La Pentecoste – Una vita di comunione e testimonianza (Atti 2:42-47)

I nuovi membri della chiesa non si fermano al battesimo, non restano semplici cristiani di nome, ma si sforzano di condurre con perseveranza una vita che corrisponda alla vocazione cristiana. Luca descrive la vita della comunità cristiana di Gerusalemme come modello ideale che dovrebbe caratterizzare il cammino di tutte le altre chiese locali. Forse può apparire come una descrizione idilliaca, ma ha il pregio di mettere in luce gli elementi costitutivi di un’esistenza cristiana autentica: l’armonia, il rispetto e la preoccupazione per gli altri, la preghiera e il culto, ma soprattutto la testimonianza.

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Introduzione

La chiesa è ormai una realtà sociale oltre che spirituale, a Gerusalemme nasce la prima comunità cristiana, composta per il momento da solo Ebrei. Dopo il dialogo fra Pietro e la folla (At 2:37-46), Luca descrive il comportamento dei nuovi credenti. Questo legame con il racconto della Pentecoste è significativo e dimostra come l’opera dello Spirito continui in coloro che mediante l’accettazione della parola e del battesimo (At 2:41), sono entrati a far parte della comunità. Dopo la Pentecoste, atto fondatore della Chiesa, Luca mostra come lo Spirito costruisca una comunità in stato di comunione, anche se questa non sarà risparmiata dall’ostilità del mondo esterno (At 4:1-22; 5:17-42), né dalle crisi interne (At 5:1-11; 6:1; 15:5-40).

Comunque lo scopo di Luca è di mettere in risalto la stima di cui godevano i cristiani tra gli abitanti di Gerusalemme e senza la quale sarebbero state discreditate sia la testimonianza di Cristo, sia l’azione dello Spirito.

La comunità dei primi cristiani

La descrizione della vita della Chiesa si apre con l’indicazione di una prima caratteristica: la PERSEVERANZA.

Tutti quelli che avevano accettato la parola della predicazione pentecostale (circa 3000 persone stando a At 2:41) erano perseveranti. Que-
sta decisione indica fermezza e adesione, si tratta di un’assiduità costante, di uno sforzo che non si allenta, di un’attesa fiduciosa dei suoi effetti. Perciò nella prima parte del libro degli Atti (1:14; 2:42,46; 6:4; 8:13), la perseveranza si applica alla tenacia e alla persistenza nella fede. L’aspetto duraturo è sottolineato dalla costruzione perifrastica dell’imperfetto (erano) e dal participio (perseveranti).

In che cosa erano perseveranti i nuovi credenti?

Luca elenca le quattro caratteristiche identitarie della chiesa nata della Pentecoste.

▶ Perseveranti nell’insegnamento degli apostoli

L’autorità dei dodici nella chiesa di Gerusalemme deriva dal fatto che essi furono testimoni della vita di Gesù fino alla sua risurrezione (Lu 1:2; At 1:22), e quindi portatori di una parola fondatrice. La predicazione di Pietro e degli apostoli (At 2:14-36; 3:12-26; 4:9-12; 5:29-32) mostra ciò che si deve intendere per loro insegnamento: non un sistema dogmatico, ma una proclamazione di Cristo come Salvatore e la conferma mediante le Scritture di questa iniziativa di Dio per tutto il mondo.

▶ Perseveranti nella comunione

Parlare di comunione (koinonía) è una prerogativa più di Paolo che di Luca.[1] Che senso attribuire a questo termine carico di significati? Per Paolo la comunione è con Cristo (1Co 1:9), con il corpo e il sangue di Cristo (1Co 10:16), con lo Spirito Santo (2Co 13:13; Fl 2:1), con le sofferenze

di Cristo (Fl 3:10). La koinonía paolina è sia spirituale (Fl 1:9; Fi 6) che materiale (Ro 15:26; 2Co 8:4; 9:13). Luca si riferisce non solo alla comunione dei beni menzionata in Atti 2:44, ma soprattutto a quell’unanime sentire comune che coinvolge le azioni comunitarie della collettività, ivi compresa la gestione dei beni materiali. Etimologicamente koinonía indica la partecipazione comune a un bene, perciò i credenti vivono una comunione che è al tempo stesso fraterna, materiale e spirituale, perché partecipano alla stessa salvezza.

▶ Perseveranti nel rompere il pane

A differenza della terminologia giudaica, dove l’espressione indica anzitutto l’atto dello spezzare il pane e, in senso più ampio, l’intero rituale che precede il pasto (preghiera, frazione e distribuzione del pane), negli Atti si riferisce a tutto il pasto, cioè al fatto che i primi cristiani prendevano il cibo in comune. La discussione se la frazione del pane fosse semplicemente un pasto o si riferisse in modo specifico, come fanno intendere Atti 20:7, 11 e 27:35; 1 Corinzi 10:16 e 11:24, alla cena del Signore, appare superflua, infatti Luca parla di “rompere il pane e prendere il cibo insieme”, le due cose erano più o meno connesse. Perciò Luca pensa probabilmente al pasto quotidiano senza separarlo dalla Cena del Signore.

▶ Perseveranti nelle preghiere

Luca usa il plurale forse come richiamo a una pratica regolare della preghiera, seguendo la consuetudine giudaica del tamid, con le sue tre preghiere quotidiane all’alba, alle quindici e al tramonto del sole (Dani 6:10). Lo stesso Luca nel vangelo presenta Gesù come uomo di preghiera (Lu 3:21; 5:16; 6:12; 9:18, 28; 11:1; 22:41), che insegna ai discepoli a pregare (Lu 11:1-3) e senza stancarsi (Lu 18:1). La partecipazione degli apostoli alla preghiera del tempio è ricordata in Atti 3:1. La chiesa ha anche i suoi propri tempi di preghiera come attesta Atti 4:24-31.

La seconda caratteristica è il TIMORE. Letteralmente: “C’era timore in ogni persona”. La comunità era perseverante e attaccata all’insegnamento degli apostoli, ma invece della parola, sono menzionati i prodigi e i segni che avvenivano per mezzo degli apostoli. Il collegamento parola-miracolo permette di comprenderlo: la parola dimostra la sua efficacia nell’azione e ne farà uso per indicare l’azione di guarigione di Gesù e dei suoi (At 2:22; 4:30; 5:12; 6:8; 14:3; 15:2). Perché c’era timore in ogni persona? Qual è il motivo? Il timore religioso dev’essere compreso come la reazione umana davanti all’emergenza del divino, infatti Luca lo colloca in relazione con i miracoli (Lu 1:65; 5:26; 7:16; 8:37; 21:26; At 5:5,11; 19:17). Anche per gli apostoli, come per Gesù, i prodigi formano un tutt’uno con l’insegnamento. Viene sottolineato ancora una volta il ruolo esclusivo dei Dodici e soprattutto la loro azione: essi agiscono con pieni poteri nella continuazione e nella sequela dell’opera di Gesù.

La terza caratteristica è AVERE OGNI COSA IN COMUNE. La grazia, la salvezza, il battesimo, introducono nella comunità rapporti di giustizia sociale: è la condivisione dei beni sulla quale si parlerà anche in At 4:32-35. Vi è un principio e una modalità.

a) Il principio è che tutti i credenti erano insieme, come in Atti 2:1 (lett: sulla, per la stessa cosa), indica l’accordo su una stessa direzione, uno stesso progetto. In un certo senso tutti i credenti facevano comunità e avevano tutto in comune (l’aggettivo “tutti” ricorre spesso e indica l’armonia integrale). Non si tratta né di un “comunismo totale”, né di una “completa comunione di beni” su modello di Qumran. Gli adepti di Qumran erano consapevoli di formare un yahad, una comunità, non perché vivevano nello stesso luogo, ma perché sapevano di essere riuniti in un solo corpo (1QS 1,1; 3,7). La prima chiesa, secondo Luca, vive l’ideale armonia delle origini.

b) La modalità è rappresentata dalla condivisione economica: le proprietà e i beni vengono venduti e il ricavato distribuito fra tutti “secondo il bisogno di ciascuno” (At 2:45). Quest’ultima precisazione richiama ciò che è scritto in Atti 4:34 “non c’era nessun bisognoso tra di loro”. L’ideale perseguito non è quello di sottrarre beni per essere dei volontari poveri, ma quello di una condivisione che non può accettare che dei fratelli siano nel bisogno. Si abbandonano i propri beni non per desiderio di essere poveri, ma perché non vi siano poveri. La comunione però non sarà priva di difetti, il dramma di Anania e Saffira (At 5:1-11) ha lo scopo di far riflettere quanto sia difficile vivere praticamente i principi biblici.

La quarta caratteristica è la VITA CULTUALE. Essa viene posta sotto il segno della “permanenza” (ogni giorno), della “perseveranza” (assidui) e dell’“unanimità” (concordi). Secondo Atti 1:14 e 4:24, l’unanimità si esprime non tanto come uniformità delle opinioni, quanto piuttosto come un accordo di tutti nella preghiera. Luca dipinge un altro aspetto della vita tipica dei primi cristiani di origine giudaica: frequentavano il tempio. Pur avendo ricevuto il battesimo come seguaci del Cristo risorto, essi continuano a vivere da Giudei esemplari e non vedevano in questo nessuna contraddizione. Secondo alcuni studiosi[2] non lo facevano solo per documentare di non essersi allontanati dalle Scritture antiche (l’Antico Testamento), ma soprattutto per ribadire, prendendo possesso del tempio, come fece Gesù, che il nuovo Israele deve vivere alla luce della grazia.

Compare per la prima volta una contrapposizione geografica che si ripeterà anche in Atti 5:42: i credenti sono assidui al tempio, ma spezzano il pane nelle case. C’è un forte significato teologico: l’attaccamento al tempio di Gerusalemme come continuità con Israele e le promesse della salvezza e dell’edificazione della Chiesa promessa da Gesù. Il rompere il pane a domicilio annuncia il ruolo che giocherà la casa, nella quale si costruirà la chiesa e l’identità cristiana. Di tappa in tappa, nel corso degli Atti, le case cristiane diventano “chiese” dove si accolgono i missionari, si legge la Parola e si adora il Signore (la casa di Giuda a Damasco: At 9:11,17; la casa di Cornelio: At 11:1-14; la casa di Maria, madre di Giovanni Marco: At 12:12; la casa di Lidia: At 16:15; la casa del carceriere di Filippi: 16:31-34). Ed è per questo che “Saulo devastava la chiesa, entrando di casa in casa; e, trascinando via uomini e donne, li metteva in prigione” (At 8:3), aveva perfettamente capito che la genesi della Chiesa era la casa. In 1Corinzi 11:17-34 la cena del Signore è accompagnata da un pasto comunitario, questa condivisione avviene nella gioia e semplicità di cuore. Dunque da Atti 1 a 28 si passa dal tempio alla casa romana di Paolo (At 28:16-31), dove si tesseranno ormai i nuovi legami alimentati dal vangelo.

La quinta caratteristica è: la LODE. L’esperienza dell’azione salvifica di Dio provoca l’azione di grazie, cosa che non mancherà di fare lo zoppo della porta Bella di Gerusalemme dopo la sua guarigione: “entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio” (At 3:8). Lodare Dio è azione particolarmente cara a Luca. Gli angeli e pastori lodano Dio (Lu 2:13,20), la profetessa Anna lodava Dio e parlava a tutti del bambino (Lu 2:38), in occasione dell’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme, la folla dei discepoli cominciò a lodare Dio a gran voce (Lc 19:37), gli apostoli dopo l’ascensione di Gesù stavano sempre nel tempio, lodando Dio (Lu 24:53).

Questa vita esemplare della chiesa della Pentecoste è ricompensata dal Signore in due modi:

  Il favore del popolo. Cosa intende dire Luca? Le varie traduzioni della Bibbia non rendono l’idea del testo, tranne la prima edizione di Diodati: “avendo grazia verso tutto il popolo” (At 2:47). È vero che la grazia implica il favore non meritato da parte di Dio, ma ciò che Luca vuol fare emergere è che i credenti lodano il Signore e hanno verso il popolo un atteggiamento di apertura e accoglienza, che non era possibile con la sinagoga.

 

  La crescita della chiesa. “Il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che venivano salvati” (At 2:47b), cosa già rilevata in Atti 2:4 “furono aggiunte a loro circa tremila persone”. Questa nuova “aggiunta” sarà una caratteristica che si verificherà anche nel seguito degli Atti (4:4; 5:14; 6:1; 8:6; 9:31). La crescita della chiesa ha due significati ben precisi in Atti:

a) la diffusione del vangelo nel mondo viene considerata il frutto della benedizione di Dio in ottemperanza al grande mandato (At 1:8);

b) La forza di attrazione della comunità non è attribuita alle prodezze dei suoi membri, ma all’azione di Dio “che aggiunge alla chiesa” i salvati. Il numero dei cristiani dunque cresce, ma non per merito dei credenti i quali sono chiamati solo a testimoniare, ma per l’azione del Signore. È lui che aggiunge alla comunità coloro che invocano il nome del Signore (At 2:21), che ascoltano l’invito alla salvezza (At 2:40) e che ubbidiscono (At 2:41).

Conclusione

Qual è il messaggio della Pentecoste oggi?

Una parte della cristianità ha voluto vedere in questo avvenimento il dono delle lingue necessario come esperienza successiva alla conversione, un’altra parte come una semplice festa di calendario da ricordare ogni anno, altri ancora credono che sia un’esperienza circoscritta e non più valida oggi. Tutte queste opinioni non fanno onore alla Parola.

Quando lo Spirito Santo scese sui discepoli, vi furono due segni significativi: un vento impetuoso e il fuoco, il primo quale segno di movimento, il secondo di testimonianza. Gli apostoli, sotto l’azione dello Spirito Santo, si trovarono immessi in una realtà prima non conosciuta; un’intensità di vita fatta di testimonianza e di coraggio. La gente accorsa attorno alla casa cominciò a udire nelle proprie lingue native il vangelo annunciato dagli apostoli. L’impedimento alla comunicazione, creato dalla superbia narrata nella torre di Babele (Ge 11:1-9), cadeva per l’azione dello Spirito Santo. Il desiderio degli apostoli di diffondere il messaggio della salvezza, si rese immediatamente possibile nel dono delle lingue che Gesù aveva promesso: “parleranno in lingue nuove” (Mc 16:17). Tante le lingue, o meglio tantissimi dialetti locali, allora: bisognava superare le barriere linguistiche per seminare la Parola.

L’avvento dello Spirito è la realizzazione delle parole di Gesù: “Riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra” (At 1:8), dunque il messaggio della Pentecoste non è tanto il parlare in lingue, ma la testimonianza della parola: “Chi parla in altra lingua edifica sé stesso; ma chi profetizza edifica la chiesa” (1 Co 14:4). Infatti del dono delle lingue si parlerà poco negli Atti, solo due volte, in casa di Cornelio (At 10:46) e a Efeso (At 19:6), mentre Luca evidenzierà come ora gli apostoli divennero operativi per l’espansione del vangelo. Infatti dopo che altre persone si aggiunsero alla comunità (At 2:41), lo Spirito allarga il nucleo pentecostale alle dimensioni del mondo e spinge la chiesa a uscire suo malgrado dalle frontiere di Israele, dai limiti della legge, a superare i confini dell’Asia per arrivare a Roma, A ciascuna di queste spinte vi è il richiamo della prima Pentecoste.

A Gerusalemme la chiesa si misura con le autorità religiose, che hanno fatto arrestare e comparire Pietro e Giovanni davanti al sinedrio, per aver guarito uno zoppo (At 3:6-8). Ma Pietro “pieno di Spirito Santo” prende la parola (At 4:8). È la prima volta che Luca menziona la formula “pieno di Spirito Santo” all’inizio della predicazione, ciò conferma che egli ha ricevuto lo Spirito a Pentecoste e la realizzazione della promessa di Gesù: “Quando poi vi condurranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi del come e del che risponderete a vostra difesa, o di quello che direte; perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento stesso quello che dovrete dire” (Lu 12:11-12). La fermezza degli apostoli sorprende il sinedrio che li giudicano popolani e senza istruzione, la potenza dello Spirito viene scambiata per ignoranza, come in Atti 2:13 viene scambiata per ubriachezza.

Pietro e Giovanni sono adesso con la comunità che è messa a conoscenza delle parole delle autorità di Gerusalemme che vogliono fermare l’espansione del vangelo. La chiesa prega e chiede al Signore di concedere loro di predicare la Parola in tutta franchezza (At 4:29). Alla fine della preghiera avviene una cosa simile alla Pentecoste: “il luogo dove erano riuniti, tremò; e tutti furono riempiti dello Spirito Santo, e annunziavano la Parola di Dio con franchezza” (At 4:31). Non vi fu il dono delle lingue ma la pienezza dello Spirito per poter parlare con libertà.

In Samaria l’evangelizzazione non avviene in ubbidienza al mandato di Atti 1:8 “mi sarete testimoni…in Samaria”. Queste parole di Gesù non ebbero immediato seguito, infatti dopo la Pentecoste, per otto lunghi anni, i discepoli non si mossero da Gerusalemme, con grande beneficio per la chiesa di quella città. La vita comoda e appagante fece loro dimenticare le raccomandazioni di Gesù e si limitarono ad essere testimoni solo a Gerusalemme. Si rilassarono spiritualmente e non avvertirono l’urgenza di far conoscere la salvezza ad altri. Ma ad un certo momento Dio permise lo scatenarsi di una feroce persecuzione: con la morte di Stefano, tranne gli apostoli, tutti furono dispersi nelle campagne della Giudea e Samaria (At 8:1). Si profila il tema del fallimento provvidenziale, la persecuzione si trasforma in benedizione per i credenti: “Allora quelli che erano dispersi se ne andarono di luogo in luogo, portando il lieto messaggio della Parola” (At 8:4).

La Samaria viene evangelizzata da Filippo, nella Chiesa non ci sono solo apostoli, ma anche diaconi (At 6:5). La Parola si avventura su un nuovo terreno, dopo Gerusalemme. La predicazione di Filippo ai Samaritani è messianica: predica Gesù come il “Cristo” che compie le promesse di Dio. Quindi la prima vera predicazione del vangelo, in assoluto e fuori Gerusalemme, è opera di Filippo. L’adesione dei Samaritani alla predicazione viene espressa in termini sorprendenti: “Quando ebbero creduto a Filippo che portava loro il lieto messaggio del regno di Dio e il nome di Gesù Cristo, furono battezzati, uomini e donne” (At 8:12).

Ma l’apertura decisiva ai pagani avviene nell’incontro di Pietro e Cornelio (At 10-11), un racconto che potremmo chiamare la “conversione di Pietro” più che la “conversione di Cornelio”. Subendo a due riprese l’assalto di Dio, mediante un’estasi e poi con un messaggio dello Spirito, Pietro deve arrendersi all’incredibile, dopo la sua predicazione (At 10:34-43), lo Spirito Santo scende sulla casa di Cornelio (At 10:44), incorporando dei pagani alla comunità e distruggendo la barriera che separava i pagani dal popolo di Dio: “E tutti i credenti circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliarono che il dono dello Spirito Santo fosse dato anche agli stranieri, perché li udivano parlare in altre lingue e glorificare Dio” (At 10:45-46).

Dopo questa ulteriore Pentecoste sarà il turno dell’estremità della terra, con la conversione di Paolo. Da Antiochia di Siria parte la quarta fase del mandato. I discepoli avevano reso testimonianza a Gerusalemme, in Giudea e Samaria, dunque era giunta l’ora di andare alla conquista del mondo. Tuttavia dobbiamo osservare un fatto significativo che costituisce un avvertimento per ogni chiesa di oggi: Dio fu costretto a scegliere una chiesa diversa da Gerusalemme per dare inizio alla missione mondiale. La chiesa di Gerusalemme era troppo rigida e ancora attaccata agli schemi della legge mosaica. I credenti di origine giudaica erano troppo rigidi, si erano convertiti a Cristo, ma si erano rifiutati di ravvedersi dalla loro esclusività con Dio, così il Signore fu costretto a scartare la chiesa di Gerusalemme e scegliere una chiesa di origine pagana per essere il fulcro della sua missione. Non solo i riflettori si spostano da Gerusalemme ad Antiochia, ma anche da Pietro a Paolo. In tutti questi episodi cerniera è lo Spirito che trascina in avanti la comunità perché si realizzi il disegno di Dio: non quello di parlare in lingue ma di predicare la Parola.

Leggendo l’esperienza della Pentecoste siamo spinti non solo a pensare allo Spirito, ma a viverne e a discernere il suo percorso in seno alla storia, perché l’ordine di Gesù ai discepoli di essere testimoni fino alle estremità della terra (At 1:8), non è ancora terminato secondo Luca.

Il libro degli Atti si chiude come un libro aperto: Roma, dove finisce il racconto, non è oggi l’estremità della terra. Il campo della Parola di Dio è il mondo e la Chiesa si scopre in cammino sotto la guida e la potenza dello Spirito per “tenere alta la Parola di vita” (Fl 2:6), di predicare, di insistere in ogni occasione favorevole o sfavorevole” (1Ti 4:2). In questo senso ogni credente e ogni chiesa può aggiungere agli Atti degli apostoli, i suoi atti degli apostoli.    

[1] Paolo usa tredici volte koinonía, mentre negli scritti di Luca l’unica ricorrenza è in Atti 2:42.

[2] E. Haenchen, H.H. Wendt, H. Conzelmann.