Pietre incise col dito di Dio

Lo stesso episodio è già stato presentato attraverso le riflessioni contenute nell'articolo di Gianni Rigamonti (IL CRISTIANO n. 1/gennaio 2019; pagg. 18-22). Questa ulteriore riflessione non vuol essere né una sovrapposizione né una replica, ma è stata scelta di proposito come efficace testimonianza della ricchezza che ogni testo biblico ha in base alla diversa prospettiva da cui lo si guarda e lo si considera, ma anche in base alla diversità dei doni dati dallo Spirito ai suoi figli e che guidano gli uni a coglierne un aspetto e gli altri a coglierne un altro. “… è noto che voi siete una lettera di Cristo, scritta mediante il nostro servizio, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente; non su tavole di pietra, ma su tavole che sono cuori di carne” 2 Corinzi 3:3

190

Una trappola ben architettata

“Gesù andò al monte degli Ulivi. All’alba tornò nel tempio, e tutto il popolo andò da lui; ed egli, sedutosi, li istruiva. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna còlta in adulterio; e, fattala stare in mezzo, gli dissero: «Maestro, questa donna è stata còlta in flagrante adulterio. Or Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare tali donne; tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova, per poterlo accusare. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere con il dito in terra. E, siccome continuavano a interrogarlo, egli, alzato il capo, disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva in terra. Essi, udito ciò, e accusati dalla loro coscienza, uscirono a uno a uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi; e Gesù fu lasciato solo con la donna che stava là in mezzo. Gesù, alzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse: «Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?» Ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neppure io ti condanno; va’ e non peccare più»”

(Gv 8:1-11)

Attraverso questa lettura, possiamo vedere che Gesù è ancora motivo di divisione fra gli uomini. In ogni incontro che lo vede coinvolto, è inevitabile la formazione di due fazioni ben distinte: quella con i suoi accusatori, composta spesso dagli scribi con i Farisei, e l’altra con quelli che hanno sete di verità e trovano nei suoi avvincenti discorsi, “parole di vita eterna” (Gv 6:68). Da questo brano vediamo che Gesù ha la capacità di penetrare i pensieri più nascosti del cuore dell’uomo. Lo scrittore della lettera agli Ebrei esprime questo fatto molto bene, affermando che

La parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4:12).

In questo caso, vediamo che il Signore è chiamato, suo malgrado, a fare il giudice (anche se aveva dichiarato di non essere venuto per giudicare), da quelli che cercano un’altra occasione per coglierlo in trappola.

Gesù – dopo aver passato la notte sul monte degli Ulivi, in una delle sue tante veglie di preghiera (Mt 24-25; Mr 13; Lu 21; 22:39) – correva il rischio di cadere in questa trappola ben congegnata: forse, vinto dalla stanchezza, avrebbe potuto perdere la calma e la pazienza che lo caratterizzavano; ma è interessante notare che Gesù in quelle notti di “sacrificio spirituale”, che trascorreva sul monte degli Ulivi, ricercava la presenza e la comunione col Padre, per affrontare in piena comunione con lui i problemi di tutti i giorni.

I suoi accusatori manifestarono un atteggiamento privo di comprensione, minaccioso e collerico, e, portandogli quella donna colta in adulterio, avevano un duplice obiettivo:

  • lapidare la povera malcapitata, applicando la legge ed appagando la propria personale indole maschilista;
  • trovare finalmente un motivo per condannare Gesù, strumentalizzando quello che avrebbe detto.

Manca il colpevole

La serenità di Gesù nell’affrontare questa vicenda, è davvero sorprendente, perché, ancora una volta, anziché rispondere alle domande insidiose che gli vengono poste, intuendo le loro intenzioni, costringe queste persone ad affrontare l’argomento guardandolo da un’altra angolazione (questo è tipico del suo stile).

Il Signore aveva una capacità sorprendente di presiedere gli incontri; egli non era lì con lo scopo di giudicare qualcuno, ma di insegnare, però, l’intervento degli scribi e i farisei, non lo coglie di sorpresa. Questi accusatori, conducono la donna colta in adulterio e la fanno stare in mezzo alla folla con l’accusa che abbiamo visto: “Maestro, questa donna è stata colta in flagrante adulterio” (v. 4), cioè era stata colta sul fatto o durante l’atto (viene da domandarsi come abbiano fatto a scovarla…). Ma, come succede spesso da una lettura più attenta, c’è una prima considerazione che ci costringe a porci una domanda: “Dov’era l’uomo che ha compiuto il peccato insieme con lei?”.

Ci troviamo indubbiamente davanti ad un’ingiustizia della quale il brano non parla, ma che evidenzia la consuetudine nel praticare il sottinteso maschilismo dei Giudei. Ma, continuano:

Or Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare tali donne; tu che ne dici?” (8:5).

In un primo momento Gesù non risponde affatto, ma è interessante notare l’inclinazione degli accusatori del Signore nel manipolare le Scritture.

Il Signore avrebbe potuto rispondere per le rime, ad esempio, accusando quegli uomini di “bugia tendenziosa”, perché Mosè non aveva affatto comandato di condurre alla lapidazione soltanto la donna colta in flagrante adulterio, ma con lei, anche l’uomo con il quale avrebbe commesso il misfatto; vediamolo in due brani:

  • “Se uno commette adulterio con la moglie di un altro, se commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l’adultero e l’adultera dovranno essere messi a morte” (Le 20:10).
  • “Quando si troverà un uomo coricato con una donna sposata, tutti e due moriranno: l’uomo che si è coricato con la donna, e la donna. Così toglierai via il male di mezzo a Israele» (De 22:22).

Questi accusatori pretendevano di applicare la giustizia mosaica ma senza essere giusti loro per primi; per giunta, cercavano l’approvazione di Gesù e abbiamo visto perché. Una bella trappola dalla quale il Signore non poteva tirarsi indietro… ma vediamo che Gesù non disse affatto che la donna fosse innocente, piuttosto, “chinatosi, si mise a scrivere con il dito in terra» (v. 6b).

Gesù scrive per terra, poi… parla!

Cerchiamo di immaginare il Signore che – da seduto per insegnare – si abbassa ora per scrivere per terra sulla polvere. Deve essersi trattato di un tempo di silenzio interminabile, una situazione alquanto imbarazzante per gli accusatori che, in fondo, non avevano del tutto torto: la donna aveva peccato, e c’erano perfino i testimoni. Ma vediamo che Gesù evita abilmente ogni comprensibile polemica, pronunciando la frase, ormai storica, che mise in crisi tutti:

Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” (v. 7b).

Gesù, conoscendo alla perfezione le Scritture, usa qui una verità tanto importante quanto disattesa, perché, secondo la legge mosaica, l’accusatore doveva dare inizio al massacro lanciando la pietra per primo (De 13:9) e, assumendosi così, la responsabilità della morte dell’accusato. La lapidazione cessava quando l’accusato, ormai morto, era letteralmente coperto dai sassi: da qui il termine lapide (Lapis in latino=pietra).

È da notare che Gesù disse: “Chi di voi è senza peccato”, e non: “Chi di voi ha scoperto questa donna in flagrante adulterio”.

La sua frase vede quindi coinvolti, volenti o no, tutti i presenti! Possiamo ben immaginare che gli occhi di tutti si siano spostati contemporaneamente sui presenti più anziani – gli uomini – dai quali attendevano un cenno… L’atmosfera, di per sé già grave, si fa più tesa e pesante, persino imbarazzante, perché tocca le loro coscienze, le coscienze di tutti, non solo degli accusatori della donna!

La vergogna ed il disagio si impadronisce di questi uomini dalla “sassata facile”. In un’altra occasione simile vediamo che:

Mentre diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano…” (Lu 13:17a)

Potremmo dire che questi accusatori hanno sempre pronta una pietra in tasca per ogni evenienza… In cuor loro e secondo l’insegnamento di Gesù, che in altre occasioni li aveva già definiti “gente adultera”, sanno molto bene d’essere almeno co-peccatori, in questo tribunale improvvisato, che smania per un cruento giudizio!

Gesù è di nuovo, per la seconda volta, chino, davanti a questi accusatori. Certamente in posizione d’inferiorità e facile preda di questi feroci aguzzini, i quali potrebbero approfittare di questa occasione per liberarsi finalmente di lui.

Basterebbe che uno solo di loro lanciasse la pietra, e ne seguirebbe una duplice lapidazione in piena regola: molti di quelli che non hanno accettato il messaggio di Gesù come il Messia promesso, non aspettano altro che un’occasione come questa: ma forse ci sono troppi testimoni scomodi!

Sta di fatto che la frase appena detta da Gesù, è l’unica pietra ad essere lanciata in quel giorno; diremmo che si tratta piuttosto di un macigno, che colpisce i cuori costringendo alla riflessione: probabilmente ognuno dei presenti ha fatto un velocissimo esame di coscienza, come rivedendo un film contenente il passato della propria vita con i peccati di ciascuno. Questo è sufficiente a mettere in crisi questi vecchi e giovani assetati di sangue.

Due dita: un unico insegnamento

Ma in tutto questo dramma c’è un fatto curioso: Gesù, per la seconda volta, scrive per terra. La Bibbia non ci svela il mistero di cosa scrisse; ciò che è certo, è che scriveva, non stava facendo cioè dei segni senza senso, e siccome il Signore non fa nulla per caso, è lecito pensare che scrivesse qualcosa per aggravare ulteriormente il peso delle coscienze di quegli uomini: forse scriveva uno per uno i nomi dei più influenti fra di loro; magari i peccati di ciascuno di loro che Gesù conosceva personalmente. È anche probabile che scrivesse le Dieci Parole delle tavole di Mosè… possiamo lasciare spazio all’immaginazione, ma nel rispetto del silenzio delle Scritture.

Sta di fatto, che quella frase espressa da Gesù pone questi uomini in fila indiana (dai più vecchi ai più giovani), come se ubbidissero ad una voce sorda ma decisa che li fa uscire dal cerchio del supplizio a testa bassa, cercando un’apertura tra la folla e senza la capacità di controbattere.

Riflettendo sul motivo per cui Gesù scrivesse per terra è inevitabile pensare a un confronto fra le tavole di pietra che Dio diede a Mosè, scritte col dito di Dio (Es 31:18), e Gesù (l’uomo Dio), che scrive col dito per terra, sul lastricato di pietra polveroso del tempio. Nella storia biblica, queste due vicende sono uniche: le due immagini del “dito” sono piuttosto singolari, per i dettagli che le caratterizzano e che pare vogliano dare un unico insegnamento, a completamento del disegno Dio.

La prima storia, racconta di come Dio abbia rivelato all’uomo la sua volontà, scritta col suo dito e trasmessa attraverso Mosè ed accompagnata dalle istruzioni relative al sacerdozio ed ai sacrifici per ottenere il perdono dei peccati.

La seconda, più sublime ed eccellente, è rivolta, in primo luogo, a quelli che hanno la presunzione di credere di essere depositari della conoscenza scritturale (i Giudei), ma che non hanno ancora capito il vero linguaggio di Dio: questi non hanno la consapevolezza d’essere testimoni oculari e co-partecipi dell’avvento della Grazia preannunciato dai profeti.

Anche se non sappiamo cosa scrisse il Signore, è certo che abbia scritto parole adatte a scalfire i loro cuori di pietra, a incidere le loro coscienze, rendendoli responsabili e consapevoli della loro incapacità di praticare la giustizia di Dio; ciò che si ottiene soltanto per mezzo della Grazia che essi non vogliono accettare e che Gesù concede a chi crede, insieme ad un sacerdozio personale, nel quale egli è il Sommo Sacerdote, il Pastore ed il Salvatore, istituendo un Patto più gradito di quello di Mosè (Eb 7:22): il Patto della Grazia, attraverso la quale siamo salvati.

Alla fine di momenti così intensi e, nel contempo drammatici come questi, durante i quali il nostro peggior nemico ci accusa davanti a Dio (Ap 12:10), tutti restiamo soli, in mezzo all’arena, come questa donna degna d’essere lapidata, ma inerme ed incapace di giustificarsi di fronte ad un verdetto che, nella normalità dei casi, avrebbe decretato la fine dei suoi giorni; ma poiché ora è il Signore (l’Unico ad essere davvero senza peccato!) ad avere in mano le redini della sua vita, il suo giudizio è pieno di Grazia, d’amore e di perdono.

Gli accusatori sono usciti uno ad uno: scolpiti nella coscienza e nel cuore di pietra dal dito di Dio, sono stati trovati mancanti e colpevoli (la loro lapide è pronta!).

L’adultera, che, interpellata da Gesù lo chiama “Signore”, ora non dovrebbe vivere più, ma, passata come attraverso il fuoco, esce illesa da questa “fossa dei leoni”, giustificata e, verosimilmente, col fermo proposito di non peccare più.

L’uomo, di fatto, commette le ingiustizie più spietate e crudeli, che spesso arrivano alla ferocia. Ma, per di più, dov’è l’adultero che condivise il peccato con questa donna?

È anche giusto dire che ai tempi biblici queste condanne non erano così frequenti come si potrebbe credere. Il motivo è molto semplice: in un mondo maschilista come quello – nel quale Gesù ha ampiamente rivalutato e valorizzato il ruolo femminile – se non si fosse cercato di mettere a tacere i peccati di uomini come questi, quelli che si sarebbero salvati sarebbero stati davvero pochi…

Conclusione

Se questo brano si trova a nostra disposizione, lo è perché ne facciamo uso. E se ne dobbiamo fare uso, è perché siamo anche noi mancanti. Come?

Anche noi, più frequentemente di quanto noi stessi possiamo credere, andiamo alle riunioni di chiesa con la pietra in tasca: viviamo nel peccato, lo compiamo quando nessuno ci vede, ma siamo pronti a lapidare un fratello che ha peccato come noi, o anche meno… con la sola differenza che, forse – al contrario di noi – egli è stato colto in flagrante… ma siamo ugualmente implacabili verso di lui con l’uso di una disciplina inflessibile, anziché praticare l’amore che soffre ogni cosa, quell’amore accompagnato da lacrime, per la debolezza di un altro fratello (che è comunque anche la nostra debolezza!) e che poggia sulla grazia e la clemenza che abbiamo ricevuto dal Signore Gesù.

Ricordiamo che nessuno, senza la giustificazione di Dio, è davvero giusto:

Non c’è nessuno giusto, neppure uno” (Romani 3:10).

Impariamo a camminare con timore e tremore, sapendo che lo sguardo del Signore si è abbassato per non vedere in faccia i nostri accusatori, ma si è abbassato anche per scrivere sulla pietra polverosa qualcosa che potrebbe farci molto riflettere. Sarà bene allora che anche noi siamo consapevoli di occupare lo stesso posto dell’adultera e che alla fine del “processo” Gesù possa rivolgersi anche a noi dicendo: “Va’ e non peccare più”.

«Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore, mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l’accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio» (Ro 5:1, 2).