Lì trovammo dei fratelli

Le pagine della rubrica normalmente dedicata alla conoscenza della presenza e dell’impegno di servizio e testimonianza delle Assemblee nel mondo, vengono dedicate questo mese ad una relazione sulla Conferenza IBCM7 svoltasi di recente a Pomezia (Roma). È una relazione lunga e articolata che ci incoraggerà concretamente ad allargare il nostro orizzonte al di là della realtà della nostra chiesa locale, per avere una visione globale dell’opera di Dio nel mondo.

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Il vangelo sparso in tutto il mondo


Una meravigliosa realtà: non essere soli, ma inclusi in una famiglia numerosissima con
fratelli e sorelle in Cristo sparsi in tutto il mondo. Ci sono circostanze nelle quali il Signore ci incoraggia nel suo amore mostrandoci che in questo temporaneo cammino terreno siamo in ottima compagnia di centinaia di migliaia di persone che adorano e servono il medesimo Signore, salvati dal medesimo Salvatore, abitati dal medesimo Spirito, che hanno la medesima fede, e che condividono la medesima speranza! Questa è stata una delle riflessioni che ha guidato la riunione introduttiva della settima “International Brethren Conference on Mission” (Conferenza Internazionale delle Assemblee dei Fratelli sulla Missione, IBCM7) che si è tenuta a Pomezia, per la terza volta in 28 anni, dal 24 al 28 giugno 2019.

In circa 900 provenienti da 122 nazioni, fratelli e sorelle impegnati nell’opera del Signore ci siamo incontrati per adorare e lodare insieme il Signore per la sua grande salvezza, per condividere lo studio della Parola e la comunione fraterna, facendo conoscere le grandi cose che il Signore sta compiendo nel mondo, e i bisogni delle Assemblee, per pregare insieme gli uni per gli altri, e spezzare il pane insieme.

Il tempo di lode e adorazione è stato una grande benedizione, sia al mattino che nel pomeriggio. Cantare inni (con quasi mille voci) al Signore è stato un vero privilegio. Gente di (quasi!) ogni lingua, tribù, popolo e nazione ha unito la propria voce per lodare il Signore con inni che sono ormai parte della nostra storia e con nuovi canti che con l’aiuto e la guida del Signore giovani fratelli e sorelle stanno componendo. È stato prezioso ascoltare le preghiere dei fratelli in lingue diverse, evidenza di come il Vangelo si sia sparso in tutto il mondo e sia entrato nelle culture più disparate.

È stato fatto un lavoro enorme per ottenere i visti e i permessi dalle varie ambasciate, soprattutto per le sorelle e i fratelli provenienti dai Paesi in cui è più difficile vivere la fede. Ringraziamo il Signore per come ha guidato ogni cosa e per i fratelli che tanto hanno lavorato e si sono spesi per la buona riuscita del convegno.

Il tema generale della conferenza era:

“MI SARETE TESTIMONI: IMPEGNARSI CON IL MONDO E LE SUE ESIGENZE”.

Questo vasto argomento è stato trattato in un’ampia varietà di studi suddivisi in sessioni plenarie – predicazioni e testimonianze provenienti da più parti del mondo – e diversi seminari di approfondimento in piccoli gruppi, che hanno anche costituito una buona occasione per conoscere altri fratelli e confrontarsi con altre realtà.

Gli oratori sono stati condotti dallo Spirito Santo, il quale li ha portati ad evidenziare le necessità alle quali la Chiesa di questo secolo deve far fronte, tenendo ben presente il modo in cui essa deve prepararsi per essere un canale della benedizione di Dio su di essa. E con l’aiuto del Signore è proprio questo il modo in cui vorremmo riportarvi una piccola parte dei messaggi che ci sono stati rivolti:

  1. L’importanza della visione che la chiesa deve avere di se stessa e della società.
  2. La centralità della Parola nella formazione e nella conduzione.
  3. La necessità del pieno coinvolgimento della chiesa per raggiungere la società in cui si trova a vivere.

L’importanza della visione

Joel Hernandez (un fratello messicano che vive negli Stati Uniti) in un intervento breve ma intenso ha rivolto un messaggio di incoraggiamento a tutti affinché allargassimo i nostri orizzonti a proposito dell’Opera di Dio: “Guardati intorno – ha detto – non sei solo!”. Con semplicità e forte convinzione ha lasciato ai presenti tre moniti:

  1. Incontrate altri credenti e spingetevi oltre il gruppo che conoscete. Aprite il vostro cuore per incoraggiare gli altri.
  2. Imparate dagli altri. Considerate questo: ogni conversazione nella quale sarete impegnati è stata orchestrata dal Signore. Imparate con atteggiamento di rispetto.
  3. Pregate gli uni per gli altri. La preghiera ha un potenziale eterno.

Dobbiamo aspettarci cose impossibili proprio perché il nostro Dio è il Dio dell’impossibile. Non sperimenteremo mai la pienezza di Cristo se non ci ameremo gli uni gli altri, senza pregiudizi e senza contese. Il Signore ci visiterà e l’eternità racconterà la storia.

Ma la parola Visione riguarda anche la visione del mondo che abbiamo intorno a noi e la missione che la Chiesa ha nei suoi confronti per mandato di Dio. A più riprese tutti gli oratori ne hanno parlato.

Il fratello John Lennox – matematico e uomo di scienza a Oxford, molto stimato in ambito accademico e appassionato apologeta – è stato l’oratore principale, e ci ha ricordato l’importanza dell’impegno che dobbiamo avere nel discernere la società nella quale viviamo. Siamo in un nuovo mondo. Le persone oggi si professano atee e seguono una vera e propria fede che insegna un corpo dottrinale secondo il quale Dio non esiste ed ogni cosa è spiegabile attraverso i processi naturali. Come Chiesa dobbiamo prepararci per sfidare gli atei di oggi con il messaggio del Vangelo, essendo pronti a rendere conto della speranza che è in noi.

Il fratello Santosh Thomas, missionario in India, ci ha ricordato che lo scopo della Chiesa è servire la comunità. La Chiesa deve vivere la sua natura, quella di essere la famiglia di Dio sulla terra, un canale che Dio vuole usare per elargire le sue benedizioni, una comunità che condivide, che dona, che è amabile, un corpo unito (1Co 12) ed un organismo vivente. Questa visione deve condurci ad essere pronti a seguire e servire il Signore, nonostante i problemi e le opposizioni, talvolta violente, che possiamo incontrare.

Il fratello David Henry, servitore in Giamaica, ci ha ricordato che la Chiesa è chiamata a portare il bene nel mondo. Israele avrebbe dovuto comunicare pace intorno a sé. “Shalom” (pace) è una parola corporativa. È una parola politica, economica, religiosa. Israele ha fallito in questo, ma Dio è buono, e in mezzo alla sua ira offre la sua grazia. Il Messia sarebbe stato il principe di pace. La vita di Gesù è fonte di “Shalom”. Gesù ha vissuto la missione e la missione è stata incarnata (cfr. Lu 4:18-19). Il Signore non era un chiacchierone, praticava il Vangelo, insegnava con autorità. L’insegnamento di Cristo era extra-culturale. Aveva una condotta umile. Era coraggioso. Ridefinì il potere. Si confrontò con tutti. Era strategico, incisivo, diceva di abbracciare la via della croce. Era il servo per eccellenza (Mr 10:45; cfr. Za 4:6).

Che cosa dovremmo fare? Dobbiamo operare per il bene del creato. Dobbiamo fare il bene delle persone. Dobbiamo essere gente che porta speranza. Dobbiamo essere dei riconciliatori. Non dobbiamo dominare gli altri. Dobbiamo abbracciare anche la sofferenza. Noi siamo il capolavoro di Dio, chiamati a lodare Dio. Dobbiamo fare “esegesi” della Parola ed “esegesi” della cultura. Dobbiamo smettere di tenere la Chiesa isolata dal mondo. Dobbiamo ascoltare i bisogni del mondo e creare una comunità alternativa: il bisogno d’istruzione e il bisogno sanitario sono grandissimi.

La centralità della Parola nella formazione e nella conduzione

Una corretta visione della Chiesa e del mondo nel quale essa è chiamata a servire è un elemento necessario per un servizio efficiente, ma non basta. È fondamentale infatti che sia la Parola di Dio a formare le nostre convinzioni, a guidare le nostre decisioni e quindi a dirigere le nostre azioni.

Formazione


John Lennox ci ha esortato ad impegnarci nello studio della Parola tenendo conto che il Signore ci chiama ad essere “sempre pronti a rendere conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazione” (1P 3:15b). Questo “rendere conto” altro non è che l’apologetica, cioè la difesa della fede. John Lennox ha impostato i suoi insegnamenti per incoraggiare tutti i presenti ad essere pronti per le importanti sfide che sono presenti nel mondo.

“Nel mondo occidentale gli atei devono essere sfidati perché hanno una grande influenza… Io, a questo proposito, mi sono esposto”.

Lennox più volte è stato impegnato in dibattiti pubblici con alcuni noti scienziati atei, tra cui Richard Dawkins, per esempio.

“Ero terrorizzato da Richard Dawkins, ma quello che stabilizza il tuo cuore e la tua mente come valore supremo è il Signore Gesù. In molti giovani la fede sparisce nel momento in cui entrano nelle università”.

Non dobbiamo essere pigri. Non raggiungeremo mai il mondo se studiamo la Bibbia solo per cinque minuti al giorno. In molti casi si dice di non disporre di tempo per studiare la Parola di Dio, ma è davvero così che stanno le cose? Quanto tempo libero viene disperso in attività sicuramente poco produttive da questo punto di vista? Dovremmo imparare a praticare quello che lui ha definito “digiuno elettronico”. Gli strumenti elettronici sono utili, certo, ma stanno riformattando il cervello dei bambini e ci tolgono tantissimo tempo, senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Inoltre, non è vero che l’apologetica è solo “per persone intelligenti”. Questa è una errata convinzione. Dovremmo piuttosto pensare ad essa come ad una forma di evangelizzazione. In un mondo pluralista bisogna che siamo pronti a rispondere a chi ci chiede spiegazioni. Questo non significa avere una risposta pronta per tutte le domande. Piuttosto dovremmo renderci disponibili a studiare ed approfondire nel momento in cui non sappiamo rispondere e così mantenere sempre aperto il canale del dialogo. In questo siamo chiamati ad usare la ragione e fidarci di Dio (non il contrario!). Inoltre disponiamo sempre della nostra esperienza di vita col Signore, della quale nessuno ci può privare.

Dobbiamo anche studiare tenendo conto che la nostra cultura è cambiata e ha ridefinito la fede. Oggi si pensa che avere fede significhi credere senza evidenze. Ma il cristianesimo non è una fede cieca, bensì è basato su evidenze. È la Bibbia a dirci questo. Ci sono dei fatti storici a cui fare riferimento (Gv 20:30-31). Dobbiamo conoscerli bene, e imparare ad usare le parole giuste quando ne parliamo. Ad esempio, gli apostoli non dicevano “Io credo che Gesù è risorto dai morti”, ma “Gesù è risorto dai morti!”. La resurrezione è un fatto storico. Solo parlandone in questo modo gli altri noteranno una fede degna di approfondimento, e faranno domande.

Inoltre dobbiamo anche impegnarci a studiare ed approfondire il libro della Genesi. Più si va avanti nella fede e più se ne dovrebbe comprendere la valenza. Cosa ci dice questo libro su Dio? “Nel principio Dio…”. È Dio che definisce cos’è un essere umano, che dà significato al matrimonio, che ha progettato e conosce la nostra natura. Siamo stati fatti a Sua immagine. La Scrittura dichiara che “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei [la Parola]” (Gv 1:1-3). Letteralmente: “Tutte le cose sono diventate per mezzo di lei”. L’universo è basato sulla Parola. Se non c’è Dio la religione è una perdita di tempo. Ma se Dio c’è, l’ateismo è un’illusione.

Il Cristianesimo, nella sua essenza, è soprannaturale, mentre la scienza è limitata: non può spiegare tutto e non è l’unica via per la verità. Chi dice che la scienza è l’unica spiegazione a tutto è uno stolto. I miracoli, ad esempio non sono la violazione delle leggi della natura, come i naturalisti atei sostengono. Immaginiamo di mettere 100 euro nel comodino, e il giorno dopo altri 100, e il giorno dopo altri 100, le leggi dell’aritmetica ci consentirebbero di prevedere che lì ci sono 300 euro. Ma se il quarto giorno ne trovassimo 50, diremmo forse che le leggi dell’aritmetica sono state violate? Certamente no. Anzi, è proprio grazie alle regolarità delle leggi dell’aritmetica che possiamo capire che le leggi sono state violate ed abbiamo subito un furto di 250 euro! In questo esempio l’errore è stato quello di aver considerato la stanza un sistema chiuso, mentre non lo era, ed un ladro si è introdotto prelevando il denaro. Così è anche del nostro universo. Il Creatore può intervenire a suo piacimento e produrre eventi unici, che come tali non violano le leggi della natura, e sono riconoscibili proprio grazie alla regolarità delle leggi che egli ha inserito nella natura.

I giovani delle nostre chiese hanno molte domande. Non li rimandiamo a casa vuoti, e insegniamo loro a riflettere sulle Scritture. Se la Chiesa sta diminuendo di numero non ci dovremmo tanto chiedere che cosa sta succedendo, piuttosto “Io che cosa sto facendo?”. A questo proposito diversi oratori si sono soffermati sull’importanza che riveste il discepolato nella crescita dei membri della chiesa. Non è solo importante che ci siano dei “mentori” che ci aiutino nel nostro cammino spirituale, come è stato David Gooding per John Lennox per oltre 50 anni. Il fratello Ivan Chow, vice-pastore nella sua assemblea di Singapore, ha ricordato la necessità che ci sia un’attività sistematica di discepolato nelle chiese. Un discepolo di Cristo non è altro che una persona leale a Cristo, un cristiano che cresce, che matura. Dall’esempio della chiesa di Colosse (Cl 1:24-2:7) abbiamo visto come sia importante che l’insegnamento sia incentrato sull’Evangelo, che si vegli affinché i fratelli non siano ingannati con parole seducenti, e che si cammini nel Gesù che gli apostoli hanno proclamato. A tale scopo è essenziale che:

◆   Si faccia della predicazione espositiva il cuore degli incontri plenari della chiesa, lasciando al testo biblico e all’Evangelo il compito di guidare il discepolato.

◆   Si incoraggino incontri di lettura a coppie, in modo che fratelli maturi possano istruirne nuovi che possano a loro volta guidarne altri;

◆   Si promuova la formazione di predicatori all’interno delle Assemblee se ce ne sono le capacità, o all’esterno di essa, affinché il Vangelo, “l’ingrediente segreto” per la crescita del discepolo, possa essere predicato con efficacia.

Infine, sull’aspetto della centralità della Parola di Dio soprattutto in risposta alle pressioni che il post-modernismo esercita sui giovani, è intervenuto il “nostro” Fares Marzone nel suo messaggio conclusivo, “Qui trovammo dei fratelli”. Egli ha enunciato alcune delle caratteristiche fondamentali delle Assemblee cosiddette dei “Fratelli” e relative alla Parola, a Cristo, alla Chiesa e al ritorno di Cristo e ci ha invitato a chiederci se la nostra predicazione è regolare, consecutiva, sistematica, solida, e varia, che copra i libri “maggiori” anno dopo anno. E poi, siamo stati condotti a chiederci quale potenza abbia l’Evangelo nelle nostre vite: lo stiamo vivendo, insegnando e credendo in tutta la sua infinita potenza?

Conduzione


Perché una chiesa locale sia efficiente nel suo servizio bisogna anche che sia condotta secondo l’insegnamento della Parola di Dio. Di questo ci ha parlato il fratello David Smith, servitore in Australia. Egli ci ha invitato a mettere in pratica Efesini 4:9-16, e a domandarci: ”La nostra è una conduzione che equipaggia i santi?”.

  1. Dobbiamo mirare ad una conduzione collegiale. Non ci devono essere gerarchie fra gli anziani. Non c’è “il grande capo”. Tutti devono collaborare nella conduzione.
  2. Dobbiamo comprendere il concetto di autonomia della chiesa locale. Siamo chiese indipendenti che si autogovernano, ma abbiamo bisogno degli altri. Il concetto di autonomia è stato portato al punto estremo. Come siamo arrivati ad una conduzione isolata? Incontri come quello di IBCM possono aiutarci ad avere più comunione.
  3. Dobbiamo comprendere il sacerdozio di tutti i credenti. A volte questo concetto viene frainteso. A volte esercitiamo il sacerdozio di soli uomini o quello di uomini “speciali”, oppure c’è una sorta di “livella”, ad esempio chiunque può operare in qualsiasi servizio. In realtà, dovremmo operare in base ai doni spirituali.
  4. Dobbiamo imparare una dipendenza vera dallo Spirito Santo. A volte si pensa che le strutture siano un impedimento allo Spirito Santo. Spesso i doni di certi conduttori vengono visti in modo sospetto perché un po’ innovativi.

Quelli che conducono cosa devono fare? È un problema dello Spirito Santo se non ci sono conduttori? Dovremmo piuttosto dire: “Noi, che cosa stiamo combinando?”. Dobbiamo avere il coraggio di andare oltre quello che si è sempre fatto. Dobbiamo servire anche a livello inter-ecclesiale. Coloro che hanno tanto dovrebbero dare tutto a coloro che non hanno. Di cosa abbiamo paura? Il testo di Efesini 4 ci insegna come bisogna edificare la Chiesa. Troppo spesso abbiamo la mania di controllare certi doni, mentre la Bibbia insegna che tutti i doni devono essere esercitati. Se non eserciti il tuo dono questo corrisponde ad una perdita, un danno per la comunità. D’altra parte, nella Chiesa non c’è spazio per i solisti. Noi siamo una sinfonia.

I conduttori devono essere agenti che identificano i doni della Chiesa locale. C’è bisogno di un coinvolgimento intergenerazionale nella conduzione. Come fare nella pratica?

I giovani forse si chiedono: “Ma per quanto tempo ancora avranno il potere questi vecchi? Quando ci includeranno?”. Dalla parte opposta si dice: “Ma non possiamo fidarci dei giovani!”. Dio è trino. Vive nelle relazioni. Nell’Antico Testamento troviamo la famiglia. Gli anziani erano guide della famiglia, gente che curava il popolo. L’idea di conduzione deve essere legata alla famiglia. Quando questo non accade le nostre chiese soffrono seri problemi: o ci sono troppi conduttori anziani, oppure solo giovani. Noi potremmo puntare a tre livelli di conduzione.

  1. Gli anziani che consigliano. Sono dei precettori, dei mentori. Sono come dei consiglieri, ma non dirigono. Hanno tanti anni di esperienza.
  2. I conduttori che dirigono (fra i 30 e i 60 anni). Sono quelli che prendono le decisioni.
  3. Gli anziani apprendisti. Non sono loro a prendere le decisioni. Ma ascoltano, e sono attivi. Se non li consultiamo andranno via in altre realtà di chiesa. “Se si siedono con voi al tavolo perché dovrebbero andare via?” .

In contesti internazionali come queste conferenze si incontrano molte diversità culturali. E poi una volta a casa tutti facciamo i conti con la nostra cultura, e da essa sicuramente soffriamo pressioni. Ad esempio, a riguardo della conduzione, possiamo individuare quattro tipi di culture con le quali spesso ci confrontiamo:

  1. La cultura del capo tribale, basata sul potere. Il grande capo ha l’ultima parola. Dobbiamo essere onesti. In molti ambienti ci sono gruppi di conduttori, ma c’è il grande capo che decide, è ineccepibile, e non sbaglia mai. Le chiese tribali soffrono perché si difende il potere.
  2. La Chiesa gerarchica. Esiste una qualche forma di gerarchia interna, ma alla fine tutto punta al più alto in grado, al quale spetta l’ultima parola. È molto simile alla cultura del capo tribale.
  3. Il modello democratico. L’amministrazione della conduzione è delegata alla collettività. Si sceglie qualcuno attraverso un voto. Noi possiamo votarlo o destituirlo. In una chiesa democratica questi anziani parleranno sempre di amore per essere poi rieletti e avranno paura di affidare dei compiti ai giovani.
  4. Il modello egualitario, per certi versi simile a quello democratico. Tutti sono d’accordo, ma non si arriva mai ad una conclusione. Si prega molto, ma difficilmente si prende una decisione. Ognuno fa come pensa, sperando che la chiesa cresca.

Bisogna coinvolgere i giovani, includerli nelle decisioni. “Il grande capo” deve lasciare spazio. Il modello democratico e quello egualitario devono diventare modelli biblici, andare oltre ciò che si è sempre fatto se questo non corrisponde al modello biblico. Tutti devono avere la possibilità di esprimere i propri doni. Una chiesa deve abbracciare altre chiese, le regioni, la nazione, altre nazioni. Siamo una stessa famiglia.

Raggiungere la società

Una chiesa che ha una visione corretta di se stessa e del mondo, e la cui formazione e conduzione sono ancorate alla Parola di Dio è pronta per l’ultimo passo, quello di impegnarsi a raggiungere il mondo.

Raggiungere il mondo significa in primo luogo essere testimoni del messaggio evangelico. John Lennox ci ha consigliato di prepararci per fare domande opportune, che stimolino la riflessione, e di farne fino a quando non ce ne sarà rivolta una. Dobbiamo renderci conto che non sappiamo ascoltare. Al contrario, dobbiamo essere pronti ad ascoltare! Moltissime persone vorrebbero essere ascoltate. La Parola del Signore dice: “Siate sempre pronti a rendere conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazione” (1P 3:15b). Qui Pietro non parla di predicazione ma di dialogo. Il miglior metodo di comunicazione quando si tratta di rispondere a domande dirette sulla nostra fede, è il dialogo a tu per tu. E se vogliamo persone interessate al Vangelo allora dobbiamo sforzarci di… essere interessanti! Non dobbiamo essere monotematici, ma in grado di sostenere conversazioni su più argomenti per poi arrivare all’apologetica. Paolo è andato all’università di Atene (At 17:16-34). Ha parlato lì per ore. Luca nel libro degli Atti ha riportato soltanto gli elementi fondamentali di quell’episodio in poche parole. Al termine di un discorso articolato Paolo arriva a parlare della risurrezione di Gesù Cristo. Nel suo discorso, Paolo aveva correttamente citato le fonti che gli ateniesi conoscevano. Come disse John Stott: “Noi dobbiamo leggere il giornale e la Bibbia!”.

Molta della gente che incontreremo pensa che Gesù sia in competizione con le altre religioni. Ma sta a noi spiegare che lui offre qualcosa che nessuno può offrire. Ed esiste una domanda, molto complessa, alla quale dobbiamo prepararci per rispondere senza essere superficiali: “Il problema del male e della sofferenza”. Sei milioni di Ebrei sono stati uccisi, milioni di Polacchi ed altri ancora. Perché non possiamo guarire i malati? L’ateismo è davvero la soluzione a queste domande, come molti di loro sostengono? L’ateismo “toglie” Dio ma, così facendo, non risolve la sofferenza, anzi, in realtà la rende più grande. I nuovi atei obiettano: “Non poteva Dio fare il mondo in maniera tale che non ci facessimo del male?”. Certo che avrebbe potuto! Ma gli uomini non sarebbero stati… umani! Saremmo stati dei robot, incapaci di provare emozioni e di decidere autonomamente. Dio ci ha dato l’abilità di dire “sì” oppure “no”. È il dono più grande che Dio ci ha fatto.

Poniamoci allora questo interrogativo: perché decidiamo di avere dei figli pur sapendo che corriamo il rischio che prima o poi ci rigettino? Perché, se questo non avviene, la ricompensa è immensamente superiore al rischio di essere rigettati! E molti, forse tutti noi abbiamo a tratti pianto per i nostri figli, non potendo noi decidere al loro posto. Così Dio ci ha donato la vita e la libertà di decidere, responsabilmente, e ci offre anche la sua grazia affinché possiamo godere della gioia della comunione con lui. Certo, questo non cambia il fatto che lì fuori c’è un mondo che soffre. Nel mondo ci sono “bellezze e filo spinato”, ovvero gioia e dolori. Preso per buono questo, c’è qualche evidenza da qualche parte che ci induca a fidarci di Dio? La domanda che ci dobbiamo porre è: cosa ci fa Dio su una croce? La croce è qualcosa di grande. È l’unico posto dell’universo dove il Signore mi accetta. Dio non è rimasto distante dalla sofferenza. È passato per la croce, è risorto dai morti. Abbiamo questa finestra di speranza. Se diciamo che non c’è Dio, non abbiamo nessuna speranza. La Parola invece insegna che un giorno la morte verrà abolita. Le lacrime saranno asciugate. Dobbiamo essere pronti ed aspettare. Allora possiamo chiedere ai nostri interlocutori: “Se Dio intervenisse adesso con il giudizio, tu dove saresti?”, e ricordare che Gesù ha detto: “Chi crede nella mia Parola non viene in giudizio”.

Non abbiamo solamente un messaggio verbale da proclamare, ma siamo chiamati a tenere conto di tutti i bisogni che questo mondo ha. Il fratello David Henry ci ha mostrato quanto sia importante vivere una vita familiare sana. L’86% dei bambini in Giamaica nasce al di fuori del matrimonio, i ragazzi crescono con un’identità distorta, entrano in bande violente e commettono gravi reati. Alla radice di tutto c’è un problema familiare. In Giamaica la Chiesa deve anche occuparsi delle “gravidanze indesiderate”. La moglie del fratello Henry, un medico, ha risposto ad una donna che voleva abortire: “Dacci il bambino, lo alleveremo noi!”. Dobbiamo pregare e digiunare per questa società.

Dobbiamo preoccuparci dell’ambiente, del razzismo, dei migranti, della comunità LGBT, dei deboli. Dobbiamo avere un ministero nelle carceri. Ci sono molti problemi sociali. In Giamaica le Assemblee hanno un programma per giovani che istruiscono altri giovani (dai 16 ai 21 anni), con una durata di due anni. Hanno un ministero nelle carceri minorili e in quelle per adulti. Servono pasti per gli indigenti e i malati. Hanno attivato piccoli business per creare reddito. Hanno un servizio di cura pastorale per persone traumatizzate, relazioni con la polizia e al Parlamento. In Giamaica ci sono state molte uccisioni, anche di membri delle Assemblee. Molti di questi uomini violenti però si stanno convertendo. Anche per questo il ruolo dei conduttori è strategico.

Riportiamo infine una testimonianza del fratello Santosh Thomas, molto incoraggiante:

“In India c’è una tomba che ricorda i primi missionari venuti in India, i pionieri. Centocinquant’anni fa arrivarono i missionari inglesi, neozelandesi, tedeschi. Molti di loro hanno perso in terra di missione le proprie mogli e i figli piccoli. Vent’anni fa non volevo stare nel nord dell’India. Volevo scappare. Non c’erano medicine. Quella tomba mi ha dato la forza. Se quei missionari avevano lasciato i loro Paesi, perché io non potevo farlo? Cosa li ha portati in India? Non eravamo il loro popolo. Il primo missionario venuto in India è morto di polmonite. Hanno seminato con lacrime. Noi raccogliamo con gioia. Non hanno visto i frutti. Ci sono centinaia di gruppi etnici che devono essere ancora raggiunti!”.

Dobbiamo essere umili e coraggiosi, pienamente coinvolti nel mondo. Gesù presto tornerà! Il regno di Dio è vicino. Dobbiamo essere ambasciatori per il bene del mondo. Ci uniremo al coro di tutti i credenti del mondo. “Marana tha…Vieni Signore Gesù!”

 

Per noi è stato oltremodo incoraggiante aver partecipato al convegno missionario IBCM7, abbiamo sperimentato delle gioie e delle benedizioni spirituali difficili da esprimere con le parole. Non è esagerato se affermiamo di aver vissuto – seppur in minima parte – ciò che Luca riportò gioiosamente nel suo secondo libro: “Qui trovammo dei fratelli…” (At 28:14).