Gesù e satana: tentazione e vittoria

Fino a questo momento per “vedere Gesù” abbiamo seguito le tracce indicate da Giovanni nel suo vangelo, ora faremo un percorso attraverso ciò che ci hanno tramandato i vangeli sinottici, iniziando da Matteo.

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Vittoriosi sulle tentazioni?

Tutti gli uomini sono mortali; io sono un uomo, perciò sono mortale. Così recita il famoso sillogismo. La morte, lo sappiamo, è un’esperienza comune a tutti gli uomini, ma non è l’unica cosa che abbiamo in comune. Anche il peccato è una realtà condivisa da tutti, così come lo è la tentazione. Peccato e tentazione sono chiaramente in stretta relazione tra loro: dove c’è tentazione c’è peccato; non sempre, ma spesso. C’è qualcuno che ha conosciuto la tentazione, ma non il peccato. Sapete già di Chi sto parlando… Nella Bibbia troviamo scritto:

“Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato” (Eb 4:15).

Per noi è possibile essere tentati senza peccare?

È possibile uscire vittoriosi nella dura battaglia che il nemico della nostra anima intraprende con tanta ostinazione contro di noi?

C’è un episodio della vita di Gesù in cui troviamo dei preziosi suggerimenti su come resistere alla tentazione. Certo, non sarà sempre vittoria come la sua, ma perlomeno daremo un po’ più “filo da torcere” a chi ci vuole continuamente sconfitti e frustrati. L’episodio lo raccontano sia Matteo sia Luca; noi prenderemo in esame quello del primo evangelista.

“Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. E il tentatore, avvicinatosi, gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio». Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto: Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo, ed essi ti porteranno sulle loro mani, perché tu non urti con il piede contro una pietra». Gesù gli rispose: «E altresì scritto: Non tentare il Signore Dio tuo». Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori». Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano”

(Mt 4:1-11).

È un brano ricchissimo dal quale si possono ricavare tanti spunti di riflessione: ci limiteremo a considerare la dinamica della tentazione, adottata da Satana, e i suggerimenti dati da Gesù per uscire vittoriosi da questa battaglia. Per questa occasione prenderemo in prestito delle pagine di un libro di un grande scrittore: “I fratelli Karamàzov” di Dostoevskij.

Siamo in Spagna, nel XVI secolo. L’Inquisizione è al suo culmine:

“In autodafè grandiosissimi / gli eretici ardean vivissimi” [Un centinaio di eretici furono arsi vivi in pubblica piazza, in una sola serata]. “Ed ecco: da tanti secoli ormai l’umanità pregava con fede e con passione: «Signore Iddio, manifèstati a noi»; da tanti secoli alzava a lui il suo grido, che egli, nella Sua pietà infinita, fu colto dal desiderio di scendere ai supplicanti… di visitare per un istante i figli suoi, e proprio là dove stavano crepitando i roghi degli eretici”. “Grazie alla sua pietà infinita, egli passa ancora una volta fra gli uomini in quella stessa forma umana, in cui si era aggirato fra loro per trentatré anni quindici secoli prima”.

In questo modo Dostoevskij fa immaginare da Ivan, uno dei tre fratelli protagonisti del romanzo, una venuta di Cristo, prima del suo ritorno glorioso. Gesù compie ancora numerosi miracoli, la folla si accalca presso di Lui. “La folla tumultua: gridi, singhiozzi; quand’ecco, proprio in quell’istante, passar d’improvviso presso la cattedrale, per la piazza, il cardinale in persona, «il grande inquisitore»”. Ciò che c’interessa, e che vedremo nei particolari, è l’incontro del cardinale con Gesù: in questo incontro-scontro si ripropone, in forma più “moderna”, l’antico episodio in cui Gesù è tentato dal diavolo.

Uno scontro frontale

Sono trascorsi circa trent’anni da quando gli angeli annunciarono ai pastori che il Messia atteso era finalmente arrivato. Questo periodo di tempo lo si ricava da una frase dell’evangelista Luca: “Gesù, quando cominciò a insegnare, aveva circa trent’anni…” (Lu 3:23). Gesù è ormai un uomo maturo, considerando che il ragazzo ebreo diventava adulto a tredici anni, con la cerimonia del Bar Mitzva, e che si sposava in un’età che noi consideriamo ancora ai limiti dell’adolescenza. Ora è pronto per iniziare un’attività pubblica che comprende l’insegnamento del suo pensiero e il fare del bene alle persone che lo circondano.

Dalla Scrittura appare evidente un dato: l’opera di Cristo mirava a salvare l’uomo, liberandolo dal peccato. In termini biblici questa salvezza, vista nella sua triplice dimensione, è definita giustificazione, santificazione e glorificazione. In questa triplice salvezza è compreso il passato, il presente e il futuro dell’uomo. Per attuarla egli non ha dovuto soltanto risolvere il problema del peccato, ma anche sconfiggere colui per il quale il peccato è entrato nella storia umana. Non mi riferisco ad Adamo ma al diavolo, all’Avversario, a colui che spinse i nostri progenitori alla ribellione. Senza la sua opera, l’uomo non avrebbe conosciuto il peccato. La soluzione del problema peccato, passava, perciò, attraverso la sconfitta di Satana. Occorreva affrontare il nemico vis à vis, in uno scontro frontale.

Un nuovo Adamo affronta il Serpente

Nella sua lettera ai Romani, Paolo spiega in quale modo Gesù ha superato il problema del male (peccato+diavolo): Egli, il secondo e ultimo Adamo, affronta il Tentatore ed esce vincitore (cfr. Ro 5:12-21; 1Co 15:45). L’analogia dei due Adami è chiaramente indicata dallo stesso Paolo: “Adamo, il quale è figura (gr. typos) di colui che doveva venire”.

Nel primo caso (mi riferisco all’Eden) è il serpente che affronta l’uomo (in senso di creatura umana), in questo caso, invece, è Dio che lo affronta: “Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo”. Diversa la dinamica, diverso fu anche il risultato.

Nel giardino dell’Eden, Satana vince e l’uomo è strappato dalla comunione con Dio; nel secondo caso è l’Uomo (Gesù) a vincere e la comunione è ristabilita. Da notare con forza che Dio non è mai stato sconfitto, ma solo l’uomo; infatti subito dopo la caduta c’è la promessa della redenzione, prefigurata dagli abiti che il Signore crea e fa indossare ad Adamo ed Eva e dalla sentenza profetica della sconfitta del diavolo (Ge 3:15, 21). Satana aveva vinto la sua battaglia con la creatura, ma mai ha vinto il Creatore, che è sempre rimasto padrone della situazione.

Il progetto di redenzione, pensato ancora prima della creazione del mondo (Ef 1:4) è proceduto senza intoppi, nonostante i continui ostacoli che Satana ha posto. Nella “pienezza dei tempi” (Ga 4:4), ossia nel tempo prestabilito dal Signore, questo progetto arrivò al suo culmine. Nell’Uomo Gesù, che affronta e vince il Tentatore, nasce una nuova umanità: uomini (e donne) nuovi nei quali la legge che prima li condannava, ora è scritta nei cuori.

La tentazione “totale”

“Non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato” (Eb 4:15).

L’Uomo Gesù è stato “tentato in ogni cosa”: egli ha subìto ogni genere di tentazione, nessuna esclusa. Nella sua vita ha subìto una tentazione totale e questa è ben rappresentata dall’episodio di cui ci stiamo occupando.

Torniamo al Grande inquisitore. Gesù è arrestato dal Cardinale e posto in prigione: qui i due s’incontrano e hanno un dialogo denso di significato; anzi, più che dialogo è un lungo monologo del cardinale, una vera requisitoria. La tentazione nel deserto diventa l’argomento centrale ed è in essa che “il terribile e ingegnoso spirito, lo spirito dell’autodistruzione e del non-essere” dà prova della sua suprema astuzia. Rivolgendosi a Gesù, il cardinale così si esprime:

“Che cosa pensi tu, che tutta la sapienza della terra, riunita insieme, riuscirebbe a escogitare qualcosa di paragonabile, per forze e profondità, a quelle tre domande che realmente furono proposte a te, quel giorno, dal possente e penetrante spirito nel deserto?”. “Giacché, in queste tre domande, è come riassunta in blocco e predetta tutta la futura storia umana, e son rivelate le tre forme tipiche in cui verranno a calarsi tutte le irriducibili contraddizioni storiche della natura umana sulla terra intera”.

Queste tre domande (o tentazioni) sono, secondo il Grande Inquisitore, le tre uniche forze “capaci di vincere e catturare per sempre la coscienza di questi impotenti ribelli, per la loro stessa felicità: e queste tre forze sono il miracolo, il mistero e l’autorità. Tu hai rifiutato la prima e la seconda e la terza, e sei stato il primo a darne l’esempio”. Proprio perché Gesù ha rifiutato le proposte del Tentatore, è considerato un fallito dal Cardinale. Le pagine che Dostoevskij dedica al Grande Inquisitore sono tra le più belle e profonde che la letteratura abbia mai creato e varrebbe la pena di leggerle attentamente. Osserviamo da vicino le tre tentazioni.

Prima tentazione: una questione di priorità

“«Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio»”.

Che cosa c’è di sbagliato di chiedere un miracolo a chi è in grado di compierlo? Che cosa c’è di sbagliato nel suggerimento di mangiare, dato a una persona affamata, perché digiuna da quaranta giorni? Ma che tentazione sarebbe, se fosse eclatante la spinta verso il peccato? No, il diavolo non è così stupido, ma scopre le sue vere intenzioni solo a coloro che trovano piacere nel peccato e non hanno nessuna remora a compierlo. Con gli altri, coloro che hanno ancora una coscienza attiva, egli tiene accuratamente nascoste le sue intenzioni.

Il serpente è sempre stato astuto, anzi è la sua caratteristica principale (Ge 3:1). Il diavolo non sarebbe subdolo se non fosse finemente astuto. Una certa iconografia che lo rappresenta disgustosamente orripilante, gli ha reso un favore: nel momento in cui si traveste da “angelo di luce” non è riconoscibile (2Co 11:14) e può ingannare facilmente la persona caduta nelle sue grinfie. Se tentare è spingere verso il male, in che cosa consiste questa tentazione? Dalla risposta di Gesù riceviamo un’importante indicazione: «Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio». È questione di priorità: non si può anteporre i bisogni di ordine terreno a quelli spirituali. Il Maestro lo disse a chiare lettere: «Cercate prima il regno…» (Mt 6:33). È quel prima che occorre rispettare. Nel modello di preghiera insegnato da Gesù è evidente il rispetto di questa priorità: «… sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno e sia fatta la tua volontà», prima di tutto e soprattutto. Il lungo sermone sulla montagna è una chiara risposta a questa e alle altre tentazioni.

La tentazione consiste nell’anteporre i nostri interessi materiali a quelli di Dio e, in questo modo, si preclude la via per i nostri veri interessi. “Non di pane soltanto…”; “le altre cose vi saranno date in più”.

Non c’è da una parte il diavolo che s’interessa dell’aspetto materiale della nostra vita e dall’altra Dio, che pensa solo allo spirito. Non è questa la visione biblica, non è questa la via indicata da Gesù. C’è, invece, qualcuno che non ha alcun interesse di noi e della nostra felicità e dall’altra un Dio-Padre che desidera prendersi cura di ogni aspetto della nostra esistenza. Dio ci vuole felici (ricordate il Sermone sulla montagna?) e ci indica la strada per la felicità; il rispetto per le priorità è solo un modo di raggiungerla. Chi s’interessa solo del “pane”, è costretto a rinunciare al resto, ma chi percorre la strada indicata dal Signore avrà la pienezza spirituale e la promessa della provvidenza divina. Forse avrà meno pane, quel tanto che basta per soddisfare i suoi bisogni fisici, ma non mancherà ciò che rende anche un tozzo di pane qualcosa di gustoso (vedi Pr 17:1).

«Ma vedi queste pietre – è sempre l’Inquisitore che parla – per questo nudo e rovente deserto? Convertile in pani, e dietro di te l’umanità correrà come un branco di pecore, dignitosa e obbediente, se anche in continua trepidazione che tu ritragga la mano tua e vengan sospesi loro i tuoi pani». Abbiamo parlato già dei discepoli della pagnotta e non vogliamo soffermarci ancora, ma la tentazione proposta è talmente diffusa che una certa insistenza non guasta.

Seconda tentazione: tentare Dio

 “Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto: Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo, ed essi ti porteranno sulle loro mani, perché tu non urti con il piede contro una pietra». Gesù gli rispose: «E altresì scritto: Non tentare il Signore Dio tuo»”.

Anche questa volta la vera natura della tentazione si scopre nella risposta di Gesù. Intento a fare una ricerca sulla tentazione, ho scoperto qualcosa che mi ha sorpreso: nell’Antico Testamento il verbo tentare è sempre in relazione a Dio e non agli uomini [1]. Sono sempre gli uomini a tentare Dio e il verbo non è mai usato per indicare l’attività del diavolo nei confronti dell’uomo. Questo non significa che l’azione del tentare non sia presente nell’Antico Testamento, anzi lo è fin dalle prime pagine. Rimane comunque un dato significativo.

Giacomo, nella sua lettera, afferma: “Nessuno, quando è tentato, dica: Io sono tentato da Dio; perché Dio non può esser tentato dal male, né Egli stesso tenta alcuno” (Gm 1:13). In questo testo c’è una duplice affermazione: Dio non tenta e non può essere tentato.

Come mai nei versetti citati si afferma che degli uomini tentarono Dio? Il verbo tentare ha, sia nella lingua italiana che in quelle originali, il duplice significato di incitare al male e provare. Tutti i passi dell’Antico Testamento in cui appaiono il verbo tentare e il sostantivo tentazione, e che sono riferiti a Dio, hanno il significato di metterlo alla prova. Questo, Dio non lo vuole, a meno che non sia lui stesso a chiederlo (cfr. Ml 3:10-1[2]). Dio non vuole essere messo alla prova, vuole essere creduto sulla parola.

Chiedere un miracolo per credere, è tentare Dio. Una tentazione, questa, che ha avuto ampia eco nel mondo cristiano. È il miracolo al centro dell’attenzione di tanti credenti e di alcuni imbonitori della fede. Sono i miracoli (o presunti tali) l’oggetto del desiderio, non Dio, non la sua salvezza, non la sua libertà, che è libertà dai “desideri della carne”. Dio vuole da noi una fede che non sia vincolata dal miracolo.

Terza tentazione: l’idolatria

“Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori». Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto»”.

Siamo all’apice della tentazione. Ora si tratta di stabilire chi è il vero padrone, chi è che comanda veramente. Siamo nella sfera dell’autorità.

Qual è l’offerta del Tentatore? Il potere su tutti i regni del mondo.

Questa tentazione si è attuata molte volte, in particolare quando una folla osannante cercava Gesù per farlo re, ma lui si nascose da loro (Gv 6:15)[3].

La Chiesa, però, ha ceduto miserevolmente sotto questa tentazione, e più di una volta. Le parole del Grande Inquisitore esprimono con forza questa verità: “… noi non siamo con te, ma con lui: ecco il nostro segreto! Già da gran tempo noi non siamo con te, ma con lui: sono ormai otto secoli. Sono precisamente otto secoli che noi abbiamo preso da lui ciò che tu sdegnosamente rifiutasti, quest’ultimo dono che lui ti offrì mostrandoti tutti i regni della terra…”.

Quante volte la Chiesa ha ceduto di fronte a questa tentazione e quante volte lo farà ancora? Non sto riferendomi solo alle forme più eclatanti, ma anche a quelle più sottili, perciò più subdole. La bramosia di potere si può nascondere anche tra le pieghe di un servizio che si presenta gratuito e umile. C’è chi usa la spada e chi la parola; c’è chi sfoggia il potere come un abito firmato, e altri che lo nascondono dietro un sorriso accattivante.

Satana è il “padre della menzogna”[4], secondo le parole di Gesù, per questo motivo è sempre bene dubitare delle sue affermazioni. In questo episodio si presenta come il “padrone del mondo”, capace di donare potere e autorità a Gesù. Certamente è riuscito a far passare per vera questa idea a milioni di uomini, in particolare a coloro che dichiarano apertamente di essere suoi seguaci e adoratori.

Ma è proprio così? Chi è il Signore? Di chi è la realtà creata, uomo compreso? Chi ha il potere di dirigere la storia?

Una via d’uscita

“Nessuna tentazione vi ha còlti, che non sia stata umana; però Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscirne, affinché la possiate sopportare” (1Co 10:13).

Un passo affascinante che contiene alcune verità di fondamentale importanza per noi. Queste le verità che emergono:

  1. la fedeltà di Dio;
  2. la tentazione non è mai superiore a ciò che noi possiamo sopportare;
  3. c’è sempre una via d’uscita.

La fedeltà di Dio

Occorre partire con il giusto presupposto: la tentazione non riguarda solo noi, ma anche Dio.

Sì, la tentazione che subiamo lo coinvolge in prima persona. Senza questa premessa saremo sempre succubi del Tentatore: se è riuscito far cadere l’uomo ancora nel suo stato di non peccatore, non riuscirà a far cadere noi che viviamo con una natura predisposta al peccato? Diremo di più: la tentazione è sempre sotto il controllo di Dio, come tutta la nostra vita. È il Signore che determina il “peso” della tentazione e controlla che questo non superi mai le nostre forze. È così? Ci crediamo?

C’è da sottolineare un altro aspetto della questione. Non si può separare la prova dalla tentazione; esse sono due inseparabili gemelle siamesi. Mediante lo stesso avvenimento Dio prova e Satana tenta. Che Dio sia fedele è un dato ampiamente diffuso nella Scrittura ed è anche noto che egli rimane fedele nonostante le nostre infedeltà, perché egli è fedele a se stesso, a ciò che lui è: “se siamo infedeli, egli rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2Ti 2:13). Questa sua fedeltà si dimostra in modo particolare nella tentazione: “Ma il Signore è fedele ed egli vi renderà saldi e vi guarderà dal maligno” (2Te 3:3).

La tentazione non è mai superiore a ciò che noi possiamo sopportare

C’è un testo, sempre dell’apostolo Paolo, che sembra affermare una verità contraria a quella esposta: “Fratelli, non vogliamo che ignoriate riguardo all’afflizione che ci colse in Asia, che siamo stati molto provati, oltre le nostre forze, tanto da farci disperare perfino della vita. Anzi, avevamo già noi stessi pronunciato la nostra sentenza di morte, affinché non mettessimo la nostra fiducia in noi stessi, ma in Dio che risuscita i morti” (2Co 1:8,9).

“Oltre le nostre forze…”? Dov’era Dio in questa occasione? Era forse disattento? Satana lo ha forse raggirato? Si era forse dimenticato della sua promessa? O, forse, dobbiamo cercare di capire il senso dei due testi, mettendoli a confronto?

Lo abbiamo già detto che Satana è più furbo di noi e il pericolo di cadere nei suoi tranelli è più di una vaga possibilità. Le forze di cui parla Paolo, in definitiva, non sono quelle che noi possediamo come uomini, ma quelle che riceviamo dal Signore. Lui è la nostra fonte d’energia. Gesù lo esclamò con enfasi: “Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15:5); il frutto è anche la vittoria sulla tentazione). Le “nostre forze” sono quelle che abbiamo a disposizione come uomini che hanno scelto Dio come riferimento.

C’è sempre una via d’uscita

“Questa parola, ekbasis [via d’uscirne], può indicare la gola di una montagna. Qui si ha in mente un esercito intrappolato fra le montagne e che sfugge a una situazione impossibile, attraverso un passo”[5]. La sopportazione della tentazione e la via d’uscirne, sono praticamente la stessa cosa. La tentazione si sopporta uscendone. Il problema è come avvertire, in modo chiaro, che siamo sotto tentazione e avere l’umiltà di chiedere subito (!) al Signore la via d’uscirne. È una questione d’intelligenza spirituale e avere la capacità di rispondere adeguatamente alle proposte del diavolo. Gesù ci è maestro anche in questo.

Come ha risposto al Tentatore? Rispondendo, colpo su colpo, con la Parola di Dio.

È la sua Parola, nella nostra mente e nel nostro cuore, che può salvaguardarci dal cadere nella rete diabolica:

“Ho conservato la tua parola nel mio cuore per non peccare contro di te” (Sl 119:11).      

[1] Es 17.7; Nu 14.22; De 6.16; Sl 78.41.

[2] «Portate tutte le decime alla casa del tesoro, perché ci sia cibo nella mia casa; poi mettetemi alla prova in questo – dice il SIGNORE degli eserciti – vedrete se io non vi aprirò le cateratte del cielo e non riverserò su di voi tanta benedizione che non vi sia più dove riporla».

[3] «Gesù, quindi, sapendo che stavano per venire a rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, tutto solo».

[4] Giovanni 8:44: «Voi siete figli del diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna».

[5] L. Morris, La prima Epistola di Paolo ai Corinzi, Roma, G.B.U., 1974.