La mano messa all’aratro – Antonio Giordano, un nome noto in cielo, un caso sottaciuto in terra

ue testimonianze… due vite cambiate dalla grazia del Signore… due cammini di testimonianza e di servizio in tempi indubbiamente difficili come furono quelli alla metà del secolo scorso. Il loro ricordo non nasce certo dal desiderio di incensare gli uomini, ma da quello di mostrare come, quando ci lasciamo trasformare e guidare dalla grazia divina, possiamo diventare strumenti preziosi per il Signore nella testimonianza del suo Amore e nella diffusione della parola del Vangelo.

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Una conversione travagliata


Negli anni cinquanta e sessanta a Manfredonia e dintorni vi furono vari episodi di intolleranza religiosa, tra i quali la vicenda di Antonio Giordano: un credente con una vita coerente al Vangelo, una fede in Gesù vissuta e testimoniata
“con tutta franchezza” (At 4:13, 29, 31), e che morì in circostanze alquanto misteriose.

Maria Prencipe, sua moglie, conosciuta da tutti come “Marietta” e/o “la vedova Giordano”, quando la incontrai per conversare con lei relativamente a questa testimonianza, nonostante la sua tarda età[1] (91 anni), frequentava ancora assiduamente la chiesa di Manfredonia, in via Mozzillo Iaccarino.

Antonio Giordano era figlio di una signora evangelica di Monte Sant’Angelo (FG), Ninetta la Caldarena (così la chiamavano in paese), che nell’anno 1950, per far sposare il proprio figlio, abiurò la propria fede nel Signore.

Il fratello di Ninetta, Giuseppe Palumbo, a quel tempo predicava ininterrottamente nella villa comunale di Monte Sant’Angelo[2]. Lo chiamavano Giuseppe il giusto. Perché?  “Dice cose giuste!”: così il popolo, dopo che Giuseppe aveva predicato, commentava il messaggio ascoltato. Il più delle volte, purtroppo, senza alcun coinvolgimento personale.

Il Palumbo aveva udito l’Evangelo negli USA e vi aveva creduto; tornato in Italia (anno 1940) si mise a predicare nella sua Monte Sant’Angelo, assiduamente e senza vergogna, anche nella piccola villetta accanto al Municipio, non molto distante da casa sua. C’era sempre un gruppo di persone ad ascoltarlo: predicava il ravvedimento “dagli idoli a Dio”.

Morì nel 1949 (ebbe poco tempo…), ma dopo aver portato alla conversione coloro che saranno poi i primi credenti della chiesa locale nascente. Infatti, tale Leonardo Palumbo, conduttore nei primi anni della chiesa di Monte Sant’Angelo, si convertì in casa di Giuseppe. “Quella sera, tornato a casa – ricordava un’anziana credente (Anna Colangelo) – piangeva nel raccontare l’esperienza del suo ravvedimento alla propria consorte. Entrambi si inginocchiarono, quindi anche la moglie si convertì[3].

Giuseppe predicò il vangelo anche a Pasquina Ciociola; una donna che già prima di convertirsi, e che quindi udisse l’Evangelo, ogni giorno pregava: “Signore, dammi la salvezza dell’anima”. Quest’ultima, trasferita a Manfredonia, sarà fra i personaggi chiave per l’espansione della testimonianza dell’Evangelo nella città del Golfo.

La mamma di Antonio Giordano si avvicinò all’Evangelo a Monte Sant’Angelo, in una delle prime adunanze che si svolgevano in casa Palumbo. Ma per questa ragione, Marietta, la fidanzata del giovane Antonio, decise di rompere il matrimonio: per nessuna ragione al mondo avrebbe mai tollerato di diventare nuora di una protestante!

Antonio, finanziere che aveva combattuto la guerra d’Africa, anche se ateo, la sposò in chiesa cattolica, pur di non perdere la sua amata sposa; e la sua cara mamma, come dicevo sopra “abiurò”, a dimostrazione di essere tornata cattolica, tant’è che il giorno di nozze regalò a sua nuora una corona, tutta in oro, per il rosario.

Tuttavia sette mesi soltanto trascorsero dal matrimonio, che Antonio si convertì, e ciò avvenne alle nozze di un suo caro amico di Manfredonia: Nicola Ciuffreda. A parlargli dell’Evangelo, per l’ennesima volta, fu la sorella di quest’ultimo, Pasquina Ciuffreda, soprannominata “Quarantova”, ma ancor più: “Pasquina l’Evangelista”, moglie di Francesco La Torre.

Ma nonostante tutti questi fatti, Marietta, la giovane sposa del Giordano, con impeccabile assiduità, continuava a frequentare la chiesa cattolica. 

Confronti, minacce, persecuzione

Qualche anno più tardi, Antonio, in risposta alle derisioni dei vicini e degli amici (una vera e propria opposizione), e volendo manifestare alla giovane moglie la serietà del suo cammino con Cristo “a testa alta” e in pura coscienza, nonché la sua fede in Dio, accettò volentieri la “sfida” di un confronto col prete. L’incontro-confronto si ebbe in casa sua.

Il padrone di casa propose di iniziare con la preghiera (Marietta rimase toccata dal fatto che il marito chiedesse innanzitutto di pregare). Prima pregò il religioso (l’evangelico rispose “Amen” solamente al “Padre nostro”); dopo pregò Antonio: “Signore, ti prego, conduci questo incontro. Amen!”.

Alla domanda se avesse portato “l’arma” (la Bibbia), il sacerdote, con gesto spavaldo, rispose mostrando il grosso crocifisso che portava al collo. L’altro non replicò per evitare di scivolare nella polemica.

Si passò al dibattito, argomentando sulla verginità di Maria e il primato di Pietro.

Chiusa la discussione il prete si licenziò dicendo: “Pregherò per te, Antonio”. Ma questi replicò: “Tu preghi alle immagini che non hanno vita alcuna in loro, io prego l’Iddio invisibile, ma vivente e vero!”.

Una grande folla sulla strada attendeva l’esito dell’incontro (per il popolo una vera e propria gara); il parroco però si limitò a rispondere: “Sono salito a casa di Tonino il finanziere con l’intenzione di convertirlo, ma ho scoperto invece che lui voleva convertire me!”.

Tempo dopo, visitando il fratello Michele Ciuffreda, padre dell’amico Nicola e di Pasquina, ricoverato presso un ospedale religioso, questi gli confidò che il cappellano, non riuscendo a farlo tacere, poiché parlava di Gesù a tutti gli altri in camera, lo aveva percosso sul viso. Egli, però, replicando affermò: “Se taccio, le pietre parleranno”, e, poiché porse l’altra guancia, ricevette una seconda sberla.

Il fratello finanziere, da un lato rassicurò nel Signore il malato, raccomandandogli di stare sereno e lasciare a Dio la vendetta, dall’altro, però, “tornato a casa” – ricorda Marietta – scrisse una lettera: non ho mai saputo a chi…”.

Una fine misteriosa

“A distanza di un anno, mio marito fu ricoverato d’urgenza nel medesimo ospedale, per appendicite. Nonostante fosse di domenica sera, la clinica di Manfredonia ritenne che bisognava intervenire, poiché il male era ormai in fase acuta. Mentre gli preparavo la valigia, Antonio mi raccomandò di non dimenticare di metterci dentro la Bibbia. Quindi fu trasportato in ospedale.

L’operazione andò benissimo. L’indomani mattina, il cappellano (quello della «sberla», l’anno precedente) si avvicinò dicendo: «Ho saputo che ieri sera sei stato operato; ora ti devi confessare, poiché è un tuo dovere!». Rispose mio marito: «Sono già confessato davanti a Dio, e nel nome del Suo Figlio Gesù!».

Ma dopo otto giorni si sentì nuovamente male; chiesi spiegazioni all’infermiera (una religiosa), ma mi rispose che Antonio stava bene. Tuttavia gli misurò la febbre, ma senza distaccarsi nemmeno per un istante dal letto, allo scopo di non far leggere il termometro né a me né a mio marito. Da quel momento notai che spesso lei e il monaco cappellano parlavano davanti alla stanza di mio marito, ma bisbigliando, senza che Antonio ed io riuscissimo a capirci qualcosa. L’indomani, osservando ancora una volta questa scena, mi impressionai molto e divenni pallida, poiché mi ero insospettita ed avevo paura. Ero molto preoccupata, e la mia lingua si paralizzò. Mi feci forza, e avvicinandomi al letto di mio marito, gli presi la mano e gli dissi tremando: «Tonino, questi ti faranno qualcosa». Rispose: «Non ci credo, ma se lo faranno si porteranno la colpa e il peso davanti a Dio». La sera salutai mio marito (non mi rendevo conto che era per l’ultima volta), quindi partii per Manfredonia… Appena arrivata, però, ricevetti la telefonata che mio marito stava grave: in effetti era già «vestito» e in sala mortuaria! Era il 6 marzo 1962.

Fu proprio nel cospetto di questi avvenimenti che mi resi conto che mio marito stava seguendo la strada giusta, la verità. Perciò mi convertii al Signore.

Mi trasferii per un po’ di tempo a casa di mia madre. Ma il giorno dopo che la mamma morì (ero giù di morale da sette mesi…), di notte sognai mio marito che, tenendo la Bibbia sotto il braccio, mi diceva: «Marietta, scendi perché dobbiamo tornare a casa». Ero gioiosa! E mi svegliai quando – sempre nel sogno – con Antonio arrivammo a casa nostra! Fu allora che decisi di tornarvi definitivamente. Poi, dal giorno di Capodanno del 1963, presi a frequentare assiduamente le adunanze”[4].

Una fede semplice e genuina in quegli anni, ma gigante! Incrollabile, di fronte a ogni genere di intolleranza. Un cristianesimo vissuto con serietà e determinazione. Quel modo genuino in cui l’Evangelo veniva accettato, creava un impatto notevole su tutti coloro che ne venivano a contatto.     

[1] La sorella Marietta è andata col Signore ultracentenaria.

[2] Tenga conto il lettore, però, della presenza di un primo credente “predicatore”  nell’anno 1919, Principe Giuseppe, e di alcuni simpatizzanti e che anche il Tobia di San Giovanni Rotondo vi predicò il Vangelo in Monte Sant’Angelo.

[3] I coniugi Palumbo da più di 60 anni vivono negli USA.

[4] Il giorno del funerale, nella sala evangelica, qualcuno disse: “Antonio è andato col Signore, ma qui lascia una sedia vuota. Chi la occuperà?” Marietta, alzando la mano in alto, rispose; “La occuperò io!”.