ci andarono non solo a motivo di Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. Ma i capi dei sacerdoti deliberarono di far morire anche Lazzaro, perché, a causa sua, molti Giudei andavano e credevano in Gesù”

(Gv 12:7-11)

Gesù risponde alle proteste dei discepoli e difende Maria. La sua risposta è duplice: mette in luce l’aspetto profetico del gesto di Maria e, in secondo luogo, risponde alla provocazione di Giuda. Gesù rimprovera chi ha gridato allo scandalo: no, Maria ha fatto la cosa giusta! Matteo e Marco ci riportano la frase del Maestro: “Ha fatto una buona azione verso di me”. Maria che “spreca” il suo tempo, che spreca una cosa di alto valore, ha fatto una cosa buona. Maria, la “sprecona”, ha dalla sua parte Gesù, il Maestro e Signore. Perché? “Ella lo ha conservato per il giorno della mia sepoltura”; “…ha anticipato l’unzione del mio corpo per la sepoltura” (Matteo). Con il suo gesto Maria ha capito qualcosa d’importante: il Messia non poteva essere il trionfatore che avrebbe messo ordine (politico) tra il popolo di Dio; Maria avverte che la croce è vicina, ed è per questo che Gesù è venuto; ella comprende che il Maestro è venuto per “sprecare” la sua preziosa vita per coloro che ama. Che cosa c’è di più “sprecato” di dare la propria vita per degli “empi”? (Ro 5:6-8: “senza forza”, “empi”, “peccatori”).

Quante volte abbiamo detto: “A far del bene agli asini si ricevono calci…”, e in questo modo abbiamo implicitamente affermato che a fare del bene a chi non lo merita è uno “spreco”. Bene, Gesù ha commesso il più grosso spreco che si sia mai potuto fare! Gesù ha fatto del bene a milioni di asini, e continua a farlo. Proprio per questo motivo il suo è vero amore: è agàpe. Maria ha capito prima degli altri e si comporta in maniera diversa. No, Maria non era meritevole dell’amore di Gesù, di ciò che egli avrebbe fatto per lei poco tempo dopo; ma, per lo meno, non si comporta come un asino.

Maria è entrata nella logica della fede: ciò che hai di più caro offrilo a Gesù, non è mai sprecato. Il credente, colui che si rende conto di quanto sia costato a Gesù il suo amore per noi, è colui che sa onorarlo con il dono della propria vita.

Lo confesso! Quante volte è nato questo dubbio: la mia vita donata al servizio di Dio, non sarà stato uno spreco? Quante cose avrei potuto fare, che non ho fatto, quante cose avrei potuto avere, che non ho avuto… Quante volte mi è stato suggerito che forse avrei potuto fare altro, di più concreto, di più “visibile”, di più utile. Ho sprecato la mia vita donandola a Dio…

Questi dubbi sono sorti nel momento stesso che ho cessato di essere “pazzo” secondo la Bibbia, quando ho lasciato la logica della fede e sono entrato in quella dell’utilitarismo, del pragmatismo: è la logica umana, la logica del profitto, della convenienza. Teniamo presente la frase di Giuda:

“Perché si è fatto questo spreco d’olio? Si poteva vendere quest’olio per più di trecento denari, e darli ai poveri. Ed erano irritati contro di lei”.

È perfettamente logico, ma non è la logica di Cristo.     

[1] Ben Witherington III, Il codice del Vangelo, Roma, G.B.U. 2006.

[2] G. Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, Mondadori 1968.

[3] Mt 25:40: “E il re risponderà loro: «In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me»”.

[4] 1Co 13:1, 2: “Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sarei un rame risonante o uno squillante cembalo. Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla. Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente”.

[5] Mt 6:33: “Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più”.

[6] Mt 22:37-39: “E Gesù gli disse: «Ama il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta l’anima tua e con tutta la mente tua. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile ad esso, è: Ama il tuo prossimo come te stesso»”.