Usato da Dio per condurmi a Cristo

Dio, attraverso la sua Parola, ci incoraggia a ricordare con riconoscenza chi è stato usato da lui per condurci alla salvezza. La riconoscenza è ancora più viva e sentita, come nel caso narrato in questa testimonianza, quando il ricordo evoca un amore paziente e perseverante e, soprattutto, è commossa e commovente quando questo “strumento” ci ha lasciato per precederci alla presenza del Signore.

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Ateo convinto, ma poi dubbioso


Questi pensieri che sto scrivendo, avrei voluto esprimerli in occasione del funerale del fratello
Lorenzo Rocco, ma quando stavo per farmi avanti, mi sono reso conto che l’emozione era troppo preponderante e la voce si sarebbe bloccata.

Mi trovo più a mio agio ad usare le “parole” scritte perché si possono cambiare per trovare quelle più “giuste”; e lo faccio con l’intento di ricordare chi è stato Rocco per me, ateo.

Sono cresciuto in una famiglia di “atei”, non ho fatto cresima e comunione ma (per “tradizione” materna) soltanto il battesimo.

Il mio “contatto” con la chiesa evangelica è avvenuto nel 1983 e si è concluso poi con la mia “entrata” nel 1999 con il battesimo. È stato un percorso durato sedici anni, quindi lungo ma meditato e maturato lentamente con convinzione.

Un percorso in cui è stato importante soprattutto il continuo ma paziente e pacato dialogo con Rocco, anche se all’inizio ero molto restio ad intavolare un discorso “religioso” per un naturale pregiudizio da ateo. Infatti pensavo più o meno così: “Ma sono parecchi anni che ho maturato le mie convinzioni da ateo e adesso con qualche discorsetto religioso pretendono di convincermi a credere in Dio”.

Però dopo un bel po’ di tempo, anche per non sembrare scostante e forse anche un po’ presuntuoso, iniziai ad ascoltare certi discorsi biblici, soprattutto da parte di Rocco, che – senza essere assillante – sapeva trovare i momenti giusti, anche molto brevi, per qualche “insegnamento” con brevi citazioni bibliche. E alla fin fine le citazioni conducevano ad illustrare le due cose che diceva fossero basilari per la salvezza di un cristiano: Cristo è morto anche per “pagare” per miei peccati.

La salvezza non si ottiene come ricompensa per le nostre opere di bene, è un dono di Dio per chi si pente dei propri peccati e quindi per chi si riconosce peccatore ed ammette l’inutilità di qualunque nostro sforzo per “guadagnarla”.

Il primo punto mi risultava tanto assurdo e facevo dentro di me un ragionamento semplice o quasi infantile che però mi sembrava ineccepibile: “Ma se io non esistevo quando è stato crocifisso Cristo – anzi sono nato ben 2000 anni dopo – com’è possibile che sia morto per me?”.

Col tempo mi sono reso conto della verità di quest’affermazione, anche se è stata una maturazione lenta ma l’ho compresa pienamente quasi per caso.

Non ricordo l’anno preciso, ma accadde che su un giornale lessi un articolo che ricordava un anniversario pluridecennale della scoperta della penicillina (1929), il “primo” antibiotico che salva ancora tante vite umane.

E allora mi è venuto questo pensiero curioso: “Anch’io ho adoperato tante volte un antibiotico però quando è stato inventato non ero nato e quindi, volendo seguire la stessa logica, non dovevo usufruire di questo beneficio”.

E ho capito allora che il sacrificio di Gesù è stata la “penicillina” per la salvezza della mia anima e mi sono anche reso conto di come mi comportassi da “opportunista”: se da una certa cosa mi veniva un vantaggio, la accettavo tranquillamente senza crearmi problemi di nessun tipo ma se me ne veniva uno svantaggio mi arrovellavo spasmodicamente per rifiutarne le conseguenze.

Mi sono convinto quindi che, se come figlio carnale di mio padre e mia madre, ho ereditato certe caratteristiche fisiche e caratteriali – sia positive che negative – è normale e giusto che accetti la natura peccaminosa ereditata dai “primi genitori” del genere umano.

E soprattutto ho capito che proprio questa “furbizia” nel cercare a tutti i costi pretesti per non accettare certe conseguenze, era la prima prova della mia natura umana peccaminosa (che non riguarda – come l’ambiente cattolico, con cui ero a contatto anche come ateo, mi aveva quasi convinto – unicamente la sfera sessuale) ma tutti i comportamenti dell’uomo nei confronti dei suoi simili).

In altre parole, mi sono convinto che mi comportavo come un “colpevole” che però voleva stabilire lui quali fossero le regole da seguire per ottenere un certo beneficio e per di più pretendevo pure di essere il giudice di me stesso.

Ma io non conto proprio nulla?

Analogamente anche per il secondo punto facevo ragionamenti simili e mi dicevo: “Perché quello che faccio non deve avere nessun valore? Se io sono una brava persona e non faccio male a nessuno e anzi faccio pure opere benefiche, perché non deve essere calcolato come un mio merito e quindi a mio vantaggio?”

Anche per questo punto c’è stato da parte di Rocco un dialogo fatto soprattutto di tante citazioni bibliche, delle quali però soltanto a distanza di tempo io ho poi compreso man mano appieno il significato. E pure in questo caso mi sono convinto di come anche questo mio ragionamento fosse basato sulla mia presunzione da “colpevole” di voler stabilire le regole da seguire e di essere giudice di me stesso: mi sono stati di insegnamento involontario alcuni fatti di cronaca, frequenti anche oggi purtroppo.

In quegli anni infatti accadde che un giovane – non ricordo se ubriaco o drogato – si era messo alla guida della sua auto e, nonostante il suo “stato”, di sera correva pure a forte velocità per le strade di una grande città. Ad un certo punto era sbandato ed aveva investito un gruppo di sei/sette persone che si trovavano sul marciapiede, causando la morte di una di loro ed il ferimento più o meno grave delle altre; per di più era pure subito fuggito (anche se poi fu rintracciato nel giro di pochi giorni).

Ciò che scandalizzò i parenti delle vittime fu il fatto che il pirata della strada non fu arrestato ed attese da libero il processo. E questo avvenne nel pieno rispetto delle leggi vigenti.

Poi ho fatto caso che purtroppo di incidenti con queste stesse modalità (persona ubriaca o sotto effetto di stupefacenti che investe un pedone o un ciclista e subito scappa, poi non viene arrestato, tra le invelenite proteste dei congiunti della vittima) ne accadevano e ne accadono tanti ogni anno (oltre cento!) e quasi sempre con esito mortale.

Leggendo sul giornale i commenti rabbiosi e anche i propositi di vendetta dei parenti contro “l’assassino” libero di circolare per le strade, mi è improvvisamente venuta quasi spontanea questa riflessione: “Potrebbe capitare a chiunque, anche a me che abito in un piccolo paese, di essere parente della vittima di un pirata della strada!”. E, quasi con sgomento, mi sono chiesto che cosa avrei detto, come mi sarei comportato in questa situazione.

Allora mi è apparsa chiarissima la mia presunzione davanti a Dio, quella presunzione che mi spingeva a vantarmi e a pretendere di avere dei meriti che mi davano il diritto a ricevere un premio della mia “bontà” nel non fare male a nessuno: ho capito che è facilissimo non fare male a nessuno se nessuno ti fa del male!!! È facile perché non richiede nessuno sforzo, anzi lo sforzo ci vuole – e pure parecchio assai – a non avere voglia di fare del male, nemmeno a parole, a chi ci fa del male a noi o ad un nostro parente stretto.

E poi ho anche capito che il male non è soltanto quello fatto usando la forza fisica; infatti non a caso è scritto nella Bibbia che “la lingua è un veleno mortifero” e che “è come una scintilla che può incendiare una foresta”. E c’è pure l’ordine perentorio: “Lasciate a me (DIO) le vostre vendette!”.

 Pazienza e dialogo

Questo percorso lungo sedici anni è stato scandito da Rocco anche regalandomi opuscoli e libri biblici, mentre la Bibbia mi è stata regalata da mia moglie, ma ci è voluto tempo per decidermi a leggere con attenzione questo “materiale” biblico, poi però alla fine mi sono accorto che mi rimaneva in testa molto di più di quello che potevo immaginare all’inizio della lettura.

E anche Rocco se n’era accorto, infatti qualche settimana prima del battesimo (settembre 1999, nella tenda installata proprio ad Albano di Lucania), mi chiese se ero pronto per battezzarmi; ma il tono non era interrogativo perché dopo questo lungo percorso di sedici anni aveva intuito che ero pronto.

Dopo il battesimo, con la frequenza delle riunioni di culto, ho avuto modo di constatare che la stessa pazienza che Rocco aveva avuto nel rapporto con me la usava nell’affrontare qualsiasi problematica concreta nella vita della chiesa.

Infatti – anche se all’inizio rimasi sorpreso nell’assistere a discussioni su diverse questioni pratiche nell’applicazione dei principi biblici nella vita di tutti i giorni – col tempo capii come fosse normale appunto che ci fossero punti di vista diversi, ma Rocco applicava pazienza e dialogo anche in tutte le questioni pratiche.

Questo però non significava che fosse tollerante in tutto e per tutto, anzi….

La pazienza e il dialogo sono stati le caratteristiche principali del carattere cristiano e umano di Rocco, nonostante queste sue due virtù siano state messe a dura prova (come raccontava qualche volta) nell’ambito della sua famiglia (formata da persone non ancora credenti), soprattutto nei primi anni di conversione. E queste sue “prove” le raccontava però senza enfasi né rancore ma con pacatezza, come se fossero la trafila normale per un credente salvato in Cristo.