Gesù e il paralitico: l’autorità divina

Perché Gesù poteva operare ed agire con la stessa autorità di Dio, nei confronti sia del male fisico che di quello spirituale? E qual è ancora oggi la guarigione più importante? Come mai Gesù fu contestato dagli scribi e in quale modo egli risposte alla loro contestazione?

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L’autorità di Dio

Il termine autorità è molto usato, sia a proposito sia a sproposito. Avere autorità significa essere in grado di agire autonomamente, o di ordinare ad altri di agire secondo la propria volontà. Il termine deriva dal latino aucotor, autore. Dio è definito il Supremo Autore, perché è lui che, tramite la sua Parola, ha posto in essere ogni cosa. Essendo l’autore di ogni cosa creata, egli possiede autorità sovrana su tutto e tutti. Tutto e tutti: non esiste una zona profana, ossia una zona dove l’autorità di Dio sia assente. Tutto è sacro, ossia sotto il domino del Signore. Questa sua autorità è presente sia nella sfera materiale sia in quella spirituale: tutto gli appartiene perciò tutto è sotto la sua autorità. La sovrana autorità del Creatore, è sottolineata con forza in tutta la Sacra Scrittura. Nell’episodio della vita di Gesù che prenderemo in esame, emerge la questione dell’autorità. Osserviamo insieme come Gesù ne parla.

“Ed ecco gli portarono un paralitico disteso sopra un letto. Gesù, veduta la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, coraggio, i tuoi peccati ti sono perdonati». Ed ecco alcuni scribi pensarono dentro di sé: «Costui bestemmia». Ma Gesù, conosciuti i loro pensieri, disse: «Perché pensate cose malvagie nei vostri cuori? Infatti, che cos’è più facile, dire: “I tuoi peccati ti sono perdonati”, o dire: “Alzati e cammina?” Ma, affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati: “Alzati”, disse allora al paralitico, “prendi il tuo letto e vattene a casa”. Il paralitico si alzò e se ne andò a casa sua. Visto ciò, la folla fu presa da timore e glorificò Dio, che aveva dato tale autorità agli uomini”

(Matteo 9:1-8).

 

Come di consueto, divideremo il brano in alcune sezioni, seguendo la logica dell’autore, per comprendere nel modo più corretto possibile ciò che egli desidera comunicarci.

Nella prima parte del racconto troviamo l’implicita richiesta di guarigione del paralitico e dei suoi amici, nella seconda sezione troviamo lo strano e inconsueto modo di rispondere di Gesù alle richieste che gli sono fatte e la reazione dei soliti scribi, infine troviamo (finalmente!) la guarigione richiesta e la reazione dei presenti.

Fede e amore, una miscela esplosiva

Immergiamoci nel testo, come dei minatori s’immergono nelle viscere della terra per estrarre da essa del materiale prezioso: “Ed ecco gli portarono un paralitico disteso sopra un letto”. Marco racconta l’episodio in modo più dettagliato:

“Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo in Capernaum. Si seppe che era in casa, e si radunò tanta gente che neppure lo spazio davanti alla porta la poteva contenere. Egli annunziava loro la parola. E vennero a lui alcuni con un paralitico portato da quattro uomini. Non potendo farlo giungere fino a lui a causa della folla, scoperchiarono il tetto dalla parte dov’era Gesù; e, fattavi un’apertura, calarono il lettuccio sul quale giaceva il paralitico”

(Mr 2:1-4).

È da notare la determinazione dei quattro amici del paralitico che non si fermano agli ostacoli che incontrano, ma addirittura scoperchiano il tetto per dare l’opportunità al loro amico (o parente) di stare davanti a Gesù. Salire sul tetto, scoperchiarlo e da lì calare l’infermo è reso possibile grazie alla particolare struttura delle case al tempo di Gesù. Una determinazione, frutto della straordinaria miscela fede-amore. La ferma volontà nel condurre l’ammalato a Gesù era figlia di almeno due fattori: 1. l’affetto che nutrivano per il malcapitato amico o parente e 2. la fede nella capacità di Gesù di operare il miracolo.

L’amore e la fede, quando si uniscono, portano gli uomini a compiere azioni altrimenti impensabili e che spesso sono considerate folli dall’opinione pubblica: è una vera miscela esplosiva che muove la volontà. L’amore per il prossimo e la fede in Gesù sono alla base delle missioni e di tante (quasi tutte!) le organizzazioni umanitarie. Pensiamo agli ospedali, agli orfanotrofi, alla Croce Rossa, agli asili per l’infanzia, alle case di riposo per anziani, ecc. Un vero fiume d’amore nato dal cuore di chi credeva in Cristo e che aveva della fede un’idea molto concreta; persone che, prendendo Gesù come modello della loro vita, sono uscite dalla gabbia del binomio amore-fede fatto solo di belle parole e lo hanno immerso nella vita di chi soffre. Tanti, tantissimi uomini e donne (tra i quali alcuni sono diventati famosi, ma la maggior parte ha agito nell’ombra), che hanno fatto proprie le sofferenze e i bisogni del prossimo: una numerosa schiera di servi ai quali il Signore dirà: “Va bene, servo buono e fedele…” (Mt 25:21). Udirò anch’io queste parole? Lo spero ardentemente.

Trasportare il paralitico su un lettino (sicuramente simile a una specie di barella), salire sul tetto, scoperchiarlo a da lì calare il malato: gesti che hanno in loro un’implicita richiesta: “Maestro, guariscilo!”, Gli evangelisti non ci hanno tramandato alcuna richiesta verbale, ma i gesti erano più che eloquenti. Come risponde Gesù? Ancora una volta la sua risposta ci sorprende.

Una fede visibile

“Gesù, veduta la loro fede…”.

Gesù ha “visto” la loro fede, perché i gesti da loro compiuti la rendevano palese. Rendere visibile la propria fede deve essere la costante preoccupazione di chi crede. Una fede non visibile è come un albero senza frutto. Non sono un botanico, anche se qualcosa riesco a capirci, avendo trascorso diversi anni tra i boschi con ragazzi, adolescenti e giovani. Un albero “nudo” è difficilmente distinguibile, ma se ha le foglie (che paragono alle parole) è più facile riconoscerlo. È sicuramente più facile capire di che albero si tratta se sui suoi rami pendono dei frutti maturi (questi rappresentano gli atti concreti della fede). Per questo motivo Gesù affermò: “Li riconoscerete dai loro frutti” (Mt 7:16). È il frutto, ossia la fede che s’incarna nelle vicende quotidiane, che rende riconoscibile l’albero: senza di questo difficilmente le persone intorno a noi potranno capire chi siamo.

Una stranezza provocatoria

“I tuoi peccati ti sono rimessi”.

Come dicevamo, la risposta di Gesù non è quella che ci saremmo aspettati. Perché non rispondere subito alla loro implicita richiesta? Perché parlare di peccati di fronte a un sofferente? Per quale motivo Gesù arroga a sé il diritto divino di perdonare i peccati? Cerchiamo di scoprirlo.

Nella folla che si accalca intorno a Gesù, ci sono anche i soliti scribi, sempre pronti a cogliere l’occasione per trovare dei capi d’accusa contro Gesù (alla fine, poi, per condannarlo hanno dovuto inventarseli, appoggiandosi su dei falsi testimoni). La presenza di queste persone spinge Gesù a provocarli; il Maestro è sempre pronto ad approfittare delle occasioni (così come Paolo ci ricorda di fare[1]). La sua provocazione non è fine a se stessa, ma tende a impartire un insegnamento. La vita ci offre mille occasioni nelle quali possiamo rendere testimonianza della nostra fede e noi dobbiamo essere sempre pronti a coglierle. L’esortazione di Pietro che ci spinge a essere pronti[2], include anche la sensibilità di vedere e di cogliere le occasioni che si presentano. Un cuore immerso in una sana empatia ci rende sensibili verso i bisogni di chi ci è vicino. Gesù sapeva benissimo che la sua frase avrebbe suscitato una reazione da parte dei religiosi e la compie senza tentennamenti, anche se conosceva bene le possibile conseguenze delle sue parole.

I Farisei sapevano che solo Dio può perdonare i peccati perché sono prima di tutto una disubbidienza alla sua legge, un’offesa alla sua persona. Ed ecco alcuni scribi pensarono dentro di sé: “Costui bestemmia”. Ma Gesù, conosciuti i loro pensieri, disse: “Perché pensate cose malvagie nei vostri cuori?”. Le parole di Gesù suscitano una violenta reazione, da parte dei religiosi: accusano Gesù addirittura di bestemmiare. Perché? Che cos’è una bestemmia? Di solito la consideriamo un’imprecazione contro Dio, ma in questa occasione non c’è nessuna imprecazione. Nelle parole di Gesù, gli scribi ravvisano l’usurpazione di un diritto divino: solo Dio può perdonare i peccati. Nella versione dell’episodio di Marco, troviamo la frase più completa: “Perché costui parla in questa maniera? Egli bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non uno solo, cioè Dio?”. Questa “arroganza” è da loro considerata una bestemmia.

Questa volta i religiosi ebrei hanno ragione! Davanti a loro c’è un uomo che si arroga un diritto divino. Gesù, perdonando i peccati del paralitico, si pone sullo stesso piano di Dio e questo, per i Giudei, era il peggiore dei peccati, era idolatria. Gesù non aveva ancora rivelato in maniera chiara la sua natura divina e ciò che gli uomini del suo tempo avevano di fronte era un uomo; un po’ speciale, è vero, ma sempre un uomo. Per un Giudeo era impensabile pensare a un uomo come divino e, nello stesso momento, era una bestemmia che un uomo si arrogasse diritti e capacità divine. La loro colpa, però, è stata la fretta nel giudicare qualcuno che non rientrava nei loro schemi mentali: se avessero colto i segnali, sempre più chiari, che Gesù dava attraverso le sue parole e i suoi atti, forse avrebbero conosciuto la verità. È una lezione che anche noi dobbiamo imparare abituati come siamo a dare dei giudizi sommari sulle prime impressioni.

In una cosa avevano assolutamente ragione: solo Dio può perdonare i peccati, mentre noi uomini possiamo (e dobbiamo!) perdonare le offese ricevute. Il peccato, come afferma la Scrittura, è violazione della legge divina[3] ed è qualcosa che riguarda Dio. C’è una frase che fa riflettere, nel famoso salmo di Davide definito il Miserere: “Lavami da tutte le mie iniquità e purificami dal mio peccato; poiché riconosco le mie colpe, il mio peccato è sempre davanti a me. Ho peccato contro te, contro te solo, ho fatto ciò ch’è male agli occhi tuoi. Perciò sei giusto quando parli, e irreprensibile quando giudichi” (Sl 51:1-4). Sappiamo a che cosa si riferisce Davide: aveva commesso adulterio e, siccome desiderava con bramosia la donna in questione che era sposata, ha fatto di tutto per renderla vedova (una specie di “Divorzio all’italiana”: chi ha la mia età si ricorderà di questo film di Pietro Germi). Adulterio e omicidio: non è cosa da poco. Nella sua confessione, però, individua in Dio colui che è stato maggiormente offeso: “Ho peccato contro te, contro te solo, ho fatto ciò ch’è male agli occhi tuoi”. Il male che commettiamo, prima di tutto offende Dio e in secondo luogo fa del male sia a colui che offendiamo, sia a noi stessi. Concludendo, affermiamo che il peccato è una questione che riguarda Dio in primo luogo e nessun uomo può arrogarsi il diritto di mettersi al posto di Dio: solo Gesù, che è il Figlio di Dio, la Parola incarnata, Dio da Dio.

Una guarigione didattica

“Infatti, che cos’è più facile, dire: «I tuoi peccati ti sono perdonati», o dire: «Alzati e cammina?» Ma, affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati: «Alzati – disse allora al paralitico – prendi il tuo letto e vattene a casa»”.

È evidente lo scopo didattico sia della provocazione sia del miracolo. Gesù aveva un segnale da lanciare agli uomini del suo tempo e lo fa tramite questo miracolo. Abbiamo già scritto in altra occasione, che gli interventi miracolosi di Gesù, Giovanni li definisce “segni”, dando a loro un chiaro scopo didattico.

Con un’argomentazione a fortiori, Gesù conduce i suoi interlocutori alla verità che lo riguardava: egli può perdonare i peccati perché capace di operare miracoli e questa capacità dimostra la sua provenienza divina. La dichiarazione legata al perdono dei peccati poteva essere contestata perché non appurabile; mentre per quanto riguarda la guarigione, tutti potevano constatare la verità di quanto affermato. Così come poteva guarire, Gesù poteva anche perdonare, perché lui, essendo Dio, ne aveva l’autorità. Dio è l’autorità e qualsiasi altra autorità può essere solo un riflesso di questa. L’argomento dell’autorità lo abbiamo sfiorato trattando l’episodio in cui Gesù si “scontra” nel deserto con Satana e da questo incontro-scontro ne esce vincitore. Questo argomento è molto vasto ed è trattato in molte pagine della Scrittura: anche questa volta possiamo solo sfiorarlo, aggiungendo alcuni elementi a quanto abbiamo già detto.

Nel mondo degli uomini non possono abitare gli assoluti, perché questi appartengono a Dio, il solo Assoluto e come tale ha autorità assoluta. Questo pensiero ci porta a considerare la sua Parola come la sola autorità in materia di fede e morale. L’amore non può essere considerato un assoluto; la Bibbia afferma che l’amore “del denaro è radice di ogni specie di mali; e alcuni che vi si sono dati, si sono sviati dalla fede e si sono procurati molti dolori” (1Ti 6:10); nella Bibbia troviamo anche il comandamento di non amare … “il mondo né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui” (1Gv 2:15). Se l’amore (o presunto tale) mi spinge verso la disubbidienza all’autorità di Dio, devo considerarlo malvagio.

Anche l’ubbidienza, come l’amore, non può essere un assoluto. La frase più comune udita al processo di Norimberga è stata: “Io ho solo ubbidito a degli ordini”. In questo modo i gerarchi nazisti, strumento di nefandezze che hanno reso questo periodo uno dei più oscuri della storia dell’uomo, volevano scaricarsi delle loro responsabilità. La storia li ha condannati, perché l’ubbidienza non è un bene assoluto e in quel caso la disubbidienza era virtù. Se l’ubbidienza agli uomini mi spinge verso la disubbidienza a Dio, la scelta di Pietro e Giovanni è d’obbligo: “Giudicate voi se è giusto, davanti a Dio, ubbidire a voi anziché a Dio” (At 4:19).

Io non potrò mai fare un voto di ubbidienza a degli uomini, perché gli uomini sono soggetti ad errare. Si può ubbidire alle autorità umane solo in quanto esse rispecchiano la volontà di Dio. Dio è l’Autorità e la Chiesa, composta da fratelli aventi diverse responsabilità, è una comunità in cammino, una famiglia alla continua ricerca della volontà di Dio. Insieme, tenendo conto dei vari doni, complementari l’un l’altro, con il desiderio di rispettare ciò che è espresso nella sua Parola.

L’apostolo Paolo parla di reciproca sottomissione: “sottomettendovi gli uni agli altri nel timore di Cristo” (Ef 5:21) e una sana ecclesiologia non può prescindere da questo principio. L’autorità di Cristo non si limita al perdono dei peccati, ma si estende (deve estendersi) in ogni settore della nostra vita. La Bibbia è davanti a noi per ricordarci quale sia la buona, gradita e perfetta volontà di Dio che dobbiamo conoscere e alla quale dobbiamo adeguarci.      

[1] “…approfittando delle occasioni, perché i giorni sono malvagi” (Ef 5:16)

[2] “Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni” (1P 3:15).

[3] “Chiunque commette il peccato trasgredisce la legge: il peccato è la violazione della legge” (1Gv 3:4).