Gaetano Giannini

di Teodorico Pietrocola Rossetti (Vasto, 1825 - Firenze, 1883) da “La Rivista Cristiana” anno II, Firenze 1874

29
Tempo di lettura: 5 minuti

Nel numero di giugno, all’interno dell’articolo relativo ai 90 anni trascorsi dalle leggi sui “culti ammessi”, è stato ricordato “l’episodio raccapricciante accaduto nel giorno della festività cattolica di San Giuseppe, il 19 marzo 1866 a Barletta, dove viveva e testimoniava la sua fede in Cristo l’evangelista Gaetano Giannini” (IC n. 6/2019; pag. 249). Contestualmente siamo stati messi al corrente dell’impegno evangelistico che è già in atto in questa stessa città (IC n. 5/2019; pag. 221: “Progetto Barletta”). Dal nostro archivio abbiamo recuperato questo vecchio articolo che ci permette di conoscere meglio quanto accaduto, che ci incoraggia a pregare perché in questa città possa sorgere una nuova testimonianza e che ci offre il ricordo di un fedele servitore del Signore.

Da Firenze missionario in diverse città

Mentre la persecuzione incrudeliva in Toscana e i Cristiani erano gittati in prigione o sbalestrati in esilio, Gaetano Giannini era nel 1854 aggiunto dal Signore alla Chiesa Cristiana Libera di Firenze.

Arricchito da Dio della conoscenza della sua grazia, ministrava nel 1859 nella raunanza come diacono.

Nel 1861 iniziò l’operosa vita dell’operaio cristiano andando in Ancona, dove fra molte prove ed ansietà e dolori potette riunire alcune anime per meditare con loro la parola della vita. In seguito rizzò la sua tenda a Sinigaglia, ed ivi ancora, in pubblico e in privato, evangelizzò il Signore e guadagnò alcune anime a Cristo. Indi mosse alla volta di Pesaro e, predicando quivi la grazia, fu consolato con la conversione di una trentina di persone. Poi andò a Fano e testimoniò della sua fede a un discreto numero di persone, affamate di giustizia. Ma se egli fu benedetto, ebbe altresì a soffrire immensamente e a Pesaro e a Fano, a causa de’ contrasti, delle difficoltà d’ogni sorta, e delle vive e incessanti persecuzioni, per cui talvolta non poteva nemmeno uscire di casa.

E continuando le sue peregrinazioni, visitò Urbino, Rimini, Spoleto, Pescara e Chieti, proclamando il glorioso vangelo della salute.

Nel 1865 andò a Barletta, dove il Signore permise che fosse esposto a dolorosissima prova. A Barletta il Giannini cominciò l’opera umilmente, si formò degli amici, li riunì insieme, e li evangelizzò. Alcuni si convertirono al Signore, ed egli ne vide un 35 o così di costoro intorno alla tavola del Signore. Fu allora che Satana incitò una violenta persecuzione contro a lui ed ai fratelli che Dio gli aveva dati.

Noi non vogliamo tesser di nuovo l’orribile storia della strage di Barletta: ricorderemo soltanto che i preti, dopo aver vomitato ingiurie ed infamie contro gli Evangelici, salirono sul pergamo[1] istigando la plebe alla strage. Resa furibonda da quei leviti rabbiosi, la plebe si sollevò il 19 marzo 1866 e, uscendo dalla chiesa cattolica, si precipitò forsennata in casa dei Cristiani evangelici volendoli trucidare, e segnatamente il loro evangelizzatore.

Sfuggito alla strage

Il Giannini si salvò fuggendo sopra i tetti, e recando seco a salvamento due piccoli fanciulli, l’uno figlio del fratello Ruggiero, ucciso, anzi martirizzato a colpi di lesina; l’altro figlio del fratello D’Agostino, ucciso anch’egli. Un amico di quei cristiani, Beppino di Curatolo, essendo accorso per proteggerli, fu sgozzato e gittato dalla finestra sulla pila delle mobilie buttate giù nella strada e a cui quei violenti avevano dato fuoco. Ardeva intanto la casa di Fusco dove abitava il Giannini e la casa del fratello B., altre erano saccheggiate… E così facendo e uccidendo, quella plebe dissennata riempì di spavento la città di Barletta e l’Italia tutta!…

Quella strage inaudita, il pericolo, il terrore, scossero talmente la delicata e sensibile tempra del Giannini, che la sua salute ne soffrì immensamente, donde le continue sue infermità che lo travagliarono fino alla morte.

Un’altra scena di minacce e di morte ebbe a vedere a Terlizzi, quando l’adunanza fu assalita da preti e contadini armati che lo volevano addirittura trucidare, eppure il Signore lo fece passare attraverso di quegli scherani[2] senza che gli fosse torto un capello.

Passato il furore religioso, il Giannini che s’era assentato per alcuni giorni, ritornò a Barletta e continuò a ministrare in quella chiesa fino al 1868, evangelizzando altresì a Trani e a Corato. Andò in seguito a Bari e la sua predicazione fu molto benedetta e riunì meglio che 60 convertiti intorno alla tavola del Signore. Appena Roma fu liberata dal giogo pretile, Giannini andò colà e mal comportando gli indugi di alcuni, cominciò pel primo ma forse secondo a riunire delle anime per annunziar loro la grazia di Dio. Finalmente, nello stesso anno 1871, andò a Bologna dove l’opera sua, il suo ministero nella Parola, la sua pietà furono di grande benedizione a quella chiesa, da cui era immensamente e meritatamente amato.

Nel corso di questo anno fu parecchie volte gravemente ammalato, ma continuò sempre a ministrare a Bologna. Ultimamente una recrudescenza del suo male gli consigliava di passare l’inverno nelle Puglie. Egli si disponeva a questa partenza con cuor lieto, non riguardando alle sue infermità. La domenica mattina del 25 ottobre egli trascinò quel suo debole ed emaciato e addolorato corpo nella raunanza di via Galliera, e sentendo viva in sé la virtù dello Spirito, parlò potentemente sulla seconda di Pietro capitolo 1.

Egli, che in quel giorno stesso dovea tornare a Dio, si fermò con diletto d’animo sul v. 14: sapendo che fra poco il mio tabernacolo ha da esser posto giù e parlò sulla gioia ineffabile di andare ad abitare col Signore. La sera alle 7 ritornò al locale ed evangelizzò con forma divina sul capitolo VI di Giovanni v. 17, 18 e parlò della barca che fanno i facitori di chiese, tutta fronzoli e bellezze esterne che va alla riva ma trova scogli, per cui è fracassata e rotta, e della barca della vera chiesa di Cristo che supera tempeste e ogni sorta di mali ed approda alla riva.

E con voce ispirata, e pieno d’un sorriso celeste, esclamava: “Ecco la barca di Cristo che giunge alla riva! Eccola è giunta!”. Tornò a casa tutto felice, prese un po’ di cena, e mentre riposavasi alquanto conversando coi cristiani che gli erano intorno, tutto a un tratto mise la mano sul cuore, gridò con gran voce: Oh Dio! E s’addormentò!

È impossibile descrivere l’angoscia, il dolore della desolata vedova, d’un ottimo ed egregio fratello che gli era vicino e della sua consorte, e di tutti i fratelli e le sorelle che in un attimo rimanevano privi di quel caro e devoto servitore del Signore! Ed è impossibile descrivere il dolore di quanti lo conobbero, e l’amarono, il voto che egli lasciava nel campo del Signore!

La mattina del giorno seguente, i fratelli e le sorelle premendo nel cuore l’angoscia inenarrabile, eppur soffocati dal pianto, in mezzo a cantici e preghiere e meditazioni della Parola che ci parla di vita in faccia alla morte, seppellirono gli avanzi del caro Giannini nella Certosa di Bologna!

Egli morì sulla breccia da valoroso e vero soldato di Cristo. La sua vita operosa resterà come esempio dell’attività cristiana. Egli era affabile, comunichevole, vero evangelista. Conosciamo pochi in Italia più potenti di lui nella predicazione.

L’ultima lettera ch’egli scrisse in data del 23 la diresse allo scrittore di questa memoria. Crediamo bene di trascriverne alcune parole, le migliori che per noi si possano per dar fine a questa notizia.

“Le scriverò ancora prima di partire; intanto preghi il Signore per me che in tutto e per tutto mi diriga secondo la sua volontà, torturando con ogni maniera la mia volontà se volesse ribellarsi ai suoi disegni santi e perfetti… La mia salute è discreta; ma la sera mi viene l’affanno, come pure se passeggio un poco: coraggio nel Signore, e avanti finché non vedremo a faccia a faccia il Signore. Gesù è sulla porta! Basta, siamo allegri!”.    

[1] Salire sul pergamo è espressione usata un tempo per indicare le prediche sacre (il pergamo era infatti un pulpito finemente decorato utilizzato dai preti per le loro prediche).

[2] Scherani = banditi, assassini.