Discutere o testimoniare?

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Nella testimonianza la nostra prima preoccupazione dev’essere la salvezza degli uomini. La santificazione, cioè il cammino che ci porta a “possedere il proprio corpo in santità e in onore”, è l’effetto della conversione, del nostro appartenere a Cristo e del nostro essere “partecipi della natura divina”. Questo significa che, quando affrontiamo conversazioni, dibattiti (soprattutto attraverso Facebook) su argomenti di etica sessuale non dobbiamo mai dimenticare (e spesso purtroppo lo facciamo!) che ai nostri interlocutori non possiamo parlare di verità legate alla santificazione, se non sono ancora credenti e se, di conseguenza, non hanno fatto proprie le verità legate alla loro salvezza. Quindi stiamo ben attenti non soltanto a quello che diciamo o scriviamo, ma soprattutto a chi lo diciamo e a chi scriviamo! Il bisogno primario di tutti gli uomini non è quello di sapere come si deve vivere da santificati, ma è quello di sapere cosa di deve fare per essere salvati, per sfuggire alla corruzione del mondo e per diventare partecipi della natura divina.

La santificazione è frutto della salvezza, non il contrario. Senza la certezza della propria salvezza non può esserci il desiderio di vivere una vita santa. Non lasciamo che il Nemico ci distragga dal nostro compito principale che è quello di sintonizzare il nostro impegno con la volontà di Dio che desidera la salvezza di ogni creatura umana! Non lasciamoci coinvolgere in dibattiti, discussioni, conversazioni usate solo per distogliere l’attenzione dei peccatori dalla realtà del loro peccato!

È impossibile far comprendere i principi su cui si fonda l’etica cristiana a chi non ha ancora ascoltato la Parola di Dio per la sua salvezza e non si è sintonizzato con essa, riconoscendo la propria condizione di peccato attraverso la visione della Santità e della Giustizia di Dio e accettando l’opera di Cristo come l’unica possibilità per essere una creatura nuova e per vivere una vita nuova (2Co 5:17). Non è ragionevole presentare un abito nuovo a chi si tiene ostinatamente attaccato addosso il suo abito vecchio perché è quello l’abito che gli piace e che desidera tenere!

La potenza di redenzione e di cambiamento non risiede neppure nelle leggi o nelle manifestazioni di dissenso, ma soltanto nell’Evangelo, perché solo la conoscenza di Cristo derivata dall’ascolto e dalla fede nella sua Parola e nella sua Persona può modificare la nostra “condotta di prima” e convincerci a spogliarci del “vecchio uomo che si corrompe seguendo le passioni ingannatrici, a essere invece rinnovati nello spirito della (nostra) mente e a rivestire l’uomo nuovo che è creato a immagine di Dio nella giustizia e nella santità che procedono dalla verità” (Ef 4:20-24).

Nella chiesa di Corinto c’erano fratelli e sorelle che in passato erano stati “fornicatori, adulteri, effeminati, sodomiti” e che ora, mentre Paolo scrive la lettera, non lo erano più. Forse Paolo, mentre risiedeva a Corinto, aveva combattuto per ottenere dalle autorità leggi che regolassero il disordine sessuale o forse era andato in giro per la città per manifestare il suo dissenso o per raccogliere firme oppure, ancora, si era lasciato trascinare in dibattiti di etica sociale?

Cosa aveva fatto Paolo a Corinto per cui delle persone sessualmente disordinate ora erano membri nella chiesa locale? È lui stesso che ce lo dice e la sua testimonianza ha per noi il valore di un esempio prezioso: “E io, fratelli, quando venni da voi, non venni ad annunciarvi la testimonianza di Dio con eccellenza di parola o di sapienza; poiché mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso. Io sono stato presso di voi con debolezza, con timore e con gran tremore; la mia parola e la mia predicazione non consistettero in discorsi persuasivi di sapienza, ma in dimostrazione di Spirito e di potenza, affinché la vostra fede fosse fondata non sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1Co 2:1-5). Era stata la potenza di Cristo, conosciuta attraverso la predicazione del Vangelo a trasformare i sessualmente disordinati (1Co 6:11).