Predicazione e ascolto responsabile

La predicazione della Parola di Dio costituisce il momento più importante in tutti gli incontri della chiesa locale. Ma questo momento avrà valore soltanto se, da un lato, chi predica lo fa con l’unzione del dono ricevuto dallo Spirito Santo e riconosciuto dalla chiesa e se, dall’altro lato, tutta la chiesa non si limita ad udire, ma si impegna piuttosto ad ascoltare e ad accogliere la Parola predicata.

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Introduzione

Il compito del predicatore cristiano è un ruolo di grande privilegio, ma anche scomodo. È un fatto che Dio si sia sempre servito di uomini che portassero ai loro simili messaggi da parte sua. La storia ci permette di osservare come alcuni abbiano avuto fama di eccellenti predicatori: vuoi per le conversioni, considerate frutto delle loro parole, vuoi per la vasta produzione di sermoni, stampati e diffusi a migliaia di copie, vuoi per gli effetti del loro ministerio sulla vita della chiesa che servivano.

Spurgeon (1834-1892), ad esempio, è stato addirittura definito il principe dei predicatori. Il suo servizio alla chiesa produsse infatti grandi frutti di conversione di peccatori e di edificazione dei credenti anche dopo la sua morte (ristampe, raccolte e pubblicazione di sermoni). Per contro la Bibbia ci parla di Paolo di cui, alcuni Corinzi, valutandolo con il metro umano della capacità retorica e della “presenza scenica” erano giunti a sentenziare:

“Le sue lettere sono severe e forti; ma la sua presenza fisica è debole e la sua parola è cosa da nulla” (2Co 10:10)

Sebbene Spurgeon ebbe anche detrattori, ed è certo che l’apostolo Paolo abbia tuttora molti estimatori, si conferma il fatto che la predicazione è un tema capace di dividere: il fatto che di uno stesso predicatore alcuni dicano bene ed altri male non solo può generare incomprensioni e divisioni, ma, fatto altrettanto grave, può sminuire l’importanza della predicazione in sé. In fondo, se si giunge ad opinioni contrastanti riguardo al predicatore, è perché si hanno idee poco chiare riguardo alla predicazione.

Spesso esaminiamo i predicatori come fossero paia di scarpe: troppo strette, larghe, alte, basse, e quando troviamo quel che fa per noi, è già ora di cambiare perché è arrivata una nuova stagione.

È quanto mai urgente recuperare serenità ed equilibrio di fronte all’insegnamento e all’annuncio della Parola di Dio che non consiste né in un esercizio di retorica, né nell’esibizione di un professionista del pulpito, o di uno capace di far seguito, ma nell’adempimento di un alto dovere: annunciare con franchezza tutto il consiglio di Dio (At 20:27).

Il ministero della predicazione nella chiesa è costantemente sotto attacco, perché in definitiva l’idea che il predicatore sia un maestro secondo le nostre voglie è molto più presente di quanto pensiamo:

“Ti scongiuro, davanti a Dio e a Cristo Gesù che deve giudicare i vivi e i morti, per la sua apparizione e il suo regno: predica la parola, insisti in ogni occasione favorevole e sfavorevole, convinci, rimprovera, esorta con ogni tipo di insegnamento e pazienza. Infatti verrà il tempo che non sopporteranno più la sana dottrina, ma, per prurito di udire, si cercheranno maestri in gran numero secondo le proprie voglie, e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole. Ma tu sii vigilante in ogni cosa, sopporta le sofferenze, svolgi il compito di evangelista, adempi fedelmente il tuo servizio” (2Ti 4:1-5).

La duplice responsabilità nella predicazione

Sebbene sia possibile trarre grande beneficio dai sermoni registrati o trascritti, questo non equivale esattamente al privilegio di aver ricevuto il messaggio “di prima mano”, direttamente nel momento in cui esso viene dato alla chiesa riunita in comunione.

La presenza dello Spirito Santo che si può realizzare quando una chiesa è raccolta davanti alla Parola di Dio rimane un elemento insostituibile: gli stessi non credenti avvertono spesso questo “qualcosa” quando assistono all’annuncio della Parola di Dio insieme ad una chiesa riunita in uno spirito di unità e di consacrazione. Capita così che quel che viene detto sia esattamente quello che alcuni o molti hanno bisogno di ascoltare, che vengano citati canti in stretto accordo con la verità che viene proclamata, che le preghiere che vengono elevate dalla chiesa diventino la base su cui lo Spirito Santo appoggia la predicazione. La chiesa gioca un ruolo insostituibile nella predicazione!

Così come quando viene predicata la verità biblica sono coinvolti due ruoli: quello di chi predica e quello di chi riceve il messaggio esposto, allo stesso modo la predicazione comporta una duplice responsabilità che ricade sia su chi è portatore del messaggio, sia su chi lo ascolta.

Questa considerazione presa dall’esperienza è in realtà fondata su un principio scritturale che spesso viene perso di vista, quando si prende in considerazione l’argomento della predicazione.

Tale principio afferma che, quando Dio affida un messaggio di verità, questo è talmente importante che riveste di responsabilità sia chi ne è portatore, sia chi lo riceve.

Questo è valido per la rivelazione delle “verità naturali” come la saggezza creatrice e ordinatrice di Dio affidata alla natura (ruolo di predicatore) verso l’umanità (ruolo di recettore):

“Un giorno rivolge parole all’altro, una notte comunica conoscenza all’altra. Non hanno favella, né parola; la loro voce non s’ode, ma il loro suono si diffonde per tutta la terra, i loro accenti giungono fino all’estremità del mondo” (Sl 19:2, 4).

Si tratta di una poderosa e magnifica predicazione affidata alla natura in favore dell’uomo, che ricevendo questo annuncio viene investito di responsabilità davanti a Dio:

“… infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo essendo percepite per mezzo delle opere sue; perciò essi sono inescusabili”

(Ro 1:20)

Ma vale anche nel caso in cui viene predicata la verità più marcatamente spirituale.

“Nel giorno del giudizio i Niniviti si alzeranno con questa generazione e la condanneranno; perché essi si ravvidero alla predicazione di Giona; ed ecco qui c’è più di Giona”

(Lu 11:32)

L’ammonimento di Gesù sottolinea con forza la responsabilità che nasce dall’aver ascoltato una predicazione da parte di un ministro, messaggero di Dio, indipendentemente da chi Dio sceglie come predicatore. Il riferimento di Gesù a Giona è molto significativo proprio perché Giona non può dirsi un predicatore modello. Chiamato da Dio a predicare il giudizio su Ninive, dapprima sfuggì alla chiamata poi l’assecondò, però come se vi fosse stato costretto e, anche di fronte al ravvedimento di una intera grande città, rimase riluttante e contrariato.

La vicenda di Giona fa osservare alcune cose.

LA RESPONSABILITÀ DI CHI PREDICA

  • Dio può fare in modo che la predicazione raggiunga lo scopo nonostante il predicatore, i suoi limiti, le sue carenze. Giona era in lotta interiore con Dio, perché incapace di accettare il fatto che Dio fosse misericordioso verso i malvagi ravveduti. Un problema di non piccolo conto… ma Dio ha scelto come messaggero proprio lui, nonostante tutto ciò. La “normalità” in questo compito straordinario è che si predichi qualcosa che si vive in prima persona.

      A volte quello che il predicatore vive è un contrasto riguardo a determinati temi di fede, sui quali la posizione di Dio è chiara, ma particolarmente difficile da fare nostra: lo Spirito può spingerlo a parlare proprio su quelle verità, con lo scopo di mettere in luce i testi biblici più adatti a dissiparne i dubbi e chiarirne i lati in ombra.

      Capita così che risultano di grande benedizione quei messaggi che lo Spirito annuncia e rivela contemporaneamente al predicatore e agli ascoltatori. In quei casi il predicatore riceve in prima persona liberazione dalla sua lotta interiore, per mezzo della rivelazione che lo Spirito dà a lui stesso e agli altri, attraverso di lui.

  • La predicazione raggiunge lo scopo, nonostante la lotta interiore del predicatore, ma pur sempre e comunque per mezzo di chi Dio ha investito della chiamata specifica. Il fatto che la rivelazione di Dio sia più forte dello strumento imperfetto di cui Dio si serve, non deve suonare come una chiamata generale al compito del predicatore.

      Quest’ultimo infatti è solo uno dei tanti ministeri specifici dati per l’edificazione della chiesa (“… sono forse tutti dottori?”, 1Co 12:29). È compito degli anziani e della chiesa locale, appurare il dono di dottore e favorire le condizioni migliori perché le persone chiamate a predicare possano svolgerlo al meglio. Inoltre il fatto che Dio abbia insistito nell’usare Giona, nonostante il suo stato di indisponibilità, ci suggerisce per logica inversa che la sola disponibilità ad assumere l’incarico di predicare non è garanzia sufficiente per svolgere un buon servizio. È sempre richiesta la ricerca dell’unzione che dona la conoscenza e la preserva:

“siccome la sua unzione vi insegna ogni cosa ed è veritiera, e non è menzogna, rimanete in lui come essa vi ha insegnato”

(1Gv 2:27)

e di franchezza che convince i cuori. Questa franchezza che caratterizzava le predicazioni degli apostoli, ma pure le preghiere della chiesa primitiva (vedi Atti), deve essere prima di tutto desiderio di chi predica, ma tutti nella chiesa hanno il dovere di ricercare e di saper riconoscere questa unzione per mezzo della preghiera:

“Dopo che ebbero pregato, il luogo dove erano riuniti tremò; e tutti furono riempiti dello Spirito Santo, e annunciavano la Parola di Dio con franchezza”

(At 4:31)

“… e pregate anche per me, affinché mi sia dato di parlare apertamente per far conoscere con franchezza il mistero del vangelo”

(Ef 6:19)

Accogliamo quindi l’esortazione di “adottare” in preghiera i nostri predicatori!

LA RESPONSABILITÀ DI CHI ASCOLTA

  • Chi ascolta la predicazione di un inviato di Dio, ne viene ritenuto responsabile riguardo a quel che ne consegue a livello di risposta personale.
  • Quando si riceve un messaggio da parte di Dio, deve cambiare l’atteggiamento verso chi ne è portatore. Certe critiche potrebbero risultare fondate, altre meno, essendo puramente egoistiche e riguardando spesso pregiudizi sulla cultura, il linguaggio, la provenienza o il modo di esprimersi… ma quante critiche potremmo imputare a Giona! Eppure la sua predicazione venne unta di potenza da Dio.

Certamente l’episodio di Giona è solo un esempio, seppur emblematico, di predicazione. È un fatto che i predicatori di cui il Signore fa uso non sono tutti come Giona. Tuttavia le parole di Gesù non ci autorizzano a criticarlo né a confrontare Giona con predicatori più ben disposti di lui. Piuttosto il confronto va fatto nientemeno con colui che è più di Giona: il Signore vivente Gesù Cristo!

Dal momento che Dio vive in tutti i suoi figli e che la sua dimora vivente agisce in ciascuno di loro, non possono certo fare eccezione coloro ai quali Dio affida nella chiesa il compito di predicare! Il punto è quindi se ci siamo accorti, stando all’avvertimento di Cristo che, indipendentemente da chi Dio chiama alla predicazione, noi siamo di fronte alla presenza di colui che è più di Giona! Questo significa che nella chiesa di Cristo la predicazione dev’essere ritenuta degna perché colui, che è più di Giona, vuol comunicare col nostro spirito per mezzo e nonostante la persona del predicatore.

“Per questa ragione anche noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete”

(1Te 2:13)

Mettere in dubbio, senza argomenti biblicamente validi, che chi predica nella chiesa sia fedele al mandato ricevuto dal suo Signore, o che ne sia all’altezza, comporta un prezzo molto alto, infatti finisce per rendere inefficace la Parola di Dio che è stata predicata.

Qualche credente può addebitare la sua lenta crescita nella vita spirituale, al presunto scarso livello di insegnamento della chiesa locale, ma questa inefficacia dipende in ultima analisi dal non riconoscere la cura che Dio ci destina attraverso la predicazione che già ascoltiamo.

Siamo spesso ascoltatori svogliati e distratti. Ascoltiamo la predicazione senza un vivo interesse, addirittura sonnecchianti, già dopo pochi minuti, salvo poi criticarne la durata eccessiva. Mentre ciò non avviene di fronte (ed è solo qualche esempio) a una partita di calcio e al film in prima visione, o durante interminabili giornate di shopping! Accade così che ciò che il mondo produce per avvelenare il corpo di Cristo, venga accolto con maggior favore del cibo spirituale. Non c’è da meravigliarsi se ci si accorge di non crescere affatto, oppure se incolpiamo Dio perché le persone che egli sceglie come dottori nella sua chiesa non corrispondono alle nostre voglie.

Abbiamo visto che l’approccio alla predicazione richiede due livelli di responsabilità.

Uno ricade sul ministro che porta il messaggio di Dio: non deve cullarsi sul fatto che Dio può by-passare le sue mancanze, preservando la buona riuscita della predicazione. L’altro, gravemente trascurato, ricade sulla chiesa. Ebbene questa duplicità di azione responsabile la ritroviamo anche riguardo all’efficacia della predicazione. Come abbiamo appena visto il privare di autorevolezza la predicazione, finisce per inibirne l’efficacia. Questa parte di responsabilità ricade sull’uomo. Ma esiste una seconda parte di responsabilità che ricade su Dio, e questa non è mai disattesa:

“… se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede”

(1Corinzi 15:14)

La forza straordinaria della predicazione cristiana, il suo fondamento e la sua ragione d’essere è la risurrezione di Cristo. Ciò comporta che, se faccio la mia parte onorando l’annuncio della Parola e pregando per gli operai-dottori… la predicazione non sarà mai vana! Semplicemente perché la Parola che la predicazione annuncia, insegna, proclama è essa stessa vivente come il Signore Gesù, il Risorto. Ecco perché la predicazione di Giona fu così incisiva: la sua esperienza nel ventre del pesce e negli abissi prefigurava la morte e la risurrezione di Gesù. L’autorevolezza della sua predicazione fu preceduta e sostenuta dall’intervento di Dio che lo salvò dalla morte negli abissi prefigurando l’esperienza della risurrezione!

Quanto autorevole può quindi risultare la predicazione che si fonda sulla risurrezione di Cristo? Una simile parola merita tutto il nostro rispetto!

Conclusione

Un detto sull’amicizia recita:

“Gli amici sono quelle rare persone che oltre a farti parlare, ascoltano anche quello che hai da dire…”.

Viene da chiedersi su quanti amici possa contare non il predicatore di turno ma Dio stesso, a cui solo spetta la gloria, di fronte alla scarsa considerazione che a volte riserviamo alla predicazione. È sbagliato pensare alla predicazione come qualcosa che riguarda solo chi la porta, per cui gli altri ne sono solo semplici uditori. Infatti, affinché quel che Dio vuol dirci ci arrivi e porti frutto in noi è necessario un vero ascolto. Non si tratta semplicemente di usare il nostro udito, ma dobbiamo ascoltare, perché solo così potremo accogliere la Parola per onorarla e farne tesoro.

Ricordiamo allora che quando qualcuno ci parla da parte di Dio, siamo sempre chiamati in causa come responsabili: infatti il nostro ascolto attivo serve perché il tutto non resti inutile.