Gesù e i dodici: pecore in mezzo ai lupi

Non è possibile pensare che Gesù, paragonando i suoi discepoli a pecore mandate in mezzo ai lupi, abbia voluto segnare in modo drammatico il loro destino, così come è segnato il destino di una pecora che si trovi circondata da un branco di lupi. Piuttosto che alla loro eliminazione Gesù voleva riferirsi alla loro funzione. Quale?

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Mandati al macello?!?

Il modo di pensare e di agire di Gesù è sicuramente strano, lo abbiamo già affermato in diverse occasioni. Che cosa intendiamo con il termine strano? I sinonimi di questo vocabolo sono: insolito, singolare, che lascia perplessi e stupiti.

Camminando insieme a Gesù, osservandolo da vicino, come abbiamo fatto finora, parecchie volte ci è capitato di stupirci, di rimanere perplessi dal suo modo di agire e di interagire con le persone del suo tempo. Volete un esempio del modo strano di pensare di Gesù? Nel testo che segue questa stranezza appare in tutta evidenza:

“Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini; perché vi metteranno in mano ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per servire di testimonianza davanti a loro e ai pagani. Ma quando vi metteranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come parlerete o di quello che dovrete dire; perché in quel momento stesso vi sarà dato ciò che dovrete dire. Poiché non siete voi che parlate, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi” (Matteo 10:16-20).

Che cosa ne pensate di un pastore che manda le sue pecore in mezzo a un branco di lupi? Il minimo che possiamo pensare è che è un po’ strano, dando a questo termine una connotazione chiaramente negativa.

È un pastore che si è stancato delle sue pecore e desidera la loro eliminazione?

O, forse, ama più i lupi delle pecore? È quello che cercheremo di scoprire.

Uno strano pastore

Il collegamento dei due aggettivi strano ed estraneo, mi pare evidente. Gesù è sicuramente l’Estraneo per eccellenza, ossia colui che è extra nos, che è venuto da fuori. Egli, pur essendo Dio, s’incarna, diventando così un uomo a tutti gli effetti. Con l’incarnazione è un uomo a tutti gli effetti, pur avendo una provenienza “straniera”. Gli apostoli Giovanni e Paolo hanno messo ben evidenza questa realtà. Nel prologo del suo vangelo, Giovanni va indietro nel tempo, prima dell’incarnazione, e contempla Gesù vicino al Padre:

“Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta”.

Gesù è definito la Parola (greco, Logos)[1] e di lui è detto che era Dio ed era con Dio. Secondo i parametri con i quali siamo soliti pensare, queste due affermazioni non possono coesistere: o è vera l’una o è vera l’altra. Non si può essere contemporaneamente qualcuno ed essere da lui distinto, anche se vicino. È una lezione da imparare: quando si parla di Dio, i consueti modi di ragionare non sono sufficienti. Lui è altro da noi, sostanzialmente diverso. È il Signore stesso che fa dire a Isaia (46:5): “A chi mi assomigliereste, a chi mi eguagliereste, a chi mi paragonereste, quasi fossimo pari?”.

Niente e nessuno è simile a Dio; anche Gesù, essendo Dio come il Padre, è imparagonabile, sia nella sua essenza sia in ciò che esprime mediante le parole e gli atti.

Non è tutto qui. Sempre l’evangelista Giovanni, poco dopo la sua solenne affermazione, ne fa un’altra di uguale importanza:

“E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplata la sua gloria, gloria come quella dell’Unigenito venuto da presso al Padre” (Gv 1:14).

Colui che è l’Estraneo è venuto in mezzo a noi e ha preso le nostre sembianze. Se nel lontano principio, l’uomo è stato fatto a immagine di Dio, ora, in Cristo, Dio ha assunto le sembianze umane. L’Estraneo è diventato uno di noi e, in questo modo, non ci è più estraneo[2], ma ha con noi un rapporto d’amore, di fiducia e di rispetto. Non ci è più estraneo a tal punto che ci chiama amici e fratelli[3] e che ha dato la sua vita per risolvere il nostro problema.

Sulla stessa linea di pensiero troviamo anche Paolo (non potrebbe essere diverso, dato che entrambi hanno attinto dalla stessa fonte, lo Spirito Santo); in una delle sue lettere troviamo[4] un passo (che probabilmente all’origine era un canto) nel quale si cerca di raccontare questo “passaggio” di Cristo:

Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce”.

A Gesù, l’eterno Figlio di Dio, generato ma non creato, l’incarnazione è costata uno spogliamento, ossia l’abbandono di alcuni privilegi che l’essere Dio comporta. In un altro passo, sempre Paolo, parla di uno stato di povertà acquisito da Gesù, per risolvere i nostri problemi spirituali[5]. Tutto questo, spinto dalla forza propulsiva dell’amore.

Gesù, simile a noi, a parte l’esperienza del peccato, partecipa alla nostra natura, alla nostra storia e alle nostre sofferenze e, sebbene per un breve tempo, esperimenta anche il “velenoso pungiglione” del peccato, la morte (1Co 15:54-55). Pur essendo uomo, però, il suo modo di pensare e agire era sicuramente diverso da quello consueto, perché non era stato guastato da quel cancro spirituale che la Bibbia definisce peccato. Egli era l’Uomo, così come era nel progetto divino.

Delle strane pecore

“Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”.

All’immagine delle pecore, Gesù associa quelle dei serpenti e delle colombe. Secondo il suo pensiero, la nostra ideale posizione sarebbe quella di pecore, prudenti (o astute[6]) come serpenti e semplici come colombe. Emerge l’immagine di uno strano animale: una pecora un po’ serpente e un po’ colomba. Un ibrido piuttosto strano. Strano come il suo pastore. Cerchiamo di capirci un po’ di più.

L’immagine della pecora ricorre spessissimo (circa 40 volte) nei discorsi di Gesù; perché egli ci paragona alle pecore? C’è un suo discorso, riportato da Giovanni, nel quale l’immagine del pastore e delle pecore è predominante:

“In verità, in verità vi dico che chi non entra per la porta nell’ovile delle pecore, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Ma colui che entra per la porta è il pastore delle pecore. A lui apre il portinaio, e le pecore ascoltano la sua voce, ed egli chiama le proprie pecore per nome e le conduce fuori. Quando ha messo fuori tutte le sue pecore, va davanti a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Ma un estraneo non lo seguiranno; anzi, fuggiranno via da lui perché non conoscono la voce degli estranei” (Gv 10:1-5).

Come tutte le similitudini, anche questa si presenta di non facile comprensione; per questo motivo Gesù è costretto a spiegarne il senso:

“Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono quali fossero le cose che diceva loro. Perciò Gesù di nuovo disse loro: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. tutti quelli che sono venuti prima di me, sono stati ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato, entrerà e uscirà, e troverà pastura. Il ladro non viene se non per rubare, ammazzare e distruggere; io son venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga, e il lupo le rapisce e disperde. Il mercenario si dà alla fuga perché è mercenario e non si cura delle pecore. Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. Ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore”

(Gv 10:6-16)

Una prima riflessione. Gesù conosceva bene il mondo in cui viveva e spesso ha fatto uso di immagini prese dalla vita quotidiana, per insegnare.

Ma, quali caratteristiche delle pecore, emergono dal discorso di Gesù?

Queste caratteristiche sono associabili alla nostra esperienza?

Essenzialmente sono due: le pecore sono indifese e hanno bisogno di essere guidate.

Le pecore sono tra i pochi erbivori privi di qualsiasi forma difensiva, sia attiva che passiva. Molti degli erbivori hanno robuste corna (difesa attiva) e altri hanno buone gambe per darsi alla fuga (difesa passiva). Le pecore non hanno corna, salvo qualche maschio (il montone) che può difendere al massimo se stesso. Questi animali possono sopravvivere solo in assenza di animali predatori. I lupi, però, ci sono e non solo loro: tanti altri “animali” vedono nella pecora un ottimo pasto, disponibile senza tanti sforzi e tra questi c’è anche l’uomo.

La debolezza sembra essere un carattere distintivo della pecora. È forse per questo motivo che Gesù ci paragona a questo animale? Se c’è una verità che l’uomo deve imparare, per giungere alla fede, è questa: egli, dal punto di vista spirituale, è assolutamente debole e indifeso. Intorno a questa debolezza spirituale sono state scritte delle mirabili pagine, dagli apostoli. C’è una frase di Paolo che vale la pena ricordare: “Quando sono debole, allora sono forte” (2Co 12:10).

È nella consapevolezza della propria fragilità e debolezza che il cristiano trova la sua forza, perché corre a rifugiarsi in chi essendo il buon Pastore, ha la capacità di difenderlo da ogni nemico.

La pecora (sto riferendomi all’ovino) è solitamente pensata come animale con poca intelligenza. È forse per questo motivo che Gesù aggiunge l’immagine del serpente che è, biblicamente parlando, l’incarnazione stessa dell’astuzia? Abbiamo già detto che il termine greco indica sia l’intelligenza che la scaltrezza. L’astuzia non deve essere sempre presa nel suo aspetto negativo, ma è la capacità di prevedere e provvedere: prevedere il pericolo e provvedere per combatterlo o evitarlo. Il cristiano, colui che ha scelto di porsi al seguito di Cristo, deve avere l’intelligenza necessaria per distinguere il bene dal male, per comprendere quali siano i pericoli e i nemici della propria fede. Questa intelligenza è necessaria per sopravvivere in un mondo pieno di “lupi”, ossia di cose e di persone che rappresentano un serio ostacolo al cammino cristiano. Senza eccessi, senza inutili fobie o paranoie, ma con un’intelligenza viva e sveglia. I tanti appelli a vegliare che troviamo nelle parole del Maestro, fanno riferimento anche alla capacità di distinguere i falsi maestri e i lupi travestiti da agnelli (il diavolo è un vero artista nel cosplay, l’arte del travestimento; 2Co 11:14).

L’immagine di questo animale è collegata da Gesù con la semplicità della colomba. La semplicità non è da confondersi con la semplicioneria – che è un’eccessiva ingenuità – altrimenti sarebbe in contraddizione con quanto detto in precedenza. Il termine greco dà l’idea di purezza, candore, schiettezza. L’astuzia spesso si usa per imbrogliare, per confondere; unire insieme le due immagini (il serpente e la colomba) è quindi molto significativo. È come se il Signore ci dicesse: “Non usate la scaltrezza per imbrogliare, ma per evitare i pericoli”. Il credente è chiamato a vivere una vita pura, lineare, e ad usare la parola per fini onesti; Gesù ha dato spesso prova di questo atteggiamento. Troppo spesso i “ni” sono pronunciati al posto del “sì” e del “no”. Su questo punto il Signore si è espresso con chiarezza: “Ma il vostro parlare sia: sì, sì; no, no; poiché il di più viene dal maligno” (Mt 5:37).

Questa è la “pecora” che il Pastore gradisce: intelligente, che non si lascia imbrogliare facilmente, ma nello stesso tempo onesta e sincera. Questo tipo di pecora il Signore manda in mezzo ai lupi. Ma non da sola! Non dimentichiamo ciò che ha promesso il Signore, proprio nel momento del commiato dai suoi discepoli:

“Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente”

(Mt 28:20)

Con queste parole di Gesù, Matteo chiude il suo vangelo. Perciò, quando egli manda le pecore in mezzo ai lupi, promette la sua costante presenza. Con un simile Pastore, non c’è nulla da temere.

Attenti al lupo!

Chi non conosce la favola di Cappuccetto Rosso? È la storia di una bambina un po’ birichina che, a causa della sua disubbidienza, va a finire nella pancia del lupo cattivo. La storia ha un lieto fine per la bambina, ma non per il lupo. Da secoli il lupo è l’immagine stessa della ferocia, anche ai tempi di Gesù.

Quando pensa ai lupi, a chi si riferisce?

Per quale motivo manda le pecore proprio in mezzo a loro e non raccomanda invece di evitarli?

L’immagine del lupo è frequente nel sacro libro, e quasi sempre è associata a quella della pecora: da una parte c’è la ferocia di un predatore, dall’altra un animale incapace di difendersi. Non sempre, però, i lupi rappresentano la stessa categoria di persone: i nemici d’Israele (Gr 5:7); i capi corrotti del popolo (Ez 22:27; So 3:3); i falsi profeti (At 20:29).

I lupi menzionati da Gesù, appartengono a una di queste categorie? Anche, ma non solo.

Già da una prima lettura appare evidente che i lupi in questione sono tutte le persone che compongono la società in cui il credente (la pecora) è chiamato a vivere, testimoniando della sua fede sia con le parole sia con le azioni concrete.

Ci troviamo, ancora una volta, dentro una classica situazione paradossale: la pecora è invitata ad andare in mezzo ai lupi per… amarli, aiutarli, guidarli nella verità a rischio della propria incolumità. Infatti, nel testo che abbiamo letto all’inizio, uscendo dalla metafora, Gesù ricorda ai discepoli di parlare della fede senza timore, guidati e sorretti dallo Spirito Santo. Sì, senza timore, con un coraggio e una franchezza che normalmente, come la pecora, non possiede.

“Homo homini lupus”, recita un antico detto latino: l’uomo è lupo per gli uomini. I mezzi d’informazione ci ricordano giornalmente quanto sia vera questa realtà. Con Gesù, però, si cambia: non più lupi in mezzo ai lupi, ma agnelli, come Cristo, pronti a rispondere al male con il bene, ad essere di aiuto anche a colui che ci è estraneo (come il Samaritano della parabola). Con Gesù l’estraneo, colui verso il quale anche certi religiosi hanno mostrato indifferenza, diventa il prossimo da amare, non da evitare, non da sconfiggere.

“Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi…”.

[1] Addentrarci nella questione del perché Gesù venga così definito da Giovanni, è una questione che richiederebbe spazio e tempo che, in questo contesto non abbiamo.

[2] Il termine estraneo ha in sé anche il senso di colui “che non ha rapporto con le persone”.

[3] Giovanni 15:13-15; Ebrei 2: 12-17.

[4] Filippesi 2:5-11.

[5] “Infatti voi conoscete la grazia del nostro Signore Gesù Cristo il quale, essendo ricco, si è fatto povero per voi, affinché, mediante la sua povertà, voi poteste diventar ricchi” (2Co 8:9).

[6] Il termine greco phronimoi, oltre a prudente, può essere tradotto anche con astuto, scaltro (vd. Luca 16:8).