Che “gender” di figli avremo?

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Dal “sesso” al “genere”. Perché?!

 

“Di che genere è? Hai dimenticato di dirmi il genere di questo nome!”.

Quante volte ho ripetuto questa frase ad alunni che, analizzando un articolo, un nome o un aggettivo o un pronome si erano dimenticati di indicare il genere.

 

Fino ad ora la parola “genere” (in inglese “gender”) aveva nella nostra lingua un uso limitato all’analisi grammaticale e i risultati di questa analisi potevano essere soltanto due: o maschile o femminile. Queste le uniche alternative possibili!

Per la verità nelle lingua classiche, latino e greco, ed anche in alcune lingue indoeuropee (come il tedesco) esiste il genere cosiddetto neutro che, invece, è scomparso nell’evoluzione della lingua italiana, anche se la stessa enciclopedia Treccani si interroga sul perché e sul quando di questa scomparsa.

La selezione di due soli generi senza alternative è stata evidentemente frutto del trasferimento del sistema bipartito dal sesso al genere. Non esistendo biologicamente un sesso neutro si è pian piano eliminato anche il genere neutro per nomi, aggettivi…

 

Nella nostra lingua ed, in particolare, nella sua grammatica è stata accolta la bipolarità del sesso, così come era concepita in modo nettamente distintivo fino a qualche anno fa.

Oggi stiamo, per ora soltanto intravvedendo, la realizzazione di un identico processo, ma – potremmo dire – con un percorso inverso che parte dalla lingua (quindi: dall’uso delle parole), per definire un nuovo modo di interpretare il sesso.

 

Faccio un esempio. La nostra Costituzione nell’ormai famoso art. 3 recita queste parole:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

 

La legge n. 107 del 13 luglio 2015 (legge meglio conosciuta come della “buona scuola”) così si esprime nell’art. 1 comma 16:

“Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni…”.

Mentre al paragrafo 5.2c dell’allegato prescrive di “promuovere un’adeguata formazione del personale della scuola alla relazione e contro la violenza e la discriminazione di genere e promuovere, nell’ambito delle indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, delle indicazioni nazionali per i licei e delle linee guida per gli istituti tecnici e professionali, nella programmazione didattica curricolare ed extracurricolare delle scuole di ogni ordine e grado, la sensibilizzazione, l’informazione e la formazione degli studenti al fine di prevenire la violenza nei confronti delle donne e la discriminazione di genere, anche attraverso un?adeguata valorizzazione della tematica nei libri di testo”.

Mentre la Costituzione prescrive il superamento della “distinzione di sesso”, nella legge sulla “buona scuola”, così come anche in precedenti provvedimenti legislativi (penso ad esempio al ddl n. 93/14 agosto 2013 “recante disposizioni urgenti in materia di sicurezza e il contrasto della violenza di genere…”), si fa riferimento alla “discriminazione di genere”.

La sostituzione della parola “sesso” con la parola “genere” non poteva passare inosservata e non poteva non suscitare delle domande.

 

 

Due linee di interpretazione

 

Si sono contrapposte così due linee di pensiero interpretativo.

I movimenti integralisti cattolici, quelli tanto per intenderci che hanno promosso il Family day dello scorso 20 giugno e che hanno diffuso in rete la raccolta di firme per una petizione popolare da inoltrare all’autorità competenti per chiedere di eliminare nella nuova legislazione qualsiasi riferimento al “genere”, sostengono, anche con il sostegno di movimenti politici di destra e di estrema destra, che l’aver introdotto nelle scuole di ogni ordine e grado un riferimento all’educazione alla programmazione basata sulla parità di genere equivale di fatto ad aver sposato la cosiddetta “teoria gender”, secondo la quale la distinzione fra il genere maschile e femminile non è determinata dalla differenze biologiche alla nascita dell’individuo, ma piuttosto dalle imposizioni culturali della società, che condizionano, nella famiglia così come nella scuola e nella società, l’identità di genere di ciascuno: un’identità che ciascuna persona dovrebbe essere messa in grado di scegliere da sé, attraverso opportuni provvedimenti e comportamenti educativi che non condizionino ma piuttosto favoriscano la piena libertà di questa scelta.

 

Parlando in parole chiare, c’è chi intravvede il pericolo concreto che un giorno non molto lontano il genere (maschile o femminile) non debba più essere determinato dalle differenze biologiche (dai diversi organi genitali alla nascita e dal diverso sviluppo ormonale nell’adolescenza), ma dalla scelta di ogni persona che deciderà da sé se essere maschio o femmina. A sostenere questo pensiero sono soprattutto le organizzazioni che si presentano sotto la sigla LGBT, una sigla utilizzata come termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender.

Non è difficile ipotizzare quali sarebbero le conseguenze caotiche della diffusione di una simile pensiero sulla società e sulla famiglia.

 

C’è però chi sostiene che la teoria gender non esiste. Fra questi come sappiamo spicca la presa di posizione del Ministro dell’Istruzione Giannini che ha emanato una circolare per i dirigenti scolastici nella quale smentisce, minacciando anche di ricorrere a vie legali contro chi afferma il contrario, qualsiasi introduzione nelle scuole statali di questa teoria.

Mi hanno colpito però, in particolare, le parole della senatrice Laura Puppato, esponente di spicco del PD ed esperta del suo partito per la politiche relative all’infanzia ed alla scuola, ha scritto:

“…la teoria gender non esiste. Esistono i genders studies, una cosa completamente diversa ed esistono studi sociologici ormai molto avanzati che, pur non mettendo mai in discussione la differenza biologica tra maschio e femmina (il che sarebbe piuttosto stupido), dimostrano come le società abbiano costruito nel tempo ruoli per l’uomo e ruoli per la donna, ma come questi siano mutevoli ed assoggettati ai cambiamenti della società, certo non iscritti nel nostro DNA…” (da “Il Fatto quotidiano” del 30 giugno 2015).

In questo momento storico possiamo dire che, nella legislazione italiana e in quella che in particolare si riferisce alla scuola non è corretto oggettivamente parlare di un’introduzione ufficiale della teoria gender nelle scuole pubbliche, ma è indiscutibile che sia stato aperto uno spiraglio ai genders studies (“studi di genere”). Infatti è abbastanza improprio parlare di “cosa completamente diversa” dal momento che gli “studi di genere” finiranno, come in parte sta già accadendo, per elaborare una“teoria di genere”. Quindi dobbiamo essere attenti e prudenti nelle nostre valutazioni: ancora alle teoria gender non è stato spalancato il portone come qualcuno ha paventato, ma qualcosa si sta muovendo in una direzione che non può non preoccuparci.

 

Come cristiani dobbiamo stare all’erta per valutare di momento in momento cosa sta accadendo: a preoccupare è il fatto che gli studi di genere non parlino più di differenze di genere dovute alla diversità di “sesso biologico” ma di differenze prodotte da “ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti”. A preoccupare è quindi il fatto che, in base agli “studi di genere”, il sesso non sarebbe più una realtà biologica e naturale, ma una costruzione sociale.

È certamente vero che “sarebbe piuttosto stupido” mettere “in discussione la differenza biologica tra maschio e femmina”, ma sappiamo bene dalla storia passata, recente ed attuale che la stupidità umana non conosce limiti. Soprattutto dobbiamo chiederci: quali sono allora i motivi e gli obiettivi per cui si è voluta coniare una nuova terminologia, quella di “genere”, togliendola dall’ambito grammaticale nel quale era confinata, per utilizzarla per indicare una distinzione da sempre indicata con un termine più semplice, più comunicativo e quindi più efficace come quello di “sesso”?

 

Se non vi sono sufficienti motivi per essere allarmati, è evidente che ve ne sono sicuramente sufficienti per essere preoccupati.

La responsabilità dei genitori

 

In questo quadro si inserisce un problema di fondo: uno Stato ha il diritto di occuparsi di educazione anche nei suoi aspetti più intimi ed anche quando questi aspetti investono direttamente problematiche di natura morale?

È un problema discusso da tempo ed ancora oggi frutto di controversie. Ma su una cosa si può essere tutti d’accordo: mentre l’insegna-
mento della lingua, della matematica, della geografia o di altre materie non ha implicazioni morali, l’educazione sessuale o, come forse si preferirebbe dire oggi, l’educazione di genere sicuramente ne ha, eccome se ne ha!

Infatti non investe soltanto l’ambito prettamente biologico e scientifico, ma come gli stessi genders studies riconoscono, investe “i ruoli, i comportamenti, le attività”. E, quando si parla di “ruoli”, di “comportamenti” e di “attività”, dobbiamo riconoscere che la loro definizione è sempre frutto di principi morali che derivano direttamente dalle convinzioni che uno ha e che affondano le loro radici in orientamenti filosofici o religiosi legati ad intime scelte di coscienza.

 

E qui entrano in gioco le responsabilità dei genitori, che non hanno solo il dovere ma anche il diritto di orientare i figli in base alla loro convinzioni e ai principi morali che da queste derivano. Uno Stato laico e libero deve offrire ai genitori il servizio, per i loro figli, di una istruzione pubblica uguale per tutti, indipendentemente dalle scelte ideologiche di ciascuno, ma non può sostituirsi a loro nell’educazione e nella formazione morale dei figli.

La responsabilità primaria anche dell’educazione sessuale dei figli deve rimanere ai genitori.

 

Come cristiani è dall’ascolto di ciò che Dio ci dice attraverso le pagine della sua Parola, la Bibbia, che maturiamo le nostre convinzioni e dalla lettura di questa Parola ricaveremo i principi che orienteranno il nostro comportamento. Principi chedesideriamo vivere e testimoniare, ma che non vogliamo in alcun modo imporre.

 

Uno di libri biblici sicuramente più ricchi dal punto di vista delle indicazioni morali e pratiche è sicuramente il libro dei Proverbi. È non è certo per caso che questo libro inizi ricordando ai figli la responsabilità dei genitori nei loro confronti:

“Ascolta, figlio mio, l’istruzione di tuo padre e non rifiutare gli insegnamenti di tua madre, poiché saranno una corona di grazia sul tuo capo e monili al tuo collo” (Pr 1:8-9).

Quindi padre e madre direttamente e paritariamente coinvolti nell’istruzione e nell’insegnamento rivolti ai propri figli.

Scorrendo le prime pagine di “Proverbi” scopriremo che la maggior parte di queste indicazioni riguarda proprio la sfera sessuale della vita, trovando una ricchezza di insegnamenti sia relativi a quello che è bene fare che a quello che è bene evitare. E tutti questi insegnamenti sono illuminati dal grande principio: “Il timore del Signore è il principio della scienza” (Pr 1:7).

È assurdo parlare di sessualità, di come conoscerla e di come comprenderla e, poi, di come viverla, escludendo Dio.

La nostra sessualità è un dono di Dio, è un frutto dell’amore di Dio e a quest’amore, che è fin da “principio”, dobbiamo fare riferimento per conoscere e vivere la nostra identità di maschi o di femmine!

 

Quindi la nostra diversa sessualità non è frutto di una costruzione sociale e culturale, ma di un processo biologico che fin dal concepimento ha diversificato il nostro sesso.

Un processo biologico guidato da Dio stesso: “Sei tu che hai formato le mie reni, che mi hai intessuto nel seno di mia madre. Io ti celebrerò perché sono stato fatto in modo stupendo… Le mie ossa non ti erano nascoste, quando fui formato in segreto e intessuto nelle profondità della terra. I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo e nel tuo libro erano tutti scritti i giorni che mi erano destinati, quando nessuno d’essi era sorto ancora” (Sl 139:13, 15, 16).

Di conseguenza la nostra diversa identità sessuale non è il frutto di una diversa educazione o di condizionamenti socio-culturali, ma piuttosto la nostra educazione, nelle sue motivazioni e nei suoi obbiettivi, dovrà essere il frutto della nostra diversa identità.

 

“Il timore del Signore è il principio della scienza”:

è questo “timore”, è questo prendere sul serio la sua Parola, che ci pora a testimoniare che:

• la sola relazione sessuale prevista nel progetto creazionale di Dio è la relazione eterosessuale; ogni altra forma di relazione esula da questo progetto;

• questa relazione ha un solo ambito nel quale essa può serenamente e proficuamente svilupparsi: il matrimonio (“L’uomo lascerà suo padre e suo madre, si unirà a sua moglie e i due saranno una stessa carne”, Ge 2:24 confermato da Gesù in Mt 19:4-5; l’esortazione del padre al figlio in Proverbi: “Vivi lieto con la sposa della tua gioventù. Cerva d’amore, capriola di grazia, le sue carezze ti inebrino in ogni tempo e sii sempre rapito dall’affetto suo”, Pr 5:18-19);

• nel progetto divino l’unica alternativa al matrimonio è la verginità.

Quindi “il timore del Signore” ci porta a testimoniare e a vivere che ciascuno acquisisce la propria identità sessuale per nascita, che sul piano relazionale questa identità può essere vissuta solo in forma “etero” e che la relazione sessuale può essere vissuta soltanto dopo e all’interno del patto matrimoniale.

 

 

Cosa fare davanti al possibile

diffondersi degli studi di genere?

 

Ci sono diverse proposte diffuse soprattutto attraverso la rete e quindi attraverso i social network: si va dalla raccolta di firme che esprima al governo la presenza di una forte contestazione popolare, all’organizzazione di manifestazioni di piazza, alla promozione del diffondersi delle home-schooling (scuole familiari) o delle scuola private. Infatti c’è anche chi pensa: i programmi della scuola pubblica non ci piacciono più, togliamo da lì i nostri figli e istruiamoli altrove.

Cosa dobbiamo fare come cristiani: dobbiamo davvero impegnarci affinché lo Stato nel quale viviamo proibisca per legge pensieri, scelte e comportamenti che noi riteniamo contrari alla legge di Dio e, di conseguenza, imponga sempre per legge scelte e comportamenti che noi riteniamo ideali?

Noi siamo convinti, sempre dalla Parola di Dio, che l’obiettivo che ogni cristiano è chiamato a realizzare è quello di essere, con la propria vita e le proprie scelte, testimone della Parola di Dio, e non quello di costruire a forza di leggi, una “società cristiana” (vedi articolo di Nicola Berretta, “Family day e dintorni”, IL CRISTIANO n. 8/2015; pagg. 368-371).

 

Il primo impegno che dobbiamo vivere è senz’altro quello di vivere e/o recuperare la nostra responsabilità di genitori.

Recentemente, durante un Campo per ragazzi, ho chiesto agli adolescenti della “mia” classe di studio biblico di compilare un questionario dal quale è emerso che solo 2 su 26 hanno ricevuto informazioni relative al sesso dai propri genitori: un piccolo dato che ci presenta la realtà allarmante di genitori sempre meno missionari e sempre più dimissionari, di genitori cioè che vengono meno alla loro missione ed alle loro responsabilità e che di fatto si dimettono, delegando ad altri quello che anche la legislazione vigente dello Stato richiede loro.

 

Sempre dalla Parola di Dio, attraverso le drammatiche vicende narrate nel libro dei Giudici, scopriamo che il venire meno al compito dei genitori può avere conseguenze drammatiche (“Anche quella generazione fu riunita ai suoi padri; poi, dopo quella, i fu un’altra generazione che non conosceva il Signore, né le opere che egli aveva compiute in favore d’Israele. I figli d’Israele fecero ciò che è male agli occhi del Signore…”, Giudici 2:10-11).

Di quale generazione siamo il prodotto e quale generazione stiamo preparando e formando?

Quando i genitori vengono meno ai loro doveri e alle loro responsabilità le conseguenze non possono che essere negative. Con una battuta potremmo dire che il genere di figli che avremo dipende da che genere di genitori siamo!

 

A questo punto è opportuno anche ricordare quanto afferma l’art. 30 della nostra Costituzione: “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti […]”.

Istruire i propri figli è un dovere dei genitori, essi scelgono come poterlo assolvere: tramite la scuola pubblica, tramite la scuola privata (parificata e non) oppure occupandosene direttamente, con l’aiuto di persone scelte da loro stessi, in condivisione con altri genitori oppure personalmente (scuole familiari o home-schooling). La Costituzione italiana sancisce che il dovere di istruire i figli spetta quindi ai genitori. I bambini hanno quindi il diritto ad essere istruiti e la responsabilità di questa istruzione ricade sui genitori che possono decidere di avvalersi o meno di strutture scolastiche per assolvere questo obbligo. In questo quadro non è corretto parlare di “scuola dell’obbligo”; in realtà si dovrebbe più correttamente parlare di“istruzione obbligatoria”.

Se lo Stato, riconoscendo il diritto dei bambini ad essere istruiti, mette a disposizione di tutti le strutture pubbliche, lo fa giustamente per garantire che le differenze economiche, sociali e culturali non penalizzino l’istruzione di alcuni bambini rispetto ad altri.

 

Allarmati dagli studi di genere e dalla loro possibile introduzione nei programmi scolastici e nei libri di testo, dobbiamo allora evitare per i nostri figli la scuola pubblica e privilegiare le scuole familiari nelle quali è consentito un apprendimento non strutturato in cui i genitori si prendono in prima persona la responsabilità dell’istruzione dei propri figli oppure le scuole private nelle quali la programmazione viene strutturata in base a specifici orientamenti religiosi e ideologici?

 

Quando Gesù ha pregato il Padre per i suoi discepoli di allora e per quelli che nel tempo sarebbe loro succeduti, ha rivolto questa richiesta: “Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno” (Gv 17:15).

È una richiesta che esplicita in modo chiaro il pensiero di Gesù e la sua volontà per noi: non essere tolti, ma essere preservati.

Le scuole private, pur se nate storicamente come necessario supporto alla carenza di scuole pubbliche, e soprattutto le scuole familiari o parentali non esprimono forse forme di ghettizzazione sociale, culturale ed educativa? Non esprimono forse la strategia del preservare togliendo, isolando?

Ma Gesù desidera (ed io credo fermamente: anche per i nostri figli!) che i suoi discepoli siano preservati dall’influenza e dai condizionamenti del mondo in cui vivono, ma senza essere tolti.

 

Se noi infatti togliessimo i nostri figli dalle scuole pubbliche, impartendo loro un’istruzione ed un’educazione unilaterali, li costringeremmo a vivere il confronto con una società fittizia e questo renderebbe debole il loro carattere e deboli, un giorno, anche le loro convinzioni. Soprattutto vivrebbero come altamente Chouchane il momento in cui dovranno per forza confrontarsi con la società reale, con la società che sarebbe stata in questo modo a loro nascosta, con la società nella quale presto purtroppo scopriranno, ad esempio, che vi sono figli con genitori entrambi uomini o entrambe donne o persone che, comunque, vivono la loro vita personale e familiare in modo diverso dal loro. Solo vivendo a contatto con gli altri, cresceranno imparando che vi sono situazioni di vita diverse dalla loro con le quali devono confrontarsi: da questo confronto nasceranno la libertà e la forza delle loro scelte e, in prospettiva, anche il loro impegno di testimonianza di vita.

 

Cosa dobbiamo fare concretamente perché i nostri figli, non “tolti dal mondo”, siano “presevervati dal maligno”?

I genitori cristiani devono essere consapevoli della missione che il Signore li chiama a svolgere ogni giorno nei confronti dei loro figli, anche attraverso un’educazione sessuale fondata sui principi morali indicati dalla sua Parola. Inoltre devono vivere il confronto fra quanto viene insegnato a scuola ai loro figli e quanto essi desiderano insegnare: un confronto che nasce dalla lettura dei libri di testo e dei loro elaborati e dall’ascolto delle loro esperienze scolastiche, non escludendo spesso anche un necessario faccia a faccia con gli insegnanti.

Isolarli non li preserverà certo dalla eventuale futura influenza che gli studi di genere avranno sulla società nella quale viviamo.

 

Purtroppo c’è chi, incoraggiando a firmare petizioni popolari e a partecipare a manifestazioni di piazza, ha sponsorizzato iniziative attraverso le quali parte del mondo cattolico prosegue il suo impegno di colonizzazione culturale e ideologica del nostro Paese, ritenendo la chiesa essere il regno che si deve imporre agli altri regni. Il Signore ci chiama a “non agire con leggerezza, ma a ben capire quale sia la sua volontà” (Ef 5:17) e la sua volontà non ci indica certo di “preservare dal maligno”attraverso raccolte di firme o sfilate per la pubblica via, ma piuttosto attraverso l’insegnamento perseverante della sua Parola che, sola, può rendere “pura” la via percorsa dai nostri figli e può guidare i loro “passi” in modo che non siano dominati da“alcuna iniquità” (Sl 119:9, 133).

 

Il Signore ci chiama, attraverso l’insegnamento e l’esempio, a proporre la potenza dell’Evangelo e ad operare per prevenire le influenze negative dei genders studies, ma soprattutto ci chiama a chiederci che gender di genitori siamo, perché, da questo e soltanto da questo, dipenderà il gender di figli che avremo!